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lunedì 5 giugno 2017




Nei primi dieci giorni senza te, ho scoperto che:
- la porta dello stanzino e quella del bagno possono chiudersi. Incredibile!
- esistono rumori in casa che non sono dipendenti dai tuoi spostamenti. Ma che, davvero?
- che cammino ancora guardinga con l idea di poter pestare uno dei tuoi pupattoli, o te che mi ti infili tra le gambe.
- che la cucina senza le tue ciotole sembra più grande...
- lasciare il tuo piattino rosso da prosciutto, sopra il tavolo ieri, non è stata una buona idea.
- non mi riesce di tagliare una fetta di prosciutto senza pensare "questo è per la mia rompipalle".
- che sei sempre stata una gatta silenziosa, ma il silenzio d'assenza è ben diverso dal silenzio di presenza.
- che posso lasciare le finestre aperte, senza pensare "troppa aria le fa male alle orecchie" oppure quella dello studio: "potrebbe saltare sulla scrivania, andare in finestra, precipitare, finire nella casa diroccata di fronte, rompersi entrambi i femori, perdersi nella nebbia padana e finire mangiata dai cani alsaziani" e altri cataclismi di varia forma o natura.
- che sono molto più libera di andare e venire senza orario, ma al momento non ho ancora capito che farmene di tutta questa libertà.
- che posso lasciare la roba stirata sul letto senza ritrovarla 5 minuti dopo con una riconoscibile sagoma di culone peloso pressata sopra, con relativa dispersione di pelo.
- possono esistere vestiti senza peli. mah!
- il letto è diventato improvvisamente immenso, benché tu non fossi certo delle dimensioni di un alano
- passare 10 giorni senza dire cose sceme parlando con la vocetta scema non è sano. potrei iniziare a fare la vocina scema quando parlo da sola. non escludo che finirò per farlo.
- scrivere senza una gatta distesa sulla tastiera del pc, è quanto più difficile una scribacchina possa fare.

mercoledì 17 maggio 2017

"Cosa mi manca per essere felice?"

Ieri sera, mentre arrancavo per la camera cercando fantozzianamente di infilarmi la ciabatta e decidendomi, una volta per tutte di camminare scalza fino alla cucina, in quella fase di rincoglionimento che precede la perdita di coscienza che mi assale ultimamente quando appoggio la testa sul cuscino (e qui dovrei metterci un punto altrimenti a leggere uno mi va in apnea, ma non ce lo posso mettere perché mi spiace ma manca la chiusura della frase) mi sono fatta proprio questa domanda. (Punto).
Subito dopo mi sono chiesta anche perché fossi così imbecille da pormi domande filosofiche a quell'ora e in quello stato. Credo che parte del mio subconscio si fosse soffermato sul fatto che, il lato sinistro del mio letto attualmente è occupato dalla Melli, dalla mia felpa che è diventata il suo cuscino preferito e dai suoi pupazzetti. La sua scarsa mobilità non le permette molto e io la lascio vivere nel modo più comodo possibile. Ma di fatto, nel mio letto non c è nessun'altro a parte lei. Ed è da un po' di tempo che è così. Fortunatamente la parte di me che ancora litigava con la ciabatta, ed ha un senso pratico maggiore della parte di me piagnucolosa, ha risposto un sonoro "sticazzi! fammi andare a letto che ho sonno" e l'argomentare sui massimi sistemi si è chiuso lì.
Credo di essere arrivata al punto in cui sì, se trovassi uno sguardo in cui specchiarmi, e condividere i miei giorni ne sarei felice. Ma dato che si parla evidentemente di un latitante, non ho nemmeno voglia di preoccuparmi più del dovuto di qualcuno che sì, potrei incontrare ma non è detto. E quindi, no, dovessimo andare per esclusione, non mi manca un uomo per essere felice. E allora?
E allora credo che la domanda sia proprio sbagliata, quel "che ti manca" implica una negazione, un'assenza. Stamattina, mentre guidavo in tangenziale con uno sorriso così grande da farmi male alla faccia, il mio lato sciabattoso mi ha guardata di sottecchi e mi ha detto "lo vedi che ci sei arrivata pure tu? la vera domanda è "Cosa c è nella tua vita che ti rende felice?"
Un sacco di cose. Oh sì davvero. Tipo le poche parole che mi ha rivolto il "Maestro" al telefono. L'idea che finalmente è venuta a sciogliere un passaggio ostico del mio "romanzo". Le chiacchierate con l'onnipresente Ing. che se non ci fosse nemmeno ad inventarlo verrebbe così. La risata della nuova Amica che, in un messaggio di w.app mi racconta di tre giorni tosti, ma sorridendo. Che i sorrisi, se sono veri, li vedi anche con le orecchie. La Melli che contro ogni aspettativa decide di svegliarsi ogni giorno, mia Madre che reagisce davanti a quest'avventura tutt'altro che facile, cucinando ogni giorno qualcosa di diverso. Mio fratello che mi chiama e poi il "grazie" me lo scrive a parte... I biglietti per il salone del libro, che significa il mio primo viaggio con la mia figlioccia. E non vedo l'ora.
Ce ne sono di motivi per essere felici. E non è nemmeno vero che la felicità sta nelle piccole cose, perché, a pensarci bene, i questo elenco, non ci vedo proprio niente di piccolo...

giovedì 20 aprile 2017

schegge di tempo...

Una volta, in un telefilm, ho sentito uno psicologo dire che il dolore arriva a ondate. Alterna momenti in cui ti sommerge, ad altre in cui riesci a razionalizzare e anche a formulare un pensiero che abbia un senso.
Sto ascoltando un cd del Coldplay in loop, è uno dei primi, quelli dove le sfumature della musica sono ambrate e un po' cupe. Ed è vero. Il dolore va a ondate. E il "bello" è che si tratta di una sorta di acconto. Non è nemmeno quello "vero", perché ancora nulla è deciso, tutto è sospeso in un futuro ipotetico che non lascia grandi speranze, tantomeno aspettative di sorta. E' un inevitabile di cui si sente l'odore, ma non se ne avverte ancora la presenza.
Mi ritrovo alle prese con una decisione difficile, niente a che vedere con quella che hai preso tu, meno di un mese fa. Per l'amor di Dio non ci voglio nemmeno pensare.
Forse una delle cose più giuste che mi siano state dette (sono poco le cose sceme, a dire il vero, ma come diceva un amico poco fa, del parere degli idioti non ci si deve curare) me l ha detta il Fratellone: "non ti invidio per nulla, pensa a quello che vorresti per te, se fossi al suo posto...". E alla fine la palla ritorna a me. Che dopo 18 anni e mezzo insieme, credo di essere l'unica a conoscerla davvero, come forse lei custodisce dentro di sé la parte più vera di me.
Che poi a pensarci bene lei di dubbi ne ha sempre avuti pochi. Ha sempre riconosciuto un uomo per cui valeva la pena, da un emerito pirla prima di me. E infatti quelli che non ha schifato o snobbato allegramente si contano sulle dita di una mano. Ha sempre saputo cosa voleva e come andarselo a prendere. Anche quando si trattava di un ragno o una cimice puzzosa. Però è stata capace di insegnarmi cosa significa amare senza nessun tipo di condizione o di vincolo, fin dal primo momento in cui ha grattato il suo naso contro le mie dita, ed aveva poco più di un mese di vita. E da quando è entrata a far parte della mia,  ho imparato a non mettere più prima me, davanti a tutto il resto. Ho sempre messo lei. E tu, Ing. mi hai sempre fatto ridere dicendomi che ero la schiava in suo potere. Ma alla fine, a ben pensarci. Forse la risposta è ancora e di nuovo quella. Mettere lei, e il suo bene, davanti a tutto il resto. Anche se solo il pensiero mi spezza.

martedì 18 aprile 2017

Anche le Coccinelle, nel loro piccolo, viaggiano...

Arrivato, vissuto e andato. Una non fa nemmeno in tempo a preparare la borsa che già si ritrova davanti alla lavatrice.
Del resto erano solo due giorni, effettivi. Ma meglio di niente. Partire è stato meno immediato del previsto, ma già in autostrada ho respirato aria di vacanza. Non era un vero e proprio viaggio, piuttosto una gita fuori porta. Ma fatta in solitudine, in un posto dove non c'era la tv, non c'erano negozi, dove non c'era un'anima viva, a parte la proprietaria del b&b e i suoi dolcissimi animali. Ma c'era bisogno di questo stacco per una serie di motivi irrisolti, evidentemente, dato che al ritorno lo stato d'ansia è stato richiamato subito a rapporto, con le condizioni di salute di Melli improvvisamente aggravate. Ma anche per semplici questioni logistiche in vista del viaggio vero, quello di agosto. Ad esempio ho imparato che portarsi via la Canon senza la memory card non è una mossa particolarmente intelligente. Che la borsa in canvas verde militare capiente e perfetta per i viaggi, non è così perfetta perché basta metterci la suddetta macchina fotografica, e il portafogli e già pesa l ira di Zeus. E non va bene.
Mi sono fatta il promemoria mentale di togliere il flag da "mulattiere" sulle strade opzionabili del navigatore. E che contro un campanile che suona ogni mezz'ora pure la sparachiodi fa poco. Quella vale solo per il cucu. Viaggiare con la Lella mi ha divertita. Tirare fuori dalla borsa e cercare un'inquadratura che comprendesse il suo facciotto sempre allegro, mi faceva sorridere anche quando i pensieri non erano dei più semplici. E credo abbiano reso le foto meno banali del classico paesaggio con selfie, che personalmente mi fa tristezza. Ho scoperto che i fiori di aglio sono una meraviglia. E credo che alla prima occasione ne pianterò un paio di spicchi, hai visto mai. Alla peggio mi resteranno distanti i vampiri. Magari.
Ho scoperto la bellezza di improvvisare una tappa intermedia, di camminare da sola in mezzo alla gente senza sentirmi mai fuori posto. A gustarmi il silenzio della campagna e le foglie di un pioppo bianco che suonavano a sembrare pioggia.
Mi sono divertita a parlare con chi mi vedeva per la prima volta, ma bastava salutare con un sorriso e ti snocciolava la storia della sua vita nei primi 42 secondi di conversazione. Mi è piaciuto improvvisarmi autrice e tirare fuori le prima 30 pagine del mio scritto e cercare di far quadrare i cerchi che, ad oggi restano aperti. Ma il silenzio e l assenza di distrazioni di un terrazzo, alle volte, aiutano a pensare meglio.
Ho imparato che per un paio di ore si può anche fare nulla. Che non succede nulla, non c è da sentirsi in colpa. Semplicemente stando lì, a godersi il paesaggio, il sole che cala e il vento che attraversa la valle spettinando le vigne. Che non c è bisogno di essere sempre delle formiche all'opera. Ogni tanto si deve lasciare che sia. Indipendentemente da noi.


giovedì 6 aprile 2017

I buoni propositi...


Facciamo che il mio 2017 sia iniziato con quattro mesi di ritardo? Sì dai facciamo.
Che stamattina ho focalizzato siamo già ad aprile, e sono riuscita a dimenticarlo nonostante l'invio puntuale a messer commercialista del foglio presenze di marzo.
A farmi porre l'attenzione sulla primavera è stato l'arrivo puntale e sistematico della prima bolletta del gas. Quella più leggera, quella che ti dà solo il colpo dietro le ginocchia per farti andare giù. La mazzata, quella vera che ti stenderà togliendoti il fiato e mandandoti in apnea per un tempo che Pelizzari me spiccia casa, sarà giusto verso la fine di maggio.
Diciamo che l'inverno visto trotterellando tra pronto soccorso, farmacie, parafarmacie, ambulatori medici e sale d'attesa di specialisti, non è così freddo ma soprattutto il tempo è volato. Dovessi riassumere questi mesi, in una sensazione: avete presente quando vi scappa da morire la pipì, e bussate alla porta chiusa vi rispondono "un attimo" e quell'attimo è lungo e lento come i rigori ad una finale di coppa del mondo. Ecco, quella roba lì.
Ma il sole finalmente è tornato, le orchidee in cucina sono sbocciate, Brontolo ha voglia di licenziarmi e i passerotti fanno cip ciop. Senza dubbio è primavera. Quindi vorrei far coincidere il mio capodanno personale con il mese della rinascita della natura, il mese dove il tripudio di colori, di pollini svolazzanti, di magliettine leggere e calore sulla pelle, non può non farti fare i conti con:
  • il rotolino di panzetta che prima nascondevi serenamente sotto la yoga felpa di pile, tre taglie più grande della tua.
  • le calze che stringono e strizzano dalla caviglia, sottigliano le cosce, alzano le chiappe e contengono la panza, poco possono in caso di domenica in piscina, perché sotto al costume non ce le puoi mettere
  • per lo stesso motivo di cui sopra, persistere nella depilazione delle gambe è fondamentale e doveroso con maggiore accuratezza e precisione.
Insomma. Sembra che sia imminente il tempo dei "devo". Devo mettermi a dieta, devo riprendere la ginnastica, devo rinunciare ai carboidrati, devo chiudere in un cassetto quei gianduiotti artigianali che mi ha regalato Pat. In realtà in questo novello capodanno, decido di ridurre i buoni propositi in un solo progetto: sostituire il devo al Voglio e sintetizzare il tutto con un "Voglio fare ciò che mi fa sentire bene".
Guardo il calendario e, come chi mi conosce bene sa, significa che c è una partenza imminente. E questa volta niente Piemonte, mi fermo un po' prima. E sarà il primo viaggetto in solitaria, quasi una sorta di prova generale per quel che verrà più avanti. Sono un po' emozionata ma per nulla preoccupata. Alla fine, il bello delle paure, è che puoi superarle.

venerdì 31 marzo 2017

Amazon, croce e delizia

Se penso al mio lavoro, Amazon ha fatto danni. I clienti chiamano qui alle 4 del pomeriggio e pensano di poter richiedere una consegna urgente, per le 8 del mattino dopo. E non stiamo parlando di valvole cardiache. Si è persa la cognizione del tempo e del rispetto del tempo stesso.
Amazon però è di una praticità assurda. L'altro giorno ho visto la pubblicità di un oggetto strano, che potrebbe essere un bel regalo di compleanno per mio fratello e tac! eccolo pure su Amazon. Non devo impazzire ad inventarmi di andare a cercarlo in non so quale negozio, perché è davvero una cosa particolare che non trovi sicuramente con facilità. Specie se lavori 8 ore al giorno e hai di libero solo il fine settimana dove concentri tutti gli arretrati di vita, dei 5 giorni precedenti.
Io, poi, sono un'allodola. Adoro le cose che luccicano. Mi cadono gli occhi su questi bracciali indiani e, tac. Eccolo il pensiero mosso dall'abitudine del tutto subito: l'istinto è quello di vedere se su Amazon c'è. Tempo un paio di giorni e potrei averlo. Comodo e pratico. Se hai la carta di credito carica, deleterio. Perché non devi fare il procedimento di entrare nel sito della banca, caricarla, quindi vedi il tuo conto corrente che scende di pari importo, pagare il "pedaggio" come lo chiamo io (gli oneri di servizio) e poi tornare sul sito ed effettuare l'ordine. Se non è una cosa importante, il tuo cervello ti fa in qualche modo fermare prima. Se la carta di credito ha già un saldo sufficiente in positivo, è talmente immediata la possibilità di effettuare l acquisto che non ti fermi nemmeno a pensare "ma mi serve davvero? mi manca giusto questo per essere felice?". Il  piacere dell'acquisto dura il tempo del click, perché non hai il tempo più di desiderarlo. Piacere effimero. E poi, un'altra cosa. Mi piace degli oggetti la memoria che custodiscono, ecco perché alle volte mi è così difficile separarmi anche delle cosine più sciocche, ma per me hanno un valore importante che è dato dal momento in cui hanno iniziato a far parte della mia vita. Guardando questi braccialetti ho pensato al momento in cui qualcuno avrebbe potuto dirmi "bello questo bracciale... dove l hai preso" e la differenza tra rispondere "su Amazon" anziché un "in una bancherella di bigiotteria usata, poco distante dalla Senna, al quartiere Latino".
Riscoprire il gusto del desiderio. Anche se significa aspettare, cercare. Forse dover pure rinunciare, perché non è quello il momento giusto per trovare.
Ce n'è da rifletterci...


mercoledì 29 marzo 2017

Il tacco è uno stato mentale.


Come ogni primavera mi viene voglia di comprare scarpe nuove.
Come ogni primavera, sono in arrivo le bollette del gas, e mi passa la voglia di comprare scarpe nuove.
Così, dato che lo shopping compulsivo si finisce per farlo alle poste, e, cosa ben più importante, si è entrate nell'ottica di risparmio a favore di biglietti di treno, benzina e viaggi,  si entra nello stanzino e si controlla lo stato degli acquisti dell'anno passato. E non solo per le scarpe, anche per l'armadio e gli abiti. Certo, la temperatura ha ancora escursioni termiche degne del deserto, con i 5 gradi del mattino ai 22 della pausa pranzo. Però il sole, e l'allungarsi delle giornate invogliano al cambiamento.
Mi sono sempre piaciuti i tacchi. Un tempo ci passavo le giornate, quando andavo di fretta ci correvo pure, ma oggi molte cose sono cambiate. Una su tutte la stabilità del mio ginocchio. Dicono che, ammettere un problema sia il primo fondamentale passo per affrontarlo. Ecco, credo sia veramente venuto il momento di prendere atto che l'assenza di legamenti non mi concede una stabilità tale da usare le stesse scarpe e con la stessa frequenza, con cui mi scapicollavo su e giù per la vita, di un tempo. Ma se ne può davvero sentire la mancanza? Sembra uno di quei discorsi un po' frivoli da giornale di moda ma, il fatto è che il tacco è uno stato mentale riconosciuto. Tu indossi i tacchi e, parola di fior di giornaliste del settore, ti senti più sexy, più agguerrita, più padrona di te stessa. Gioco forza la fa la postura: il tacco obbliga la schiena dritta e il passo deciso. Durante la bella stagione, la sera dopo il lavoro esco e cammino a passo veloce almeno un'ora, se riesco lo faccio tutti i giorni. Mi sono accorta che quando cammino velocemente, ascolto la musica e finalmente scarico la tensione della giornata, il passo è deciso e la schiena è dritta. Postura praticamente perfetta, con le scarpe da ginnastica. Quindi, forse far dipendere il mio stato d'animo o lo stato mentale da quei 10 o 12 cm di tacco non è corretto. Sembra uno di quei discorsi da adolescente maschio, sotto la doccia fornito di righello.
Inoltre, se ripenso a quei momenti di cui custodisco il ricordo, in cui sono stata più felice, non ho memoria della calzatura che indossavo. E con ogni probabilità in alcuni di questi sono addirittura scalza. Questo dovrebbe dirmi già qualcosa.
Qualche giorno fa, pensavo all'idea di Semplificare. Con il prossimo cambio dell'armadio, sarebbe interessante provare a disfarsi anche di questi astrusi e arcaici preconcetti. Tornare all'essenza. Il che non significa dare spazio alla sciatteria e alla non curanza, semplicemente contare più su sé stessi e su quanto possiamo dare delle nostre idee e della nostra energia. Imparare a sentirci più noi dentro la  nostra pelle, che dentro un paio di scarpe o una maglia nuova.
Ad ogni modo, questo excursus non solo mi ha fatta ragionare sui massimi sistemi dello sculettamento sui tacchi, ma ravanando nelle scatole delle scarpe ho visto che ho già tutto quello di cui ho bisogno per la prossima stagione, dalle scarpe da ginnastica, alle infradito, ad un paio di sandali per le occasioni speciali.
Considerata la mia spesa media stagionale per le calzature, direi che ho risparmiato all'incirca un centinaio di euro: due biglietti (andata e ritorno) per Trieste con frecciarossa, il pranzo e l'ingresso al Castello di Miramare. Per fare un esempio.


martedì 28 marzo 2017

Lo zen e l'arte dello spignattare...


Fin da piccola le mie forme sono state sempre piuttosto "generose". C è da dire che se fossi nata al tempo del Botticelli, avrei avuto un gran successo. Eppure, tutto sommato, a parte la mia continua lotta (perennemente persa) contro la cellulite saldamente radicata intorno ai miei cosciotti, non ricordo di aver passato un'adolescenza di grandi conflitti. Le così dette paturnie sul peso e sulle forme decisamente mediterranee hanno avuto più peso dopo la separazione. Il che mi fa pensare che il problema non siano tanto i chili di troppo, quanto il peso che si dà alle stronzate che dicono taluni omuncoli e noi fesse pure a dar loro retta. Ma tant'è.
In uno strano processo evolutivo iniziato circa due anni or sono, ho iniziato a fregarmene bellamente. Con una certa moderazione, specie quando la bilancia un po' ci mette del suo. Come tutte le fanciulle, penso al costume, agli abiti più leggeri della primavera e appendo la dieta al frigo pensando di trovare così fonti di ispirazione. Poi ci sono momenti in cui ti scontri con una vita già di per sé amara, e allora cedo al dolcetto. E alla pizza... ma senza troppi sensi di colpa. Suvvia. Alla fine credo siano ben altre le colpe di cui ci si dovrebbe dar pena.
Qualche giorno fa ho visto uno di quei programmi dedicati all'arte culinaria tutto incentrato nella cucina vegetariana. E mi ha incuriosita. Non ho mai avuto una grande passione per gli ortaggi, ma devo dire che negli ultimi anni ho imparato ad apprezzarli, anche al di fuori delle "patatine fritte". La carne, per controparte, non mi fa impazzire. Salvo certe cose particolari, come il ragù di mamma, il branzino al sale, le seppie e il tonno. Uhm. Temo che la filosofia vegetariana non mi appartenga del tutto, ma mi è tornata la voglia di mettermi ai fornelli e prendermi di più cura della mia alimentazione, che negli ultimi mesi "cena" significava aprire il frigo e raccattare a caso ciò che c'era. Sperando non fosse scaduto. (Tipo gli yogurt di ieri, che poi alla fine sono ancora buoni, diciamocelo).  
Esistono quindi gli interruttori mentali? Quelli che ti fanno scattare dentro una sorta di scintilla e pensare che da oggi le cose funzioneranno diversamente? Evidentemente sì. Fondamentale però non cedere di nuovo al circolo vizioso della pigrizia, e del massìdomanicheogginonchovoglia. Cosa di cui, se vogliamo, potrei essere maestra. Se l'idea è quella di ricominciare, e farlo al meglio, allora la perseveranza deve essere uno degli ingredienti principali. Il sole e le giornate più lunghe non possono che essere d'aiuto.
Obiettivo: 1 ricetta semplice al giorno. Niente di troppo elaborato, ma che sia più sfizioso delle zucchine bollite, "da ospedale" come direbbe l'Ing. E vediamo come va.

venerdì 24 marzo 2017

Fragilità


Sono due giorni, che tutto ci ricorda quanto siamo fragili. Quanto siamo precari. Quanto tempo sprechiamo in pensieri e, spesso, ansie del tutto inutili.
Quando sono uscita dal tunnel "incidente" avevo ben coscienza di quanto tutto fosse così... dannatamente sfuggente. E forse, riuscivo a cogliere l'attimo prima e meglio. Perché la botta (non solo figurativa) era recente, e cocente. Perché quando riapri gli occhi e focalizzi di essere ancora viva, ti imponi di darti una seconda possibilità. Poi, man mano che i giorni passano, ci si abitua. Anche alla fragilità, alla precarietà. Rientri naturalmente nel circolo vizioso delle cose da fare, alle scadenze, ai problemi del quotidiano, a come far quadrare i conti tra bollette e imprevisti.
E poi ci sono le notizie che, improvvise, ti riportano in una realtà in cui un folle fanatico può decidere di alzarsi la mattina, e di falciare la tua vita in nome di un dio (e lo scrivo volutamente minuscolo) che non è di nessuno, se non dei folli fanatici. Oppure, un po' più in piccolo, ma certo non meno doloroso, uno dei meravigliosi ingranaggi del tuo corpo decide che è tempo di fermarsi. E con lui il tuo respiro.
E' un paradosso, da un lato, una cosa totalmente scontata al punto di sembrare quasi banale, dall'altro. Ma alla fine, in quei momenti, tutto ciò che ti resta tra le mani sono i sentimenti. Non c è più nulla che ti tocchi, nulla che ti importi davvero. Non lo screzio, non l'incomprensione. Resta solo l'amore, le parole non dette. Quelle che spesso custodiamo, le pensiamo, ma soprattutto le sentiamo ma che non diciamo. Perché il pudore, perché crediamo ci sia sempre tempo, perché... mille e un motivi (fasulli) per tacere.
Qualche giorno fa attendevo un'amica per una cena, e poi si sarebbe fermata a dormire da me. Subito mi è partito il trip delle pulizie, del mettere in ordine, perché tutto doveva essere al meglio. Poi, complice un raffreddore più forte del solito ho dovuto desistere, ma questo rallentare forzato mi ha fatto capire, che a quell'amica sarebbe rimasta impressa la serata condivisa, il potersi riabbracciare finalmente, e sì, forse anche la casa, ma non come specchio esemplare di pulizia, piuttosto come riflesso del mio essere. Non per i pavimenti lucidi, ma per le foto che ritraggono momenti speciali alle pareti.
Mi capita sovente, guardandomi intorno e dentro me stessa, di pensare che alla fine ciò che ci fa più paura è proprio vivere appieno. Attraversiamo i giorni con il freno a mano tirato. Siamo prigionieri di una gabbia di cui noi stessi abbiamo forgiato le sbarre.
Ed è strano che sia proprio la morte, a doverci ancora una volta insegnarci a vivere. Siamo fatti davvero strani...

giovedì 6 ottobre 2016

Rubando l'idea a Daniela...

Ho rubato l'idea di Daniela Q. perché il suo stile mi piace da tantissimo tempo, perché è una Donna da cui ho imparato molto e poi un po' di riflessioni intorno al proprio ombelico alle volte ci stanno pure bene...

Con una colonna sonora così di sottofondo mi piace pensare che:

1. sono
lunatica, un po’ nevrotica, gioiosa, esuberante e fragile.

2. tendenzialmente sembro
lunatica, un po’ nevrotica, gioiosa , esuberante e ‘na roccia

3. frequento
pochissimi ma sono meravigliosi

4. evito
le persone che vanno rincorse, le egocentriche, il “si fa per salvare le apparenze”

5. amo
le camminate sotto ai portici, le Langhe, affondare la faccia sul pancino peloso di Melli, le telefonate che non mi aspetto, il vino con la compagnia giusta, il sole e i temporali, la pioggia battente quando sono casa o al mare, gli abbracci, le coccole smisurate, le coperte morbide, il profumo delle pigne che bruciano, i pizzi e le trasparenze. Cesare.

6. odio
i ciclisti in mezzo alla strada, i peperoni, le persone ambigue, i libri in cui risolvo gli enigmi prima io del protagonista, l ingratitudine e la mancanza di meritocrazia. I disonesti.

7. adoro
il musino incazzoso della Melli quando arrivo a casa tardi, la musica che ti fa tamburellare le dita sul volante, gli sguardi lunghissimi che parlano tra un battito di ciglia e l’altro, le mani tra i capelli, gli assoli di chitarra di Eric, il sesso con i preliminari e i posticipi e gli intervalli le integrazioni e gli inframezzi, il legno di sandalo, i paesetti di mare la sera, la complicità.

8. detesto
l’arroganza, la stupidità ostentata, la ricchezza ostentata, chi mente, le bestemmie dette per sport, un personaggio politico a cui piacciono determinate macchine per la movimentazione del terreno, la violenza in qualsivoglia forma di espressione. I silenzi incomprensibili che diventano muraglia, la mancanza di rispetto per l’amore che c è stato che magari è finito, ma dovrebbe essere per lo meno commemorato.

9. ricordo
i sorrisi di mio padre, una passeggiata con lui alle sei della mattina in spiaggia, la notte che ha passato con me mio fratello in ospedale perché avevo una paura fottuta di restare da sola, il profumo del tabacco trinciato di mio nonno e quello della pipa sulle lettere di A. quando eravamo ragazzini. La pace che sento ogni volta che sono su un treno con la fronte contro il finestrino.

10. rimuovo
i “se” i “ma”, chi non vale la pena di ricordare, le ferite causate da chi poi, ha saputo chiedere scusa sinceramente.

11. resto indifferente
a quasi nulla, purtroppo.

12. mi colpisce
chi riesce a disarmarmi quando mi avvio in modalità cecchino, e non è raro. Chi riesce ad anticipare un mio desiderio prima ancora che lo formuli dentro di me con chiarezza, chi sa scrivere toccando corde che mi fanno vibrare.

13. mi innervosisce
chi dice “stai zitta”, chi non dice per piacere, grazie e buongiorno, la musica che non è musica, la banalità, il non mantenere una promessa, il lagnarsi ad oltranza senza un motivo reale.

14. mi rilassa
il bagno caldo, la musica new age, il profumo dell’incenso, la brezza marina quando fa caldo, il sabato mattina senza sveglia, le chiacchierate con le amiche, guidare di notte, il paneburroemarmellata

15. chiedo
rispetto, impegno, sincerità e lealtà

16. offro
tutto ciò di cui sono capace

17. se mi danno 10
apprezzo, ringrazio e custodisco

18. se do 10
lo faccio di prassi. Se do meno è perché sto prendendo le distanze.

19. impazzisco
per le sorprese, per i pelosi vivi (eccezione fatta per i ragni e i bruchi) e i pelosi peluche, per i quaderni, per le stilografiche, le scarpe con il tacco, e le infradito, per il rombo del motore della McLaren MP4/5 di Ayrton Senna.

20. mi deprimo
quando i pensieri sono troppi, tutti insieme, e non riesco a dar loro un giro…

21. mi vesto
quasi sempre di nero o grigio, ma mi porto dentro un numero imprecisato di colori…

22. mi spoglio
per abitudine, mi faccio spogliare per passione.

23. mi elettrizza
il progetto, il viaggio, il cambiamento.

24. mi demoralizza
il dolore di chi amo

25. mi piacerebbe
abitare in un casolare, con un giardino e tante rose, un caminetto e una grande finestra da cui osservare lo scorrere delle stagioni con una tazza di qualcosa tra le mani, e non fare queste riflessioni guardando dal finestrino di un’auto ferma in coda in tangenziale.

martedì 4 ottobre 2016

Ottobre

E a raccontarlo uno non ci crederebbe, ad un ottobre ancora con le maniche corte, con i sandali per chi osa e le infradito che riesco ancora a dimenticare in giro per casa. 
Eppure. 
Eppure va così, con le pause pranzo a prendere il sole, con il pomeriggio che fa ancora caldo e un cielo azzurro da fare invidia al migliore di mesi di maggio. 
Mi ritrovo a scrivere a cadenza mensile. Non perché non ci sia nulla di nuovo da dire. Direi che di cose nuove ce ne sono, nuove amicizie, nuove parole. Nuovi equilibri. Anche nuove assenze. Però c è anche un nuovo progetto, un nuovo viaggio, l idea di un nuovo sguardo da incrociare, l'amica da riabbracciare. Di cose da dire ne avrei, il punto è che alle volte mi manca la voglia. Mi manca la voglia di raccontarle perché la sensazione è un po' quella di perderli, poi, questi riverberi di luce nuova. Paura di sgualcirli, e allora li guardi un po' così, e li accarezzi come la prima pagina di un quaderno, che è quella che solitamente scrivi con la migliore delle tue calligrafie. Così passano i giorni. 
Spio il calendario e mi torna la voglia di riprendere i contatti con l'altra me. Mi sento come se fossi in attesa di qualcosa. Ma non di un qualcosa qualunque. Mi sento come se fossi al binario in attesa di qualcuno che sta arrivando, e senti il fischio del treno in distanza, lo vedi apparire oltre la curva. Ecco. L'attimo di attesa si sospende e dilata proprio in quel momento: quando ancora non c è, non è qui, ma ormai senti che è ormai imminente, e vedi solo il treno, ma ormai sorridi già. 



mercoledì 7 settembre 2016

Settembre...

Probabilmente, l'unica cosa che rimpiangerò davvero di quest'estate è il camminare scalza. Al più con le infradito, che è un po' come se...
Per il resto da ieri il cielo un po' brontola e un po' piange, e a me non spiace più del dovuto.
Solitamente approfitto dei giorni casalinghi per sistemare casa, buttare periodicamente quello che non uso e fare ordine. L'anomalia di questo agosto è che la casa è stata toccata il minimo indispensabile, però c è stato un bel rinnovamento per ciò che concerne amicizie e conoscenze. L'avevo già scritto tempo fa, secondo me i rapporti sono come il karma.
Per cui mi ritrovo a settembre con la casa che è ancora un gran casino, ma probabilmente la vita un po' più semplice. Che non è male.
Mi sforzo di non guardare il calendario, di non fare progetti ancora. Sto provando a lasciare scorrere il tempo senza buttare continuamente l'occhio un mese avanti. Non è detto ci riesca ma provarci è meglio che niente. Rispetto ad altri anni in cui parto scoppiettante con mille progetti e duemila idee, mi rendo conto di essere ancora a marce basse e di muovermi piuttosto lentamente. Sto provando a cambiare strada. A non fare le scelte per abitudine. E' un correggersi in corso d'opera. Accorgersi del gesto abituale, fermarlo anche a mezz'aria e invertire al direzione. Non sempre. Non è una gara, non è un imposizione. Si va per tentativi e se non sempre riescono di ci si perdona bonariamente.
Mi coccolo.
Godendomi il tempo con la Melli che pareva stringesse e invece sembra dilatarsi di nuovo, riabbracciando le mie certezze, che hanno braccia grandi, chi con gli occhi azzurro mare, chi con i ricci ribelli alla Ligabue. Insomma, non c è nulla di davvero speciale, epocale di cui parlare. Sono tratti veloci di impressionisti su tela, ma è la mia tela, e direi che per ora questi guizzi di ombre e luci mi piacciono molto...

On Air: Passenger - Let her go 

domenica 14 agosto 2016

Riflessioni a carattere sparso...

La famosa e tanto attesa vacanza non è andata come speravo. Anzi... un mezzo disastro. Ma forse disastro è eccessivo, diciamo che tutte le mie aspettative sono collassate. Ecco. Meglio. 
Per fortuna sono ancora a casa, ho altri giorni, altro tempo. Sto cercando di recuperare il meglio trattandomi bene, cercando di curare di più la mia casa (sì, lo so... ne vado così orgogliosa), i ritmi sono scanditi dal fare quello che mi sento di fare nel momento in cui lo penso. Non ho progettato altro, mi sveglio e decido. Oggi per esempio avevo una mezza idea di andare in piscina, e invece credo sperimenterò il nuovo ferro da stiro, mentre farò una carrellata dei miei film preferiti. 
Ho deciso che faccio ricresce i capelli, mi mancano i miei ricci spettinati. 
Ho deciso che devo assolutamente, e sottolineo assolutamente smettere di procrastinare con inutili scuse, e tirare fuori il mio sogno dalla scatola che tengo sotto al letto. Me l ha augurato anche Alberto Angela. E per me che credo nei segni, è un segno. Ieri sera ho riletto un paio di cose che ho scritto e, perdincibbacco, mi sono data quasi della bravina... mi sono ricordata anche quella pubblicità della mastercard "regalare una copia a chi ti diceva di smettere, non ha prezzo". Sarebbe una bella soddisfazione. 
Ogni tanto butto l'occhio al telefono, ci sono pensieri e parole che mi arrivano da lontano, e mi fanno sorridere al display, e sembro un po' scema, d accordo. Ma mi piace lo stesso. 
Ho voglia di baci e abbracci, tipo quelle pomiciate da liceo, dove si stava abbracciati per ore e poi ti rimaneva sul mento il segno della barba di lui, ma che ti fanno sentire al centro dell'universo solo perché "lui" ti guarda con quello sguardo lì, e a te non serve nient'altro per sentirti felice. Ho voglia di un'idea, di una speranza, di un pensiero positivo da coltivare come faccio con le orchidee anche dopo che sono sfiorite. Ho voglia di non farmi prendere dall'ansia degli errori commessi, dalla paura di essere colpita di nuovo... ho voglia di provare a fidarmi della vita, senza pormi più domande del dovuto. Alla fine è risaputo che ha più fantasia di me. 



mercoledì 20 luglio 2016

Nessun rimpianto, nessun rimorso...

Andare e lasciare andare.
Senza ansia, senza pesantezza. Senza.
Decidere che tutto quello che si poteva fare lo si è fatto, alle volte pure smuovendo emozioni conto terzi, mobilitando sinergie alternative e inventandosi soluzioni là, dove sembrava non potessero esserci. E ritrovarsi tra le mani qualcosa in più del niente, ma inconsistente come zucchero a velo.
Sì, lo zucchero a velo è dolce. Ma è per definizione è polvere leggera, respiri appena e vola e via. Non lo puoi stringere, non lo puoi trattenere, e se preso da solo, tutto sommato non è nemmeno buono. Non ti dà soddisfazione, per dire.
Non c è rabbia, non c è recriminazione. Probabilmente certi rapporti sono come le vite, esaurito il karma si spengono. Hanno dato quanto c era da dare e poi si fermano lì. E' vero che se le cose contano, contano davvero, vale la pena di lottare, ma mi accorgo di essere stanca di lottare sempre e comunque da sola. Essere sempre la sola che si sobbarca il 90% del percorso, per andare in contro a chi, tutto sommato non pesa farmi aspettare.
Mi spiace, ma io mi fermo qui. Non chiudo porte e finestre, non mi barrico dietro ad un trincerato silenzio. Anzi. Semplicemente smetto di rincorrere e rispetto il mio passo, forse faccio una sosta o una deviazione. Chi avesse voglia di raggiungermi non ha che fare un cenno, mi fermo all'ombra e aspetto. 

venerdì 15 luglio 2016

...

Mi riesce solo di essere triste. Mi riesce solo di aver paura. 
Anche se la tristezza me la porto addosso come un'abito che spesso mi sta comodo, la paura la tolgo di fretta, come una maglia troppo stretta o una di quelle di lana che pizzica e mi dà un gran fastidio. 
Tra un po' riparto, questa volta per una vacanza sperata sognata e desiderata. Per una meta diversa più lontana, sempre procrastinata a momenti migliori. Pensavo che i momenti migliori fossero questi. E invece. 
E invece parto lo stesso. Anche se ammetto che l'idea di aeroporto e aereo mi inquietano. Che mi sono ritrovata a pensare che io non so, no posso e non riesco a correre. 
Ecco... è da stamattina che se mi immagino una scena terribile, mi ritrovo a vedermi ferma immobile. O comunque lenta, presa in giro da una sorta di "selezione innaturale"decisa anni fa. Magari domani farò una lavatrice e inizierò a pensare a cosa mettere in borsa. Spero solo di non infilare nessun'ansia da orticaria, nemmeno nel bagaglio a mano. 

venerdì 1 luglio 2016

Conto alla rovescia...

Di pronto non ho nulla. 
Di solito avevo già le cose da portar via sopra il comò della camera. Invece niente. Devo fare tutto stasera quando arriverò a casa. Strano per me decidere quasi tutto all'ultimo minuto. Quasi, perché la camicia per domani sera è lì che mi aspetta. è l unica cosa che ho scelto. E poi basta. Seguo il consiglio di un'amica. Porta due cose e te stessa. 
Torno a riprendermi la mia seconda casa. A respirarla di nuovo. Torno a farmi abbracciare da quelle strade che mi hanno vista scappare, desiderando solo che il treno arrivasse il prima possibile. Torno solo io. Non vedo l'ora di partire. Di fermarmi in edicola a prendermi il libro che aspetto da mesi. Di rivedere gli occhi amici che mi mancano. Questo è un viaggio breve, ma speciale. Ne sento il bisogno, ho delle vibrazioni positive che mi arrivano dall'idea che, in qualche modo sarà rivelatore. Forse per la prima volta parto senza parto senza carico di aspettative, solo con una manciata di calma. E di cuore aperto. 

martedì 28 giugno 2016

Di aria condizionata & zenzero...

Non mi piace l'aria condizionata. Trovo sgradevole già il nome. Perché condizionare l'aria? E poi mi costringe a tenere la porta dell'ufficio o le finestre di casa chiuse. In giornate come questa, di sole e brezza fresca tenere la porta chiusa è un delitto. E poi mi manca l'aria. Appunto. 
Guardo la settimana che si assottiglia e aspetto solo di partire. Dire che non vedo l'ora è un eufemismo, già guidando verso la stazione, alle prime luci dell'alba tutta la mia chimica cambierà, ma in questi giorni l'attesa sembra dilatare i singoli minuti trasformandoli. E poi tanto lo so che, da quando mi alzerò prima del sole per prendere il treno, a quando lo riprenderò lasciandomi il tramonto alle spalle, ci sarà solo il tempo di un soffio.
Nel frattempo cerco di sopravvivere: ai nani, alla gente di passaggio, alle rogne che si dispiegano in ordine sparso facendomi passare dalla volante della polizia ad una stazione dei carabinieri. Alla rielaborazione di pensieri e parole che mi si affollano nella testa, spesso accavallandosi. Come accadeva un po' di tempo fa. Con la differenza che sono diventata più brava nell'organizzarmi e nel fare ordine. E' strano e, per certi versi, non ci credevo molto. In realtà succede che abbia le idee chiare su tante cose. Su chi mi gira intorno, sui rapporti che intrattengo... Ho letto da qualche parte che il cibo zen per eccellenza è la consapevolezza.
La consapevolezza ha un sapore strano. Non è affatto appetitosa, come si tenderebbe a pensare. E' a tratti piccante e brucia un po' la gola. Forse è un po' come lo zenzero. Che picca sul palato sulla lingua... ha un sapore amarognolo che non apprezzi subito anzi, sul momento storgi il naso. Ma poi ti lascia un sapore buono... e ti viene da dire "ma sai che..." e magari ne mangi un altro pezzettino, o bevi un altro sorso di tisana... e forse ti pizzica ancora... ma scopri che ti piace. Ma soprattutto, fa un gran bene. Ecco. La consapevolezza, sa di zenzero. 

lunedì 13 giugno 2016

Considerazioni sparse...

Si dice che il cerchio magico fosse un posto in cui, se ci si poneva all'interno, si fosse al sicuro. Forse sarebbe tempo che, per lo meno di tanto in tanto, con talune persone, io imparassi a costruirmi un cerchio magico intorno. 
Ci sono meccanismi che ancora, nonostante l'età, io non ho ancora capito e non ho ancora fatto miei. E non so dire con sicurezza sia un bene o un male. 
Sono sempre stata dell'idea, ad esempio, che dovendo passare più tempo al lavoro che a casa, fosse bello creare un ambiente positivo, e sereno. Dove ci fossero dei buoni rapporti. Qualcosa che fosse sicuramente meno di un rapporto amichevole, certo, ma più del classico buongiorno/buonasera con cui ci si confronta per lo più in alcuni posti. E posso dire senza falsa modestia di essermi sempre impegnata per prima, perché questo avvenisse. Il portare la torta il lunedì di riunione, il rendere per quanto possibili partecipi i colleghi di quello che vivevo fuori. Non tutto, ovvio, ma ad esempio le mie fatiche "letterarie" chiamiamole così. Un modo per dire "non sono solo la segretaria con gli occhiali che risponde al telefono". 
Poi, sarà che mi confronto sostanzialmente con uomini. Sarà che mi confronto sostanzialmente con uomini per lo più con una vena di maschilismo piuttosto accesa e radicata. Ma sto valutando seriamente l ipotesi di gettare la spugna. Oggi hanno fatto i complimenti a R., e un regalo piuttosto costoso per il buon lavoro svolto nell'ultimo mese, ed è fuori discussione che sia stato bravo, che se lo meriti. Cosa che però, a me, dopo 8 anni di onorato servizio, non mi è mai stato fatto. Nemmeno un mazzo di fiori comprato dall'ambulante all'angolo della strada, nemmeno per il compleanno. Anzi, se un cliente fa presente la mia bravura, la cosa viene sminuita. 
Dovrei imparare a scindere molto le cose, gli ambienti, i rapporti. Io invece tendo ad essere sempre la stessa persona, con la stessa lealtà alla mano, indipendentemente da dove mi trovi. Ed è per questo che probabilmente poi ci resto male e rimango delusa. Perché ho questo modo di guardare oltre, che con certa gente non funziona. Non ne vale la pena. O forse mi faccio comprare con poco. Nel senso che poi do grande peso a gesti che, tutto sommato, non sono nemmeno così eclatanti, ma perché rivolti a me sembrano enormi. E non è sempre così. Dovrei imparare a prendermi quello che mi spetta. Né più né meno di quello che, semplicemente, mi spetta. Potrei inoltre smettere di pensare di poter cavare sangue dalle rape, a scindere davvero tempi e spazi. E magari, economizzare le energie, specie con chi, non si fa certo problemi ad economizzare le sue nei miei confronti. 



giovedì 9 giugno 2016

Al di là del muro...

Una delle cose che amo ripetermi, perché ci credo, è che: se non si prova non si sa. Non è un mantra che applichi a tutto, ci sono cose che non vale la pena di provare, non mi interessa provare e via discorrendo. Ma ci sono altre cose che ti lasciano lì perplessa, a fare i conti con il più classico del "vorrei non vorrei ma se vuoi". Ieri sera mi sono accorta che la mente andava in loop, piegata su se stessa e un pensiero del tutto sciocco se vogliamo, e che comunque non avrebbe dovuto occuparmi più di mezz'ora. Mi ci sono arrovellata tutto il giorno. Stamattina, in piena epifania, mi sono data una risposta, trovata la soluzione, e messa in opera. Pensiero archiviato in sei minuti e profonda soddisfazione. 
Ho la stessa sensazione quando scrivo qualcosa di buono. Se è un post mi dura poco, ma se è un racconto, ad esempio, su cui ho speso diverse ore ed energie, questo benessere mi si protrae per giorni. Mi piace. Benché sia la prima a dirmi che non mi capita così spesso. Soprattutto perché non lo faccio così spesso. Leggendo stamattina il post di un caro amico, mi sono accorta che mi entusiasmo molto per i lavoro altrui, per le idee altrui.
Meno per le mie.
Ci giocherello un po', come fanno i gatti con le palline di plastica, per alcuni momenti le trovo quasi divertenti. Poi le dimentico quasi annoiata. O forse, per meglio dire, poco convinta. Convivo con l idea che ci sia qualcuno che ha già "scritto diretto interpretato" meglio di me. Parafrasando il buon Fossati. 
La verità in realtà è un'altra. Fintanto che si scrive per sé stessi o in un blog fantasma, è come restare al sicuro dentro la propria confort zone.
Decidere di lasciare andare il proprio "bimbo di carta", come l ha chiamato ieri una cara amica, è accettare l idea che ti possano dire "no, non vale". O peggio "no, TU non vali". Del resto non sarebbe nemmeno la prima volta. 
E allora c è da chiedersi, è meglio restare nel limbo di un sogno coltivato, dove tutto ancora potrebbe essere ma di fatto non è, o correre il rischio di realizzarlo quel sogno. E scoprire cosa c è al di là di quel muro. Fosse anche una sconfitta, e l'idea di cercare un altro sogno da rincorrere? 

Come passa in fretta il tempo...

Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno.  Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...