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lunedì 25 maggio 2026

Come passa in fretta il tempo...



Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno. 
Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del libro con il suo caos e il suo disordine ma con persone bellissime a fare la differenza. 

Come sempre, quanto mi ritrovo qui tra queste pagine, è perché sto facendo luce e chiarezza dentro me, nell'idea di cambiare o, quanto meno, visto che 6 giorni fa ho compiuto la bellezza di 50 anni, reinventarmi un centro che mi assomigli di più. E quindi ho voglia, come sempre in questi momenti, di ricominciare a trovare un ritmo diverso, sono più incline ad ascoltarmi e pensare che di strada da fare ne ho ancora tanta. 
E forse, come social, le pagine meno chiassose del blog sono ancora una presenza rassicurante. 



mercoledì 11 febbraio 2026

11.02.2026 - Propositi di Presenza: come voglio abitare i miei giorni.

 
È vero ho saltato, per ora, i propositi della verità. Perché al momento non so proprio se riuscirei a barcamenarmi in merito alle cose che mi racconto, quanto mento a me stessa. 
Come voglio abitare i miei giorni? 
Oggi mi abito male. 
Ho sognato che la porta di casa non mi chiudeva ed entravano gatti e cani randagi. E non la vivrei male se non avessi avuto la sensazione di sottofondo di non riuscire a proteggere i Kiss. Era quella l'angoscia, di poterli lasciare in pericolo. 
Oggi ho l'ansia della pre uscita. Un angolo del mio cervello continua a dirmi che sarà una catastrofe, il libro non piacerà a nessuno, il racconto nemmeno, il mondo è pieno di persone autorevoli e preparate ma tra loro non ci sono io. 
Fossati l'ha spiegata benissimo, cantandola così:

Ti sembra tutto visto, tutto già fatto
Tutto quell'avvenire già avvenuto
Scritto, corretto e interpretato
Da altri meglio che da te

Vorrei abitare i miei giorni senza la sindrome dell'impostore comodamente adagiata sulle mie spalle. 
Avere quella fiducia in me e nelle mie capacità che non mi renda arrogante ma meno critica e meno angosciata davanti al lancio di un romanzo sui cui ho lavorato Tossani solo sa quanto, e che ora mi fa tremare i polsi. 
E, razionalmente, me lo dico: non valesse Mursia non ci investirebbe. Non starebbe facendo lavorare grafico, redattori, ufficio stampa... 
Sono dove devo essere. 
Ecco, me lo ripeto respirando e cercando di convincermi. 
Lo so. 
Sono stati d'ansia che arrivano, che colpiscono chi si mette in discussione, anche troppo forse come dice la mia psicologa, e che poi passano. Nel tempo ho imparato a riconoscerli e non a combatterli ma a viverli con l'idea che "ha da passa' a nuttata". 

Vorrei abitare i miei giorni sentendomi la padrona di casa e non in prestito. Questo sì. Però sono pure dell'idea che la consapevolezza non cada dal cielo ma arrivi con un continuo tendersi al miglioramento. O forse avrei bisogno, solo, di un po' più tranquillità: economica prima... emotiva poi. 

Mi rendo conto che non sia un proposito ben pianificato, ma in questo momento non credo di riuscire a fare di meglio. Ma forse, abitare i proprio giorni con consapevolezza, significa anche accettare di non avere sempre tutte le risposte pronte a portata di mano. 
Fosse così, sarei ChatGpT. 

giovedì 1 gennaio 2026

01.01.2026 - Propositi di Confine: cosa non permetto più.

 

E così, ci siamo. 

Ieri sera ho guardato "Un amore splendido". Quanta bellezza in un solo film. La gestualità di Deborah Kerr vale da sola tutto il film. Quel suo modo di camminare, quasi da ballerina di danza classica. E come muoveva le mani. Bellissima. 
Stamattina ho scritto a Tossani: "Diventerò una zitella gattara con la passione dei film vecchi". Che l'avevo guardato per necessità di romanzo5 e poi me lo sono goduto perché semplicemente stupendo. 
A ogni modo, finalmente abbiamo svoltato non una pagina ma tutto il calendario. Non mi mancherà, credo, il 2025. È vero: ho sempre avuto la passione dei numeri dispari ma credo che, per quest'anno, farò eccezione. Del resto se vogliamo rimescolare le energie si devono cambiare dei fattori, no? 
E a proposito di energie. 
Domani vado al cinema. Sento che Primavera è un film da vedere e domani mi andrò a godere lo spettacolo delle 15.20 come facevo da ragazzina. L'idea mi piace tanto. Ma ora è venuto il momento di concentrarmi: prima famiglia di "propositi". Ossia il "confine". 
Cosa non permetto più. 
Vediamo... il primo, banale forse ma non semplice, non ho più intenzione di leggere i commenti sui social, presenti nelle pagine di testate giornalistiche che parlino di fatti di cronaca, di manovre politiche e affini. Mi viene la gastrite ogni volta. E sì, lo dico anche con un certo tono snob. Se la gente imparasse a leggere credo che la società non sarebbe messa così male. 
* Non voglio più farmi consumare dai problemi altrui. Che non significa mettere da parte l'empatia, non tendere la mano. Ma mi rendo contro che quando qualcuno a cui voglio bene ha un problema vado in loop, il mio cervello si concentra solo su quello e non vedo altro se non il tentativo di una soluzione. Ma se mi esaurisco non sono di aiuto a nessuno. 
Negli aerei, quando mostrano le misure di emergenza, spiegano una cosa che va contro il "senso di pancia": la madre deve indossare per prima la mascherina di ossigeno, e poi metterla al figlio. E a dirla così sembra davvero un controsenso. Ma il punto è: se la madre perde i sensi, non può essere di nessuno aiuto al bambino. La logica c'è. Eccome. 
* Non voglio più guardarmi allo specchio senza benevolenza. Nonostante tutti i difetti estetici che questo corpo può avere, mi ha portata fino all'alba dei miei cinquant'anni. E non è stata cosa facile. Più di una volta avrebbe potuto arrendersi e non l'ha fatto. Posso solo mostrargli gratitudine. 
* Non voglio più ignorare le parole del Dalai Lama: “Lascia andare le persone che solo condividono lamentele, problemi, storie disastrose, paura e giudizio sugli altri. Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.” 
E per appoggiarmi a un'altra citazione, chiamo in causa Eleanor Roosvelt:
* "Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso". E non credo nemmeno di dover fornire spiegazioni in merito. 

Di sicuro me ne verranno altri, di propositi di confine, anche se già questi mi sembrano piuttosto impegnativi. Ma sono determinata a non cedere, che tutta questa determinazione non so nemmeno da dove arrivi, ma me la tengo stretta. 

lunedì 29 dicembre 2025

29.12.2025 - I buoni propositi di Zia Cettina

 

Mentre analizzavo il libro "I buoni propositi" di Sabrina Gabriele", per La compagnia del Segnalibro, ho chattato con Zia Cettina sull'abitudine al tipico elenco che si fa il 31 dicembre e si dimentica il 4 gennaio. 
Per chi come me ha sempre vissuto come "top" l'acquisto del diario di scuola, il vero capodanno emotivo lo vive di più a settembre, in realtà, dovremmo avere la capacità di rivedere il nostro sentiero indipendentemente dalla strada che facciamo. 
Eppure. 
L'anno che verrà, però, il 2026 è niente meno che l'anno dei miei 50 anni. Che a ben pensare non sono nemmeno pochi, anche se, spesso e volentieri, mi sento ancora un po' adolescente e un po' sciroccata. Dicono che i nuovi 50 siano i vecchi 40, e personalmente conosco trentenni che sono più vicini alla maturità di un dodicenne, ma forse non è il caso di focalizzarsi sul numero. 
Eppure. 
Eppure questo pensieri mi resta lì, di sottofondo o in background, per dirla in termini più moderni. E allora ho deciso che eliminerò i buoni propositi del 1996, ancora intonsi, e mi dedicherò a quelli del 2026 con una certa serietà. E no, non verteranno su "perdere 10 chili, iscrivermi in palestra" e altre banalità a tema, su cui gira intorno anche Bridget Jones. 
Con Zia Cettina abbiamo trovato cinque famiglie in cui dividere le sfide di quest'anno. Ne ho parlato anche al club del libro e alcune ragazze mi hanno chiesto di condividerle e allora, perché no. Le scrivo anche qui e nei prossimi giorni vedremo, insieme, di dare loro maggiore definizione. 

I buoni propositi del 2026
*Propositi di Confine: cosa non permetto più.
*Propositi di Coraggio: cosa faccio anche se ho paura.
*Propositi di Verità: dove smetto di mentire a me stessa. 
*Propositi di Presenza: come voglio abitare i miei giorni. 
*Propositi di Misura: scegliere il quanto, il quando e il con chi. 

Quest'ultima mi ha colpita particolarmente, perché dentro ci va l'imparare quando fermarmi, non spiegare più del necessario, non svuotarmi... e soprattutto comprendere e accettare che non tutto va salvato risolto e accompagnato, Zia Cettina ha aggiunto: "sai perché questa quinta è importante per te? perché sei accudente, senti molto, e perché hai passato anni a dare troppo o a toglierti troppo". Imparare la misura è scoprire l'equilibrio". 

Mi sembrano degli ottimi spunti di riflessioni e blocchi di partenza. 
Nel frattempo, ho comprato un rossetto rosso.
Il primo della mia vita. E mi sembra già di aver fatto una cosa grande. 



domenica 31 agosto 2025

31 agosto

Annamaria dice che la grande "pulizia" che ho fatto in casa, non è altro che un riflesso del lavoro che ho fatto dentro. 
Non è stata un'estate semplice questa, quando per estate intendo il mese di agosto.   
Agosto è un mese di grandi promesse mancate e aspettative disilluse. Anche quando lavoravo come dipendente aspettavo il mese "di ferie" pensando avrei fatto mille e una cosa e alla fine il caldo mi schiantava e combinavo pressoché nulla. 
Quest'anno non ha fatto eccezione. O per lo meno così credevo fino a quando Annamaria non mi ha fatto notare che ho lavorato "per sotto" un po' da carbonara. Che sono convinta di aver riempito borse di vestiti da regalare e, invece, ho fatto molto di più. 
L'estate dei miei 49 anni è stata quella dei pantaloncini corti. Indossati per sopravvivere al caldo impossibile, il primo giorno con immensa titubanza, io che ho le gambe grosse, i polpacci che mi ricordano gli anni di pallavolo, la caviglia non proprio sottile. E lei, la cicatrice di trenta cm e il ginocchio a polpetta. Eppure sono riuscita a uscire di casa, affrontare la strada e... fregarmene. 
Il primo giorno, appena fuori dalla mia confort zone, mi saluta M. che guardandomi mi dice: "oh be', se pure la Sacrato si veste così fa vero caldo". E io subito penso: "ecco, mi guarda le gambe, sono troppo grosse e io troppo vecchia e..." a fermare l'inizio dei pensieri sabotanti sempre lei, M.: "credo sia una delle prime volte che ti vedo con una camicia bianca". 
Ecco. 
"E i pantaloncini corti?", incalzo. "No, quelli non li avevo notati... stai bene. Poi, con questo caldo...". Sono bastate le sue parole a farmi pensare che non sarei tornata indietro. 

Nel contempo è accaduto un altro fatto particolare, tanto importante da farmelo scrivere anche alla psicologa. Ho trovato, finalmente, una parrucchiera che guardando la mia ciospa non dice "no, sulla tua testa no". Ile è una persona che ascolta, guarda e accoglie. Il suo essere possibilista mi ha dato una nuova energia e, mentre cercavo un taglio strategico e molto corto guardando foto su foto di modelle bellissime, mi sono accorta che i miei capelli stanno tornando mossi, quasi ricci. Sono anni che facevano quello che volevano e in modo piuttosto pacato tendente allo smorto. 
"In mezzo a tante sfighe, la menopausa regala qualche gioia", mi dice la mia ginecologa. E questa volta non parla solo delle mie tette lievitate. 
Così ho cercato le foto in cui mi sentissi io. In cui mi guardo e mi ritrovo, mi riconosco. E sono quelle dove ho i capelli molto lunghi, molto neri e molto selvaggi. Ecco, il fatto eclatante è che "ho scelto me". Dopo centinaia di foto di modelle strabelle, molte delle quali pacioccate con l'A.I., ho scelto una mia foto del 2019 e ho chiesto a Ile di farmi tornare così. E lei mi ha risposto "va bene, facciamo". 
Tre parole e una virgola. Ci vuole così poco, alle volte. 

A ogni modo, domani è il primo settembre. È capodanno, per me che già penso ai colori e ai toni dell'autunno. Settembre è il mese del fare, che l'aria è più fresca, si respira e non si appiccica. 
È il momento di studiare una strategia, di mettere nero su bianco quello che si vorrebbe ma, soprattutto, cosa fare per andarselo a prendere. 
Iniziano le semine, le idee possono prendere forma senza sudare; si ricomincia a scrivere con il tintinnio della campana a vento che è rimasta immobile e silenziosa tutta l'estate. 

Insomma, arriva l'autunno e io rinasco come una Amanite Muscaria. Sempre velenosa, ma con più simpatia. 

domenica 20 luglio 2025

Di decluttering, di fecebook e di grandi speranze...

 

Da qualche tempo ho deciso dedicarmi a un decluttering "estremo". Attendo i giorni di ferie che verranno per rimettere mano al mio mondo e dargli la forma che ho in testa. 
Mio padre lo diceva quarant'anni fa: non bisogna rincorrere il superfluo. E in effetti vivevamo in quattro persone in 55 mq, senza grandi difficoltà. C'erano solo due armadi in casa, e nemmeno dei quattro stagioni. Eppure si viveva bene. Certo, Madre era a casa, per lo più e quindi faceva un'enorme differenza. Ma se io, che abito sola, ho in mano le felpe piegate e ho difficoltà a capire dove metterle perché "non ho spazio", allora c'è qualcosa di distorto. In attesa dei famosi giorni di vacanza, ho iniziato dal bagno per proseguire con uno . Voi direte: che ci sarà mai in bagno di "superfluo". Ho l'imbarazzo della scelta.
A partire da quei campioncini che solitamente regalano alcuni negozi, che appoggi lì e non userai mai. Specie li shampoo, ad esempio. Alla mia ciospa una bustina non basta nemmeno per sentirne il profumo. I barattoli usati, finiti e magari non buttati, i trucchi o le creme scaduti... Insomma, a guardare bene c'è di tutto di più. 
Ho provato a girare per casa, con un quaderno in mano, annotando quello che "a vista" posso far sparire con una certa serenità. Ho aperto lo "stipetto delle borse". Qui è stato un po' diverso: ogni borsa è un viaggio, un ricordo, un momento vissuto. Il punto è che, alla fine, stiamo parlando di oggetti. Sono sempre oggetti. Siamo noi a caricarli di ricordi, aspettative... a umanizzare ciò che ci trasmettono. Ma alla fine, gli oggetti sono oggetti. 
A parte i peluche, a cui dedicherei un capitolo a parte. 

Nel mentre Facebook ha disabilitato il mio account. Sul perché ancora non mi è chiaro perché Fb non è prolisso, ti dice "hai fatto una minchiata" e non dà spiegazioni. Un po' come i genitori quando dicevano "perché no" e chiudevano il discorso. Quindici anni di post, di immagini, di emozioni, canzoni... passaggi di Vita fondamentali e non. 
Non volevo fare un decluttering violento e "assoluto", Meta mi ha ascoltata alla lettera. Aspetterò un paio di giorni e poi vedo cosa fare, anche se, secondo me, l'unica cosa sarà aprirne uno nuovo. Non mi sembra tanto grave: quello che ho vissuto negli ultimi 15 anni lo so io, lo sanno le persone che mi stanno accanto. Non sarà un colpo di spugna virtuale a farmi venire dei rimpianti. È solo un po' straniante. 
Quello sì. 

Nel frattempo dovrei iniziare l'editing dell'ultimo romanzo. Uscita prevista a gennaio. È una storia a cui tengo, tanto, tantissimo. Tra quelle righe sì, mi sento di mettere tanta speranza. 

martedì 15 luglio 2025

Il successo

 

Quando ero piccola i dolci erano "i pasticcini della domenica". E nemmeno di tutte le domeniche. Uscivo da Messa e tornavo a casa, Madre mi dava cinque mila lire e mi mandava a prendere quattro pastine o un vassoietto di mignon. 
Giornata speciale. 
Associai così bene "i pasticcini" alle giornate speciali, che quando i miei compagni di scuola portavano i dolci o le paste per i compleanni, io ne conservavo sempre una parte
 per Luca. 
Se c'erano due fette di torta, una la mangiavo e l'altra l'arrotolavo nel tovagliolo di carta e poi la portavo a casa tra le mani così non si sarebbe rotta in cartella. Se erano pasticcini lo stesso. Dividevo a metà. Nella mia testa non era giusto che io avessi una cosa così speciale e mio fratello no. Un giorno feci ridere mamma perché trovò una di quelle pastine alla frutta con la crema pasticcera intero e uno spezzato a metà. Avevo messo l'acino di uva nella parte per Luca e avevo tenuto per me la fragola. Madre mi guarda e io le rispondo alla domanda non fatta: «La maestra ha detto che ne potevamo prendere tre a testa...».

Sono passati molti anni da quel dì, ma la mia mentalità è la stessa. Se ho qualcosa o mi capita qualcosa di bello tendo a condividerlo, rendere partecipe chi mi sta accanto, che a festeggiare da soli mette 'na gran tristezza.

Ieri parlavo con un'amica sul fatto che, in ambito editoriale, ci siano realtà che assomigliano a vasche di piranha, altre di squali ma, per fortuna, ci siano anche tantissime mani tese. Come sempre fanno più rumore i piranha quando banchettano che le mani quando si stringono, ma mi piace pensare che, come diceva il buon Leo (Tostoj): "la felicità è reale solo quando condivisa". 

Ma allora cos'è per me il "successo"? 
In linea di massima è arrivare a fine giornata pensando di essere riuscita a schivare la maggior parte dei pattoni che la Vita riserva. Cosa nient'affatto scontata. 
E poi? Se penso ai libri scritti, da scrivere e da pubblicare?
E poi è difficile, perché non riesco a ricondurre il concetto a una mera questione di denaro, e mentre ancora mi arrovello, stamattina Facebook mi ricorda le parole di Ezio Bosso, di qualche anno fa:

"Ogni volta che tocco quel tasto, ho raggiunto il successo. Ogni volta che ricomincio, ho raggiunto il successo.
Perché il successo è che cosa? Non lo so, non mi interessa. Mi interessa la musica; mi interessa la gratificazione più bella: vedere che qualcuno che cresce intorno a te e un po' anche grazie a ciò che fai. E questo c'è ogni volta.
Spesso si confonde il successo con la fama o con il riconoscimento, invece la musica di cui mi occupo è una musica che dice che tu non ci sei, tu sei al servizio della musica. E in questo, sapete, un po' tutto è così, anche un medico, qualsiasi mestiere intraprenderete voi sarete al servizio di qualcosa o di qualcuno.
E questo vi darà la gratificazione: vederlo felice, vederlo crescere, farlo mangiare bene. Tutto questo è la gratificazione, ed è sempre una questione umana, di rapporti. E quando ci sarà questo è una delle cose più belle: un grazie, un sorriso.
(...) Ecco, non inseguite il successo, per favore. Inseguite la passione che è anche un sacrificio, inseguite la crescita, la curiosità. Per me è quella la parte che mi ha salvato".

Ecco, credo che l'abbia spiegato molto meglio di quanto possa fare io. L'ho incontrato una sola volta e mi rammarico di non aver avuto la possibilità di salutarlo di nuovo. Secondo me, per indole, avremmo pure diviso a metà un pasticcino. 

domenica 13 luglio 2025

Sì, ricominciare...

 
Uh, quanto tempo. 
Quanto tempo che non torno qui pensando a un blog nel modo in cui sono "nata blogger". 
La prima volta che pubblicai un post su Sodalite, mi ero separata da poco, avevo le pezze al culo e sapevo solo una cosa: volevo fare la scrittrice. 

Oggi sono single da tanto, ho ancora le pezze al culo e faccio la scrittrice, in alcuni mesi dell'anno. Negli altri lavoro per pagare l'affitto. Però so una cosa: voglio continuare a fare la scrittrice. Anche se non so se la definizione che io do al termine sia la stessa del pensiero comune. In realtà, se mi guardo intorno, a parte taluni casi e amiche belle, pare che ci sia una rincorsa alla rendicontazione di fine anno. Contano le copie che hai venduto, non le emozioni che hai messo su carta. 
Certo, gli editori sono imprenditori. Ognuno con il proprio nome ed è ben diverso da "Fate bene fratelli", ma da questo lato della barricata, beh' le cose sono un po' diverse. 

E, comunque, "certo": a chi non piacerebbe vivere di scrittura, magari piazzare il proprio romanzo in tv e capare di diritti televisivi? A me tantissimo. Il punto è che sono dell'idea che ci siano pure millemila persone più brave di me e che meriterebbero quell'opportunità. Ed è come vincere un Superenalotto. Tutti noi abbiamo qualcuno che ha un cuggino che ha comprato un gratta e vinci in un momento di scoramento, ed è diventato milionario. 
Ma le probabilità di diventare quel "cuggino"? Mah. 

E nel mentre in cui si spera? Che si fa? No... dai... non ditelo. Nel mentre bisognerebbe vivere. Al meglio che si può con ciò che si ha. Che non è poco. Non è affatto poco. I TG ce lo dicono ogni santo giorno che quello che abbiamo non è poco. 
Qualche ora fa, qui a Padova, c'è stato un temporale. Ho messo le finestre in ribalta, sistemato le piante in sicurezza perché non si rompessero in caso di grandine, e poi mi sono stesa a letto ascoltando la pioggia contro i vetri. 
La pioggia. 
Contro i vetri. 
Non le sirene che annunciano un bombardamento. 

C'è molto di cui essere grati e con grande facilità spesso ce lo dimentichiamo. 
Da qualche giorno, medito su questo. Su questo e su come posso fare a cambiare quelle cose della mia vita che non funzionano più. Non in senso negativo, semplicemente non rispecchiano più la persona che sono oggi. 
Quando ho detto al mio amico B. che sono cambiata, che i cinque mesi in cui sono stata davvero male mi hanno cambiata, mi ha risposto: "Sarebbe peggio se fossi sempre uguale a te stessa di prima". 
Già. 
Allora che si fa? 
Intanto torno a scrivere come feci tra le pagine virtuali di Sodalite, che per inciso è ancora la mia pietra preferita. 
Questo blog riprenderà vita e non parlerà più solo di libri e di scrittura ma anche di Vita. Oddio, la mia, che non so se sia così interessante ma è l'unica che ho e che vi posso offrire. 

Ora vado a togliere le lenzuola cariche di polvere che hanno ricoperto queste stanze, apro le finestre e magari rimetto qualcosa nel frigo e ho portato pure un bollitore per le tisane.
Ho in mente un bel po' di cambiamenti e, se ne avrete voglia, mi troverete qui a raccontarveli. 

Sono tornata. 
Syssa 

venerdì 6 ottobre 2023

Pensieri sconnessi...

 

Non c'è motivo di sorta per cui lamentarmi. Eppure non riesco a ignorare questa sensazione di vuoto che mi si è infilata tra lo sterno e il diaframma e mi sembra aumenti di volume a giorni alterni. 
Una volta ho letto, da qualche parte, che quando non si ha voglia di niente si ha bisogno di tutto. 
Io credo, al momento, che la cosa che mi manchi di più sia il coraggio. 
Il coraggio di cambiare idea, di smettere con questa ostinazione e lasciare andare. Perché quando qualcuno non ha più bisogno di te, lo si deve lasciar camminare con le sue gambe, per la sua strada. Che mica è detto che quella strada ti appartenga. 
Di solito non mi appartiene mai. 
Ci sono, solitamente, altre priorità e situazioni, altre persone e altre vite. Ci sono esigenze e cose da capire. Ci sono sempre cose da capire. 
Cose. 
E io capisco. 
Ecco, in giorni tipo questo, non so se ho tutta questa voglia di capire. 

giovedì 14 settembre 2023

L'Enigma del gatto

È una mattina in cui mi manca un po' il respiro.
L
a stanza mi sta stretta, i pensieri si accalcano come giocatori di rugby che si muovono al ritmo di un haka che nemmeno gli All Black.
Ogni tanto mi dico: "esco dal bunker e vado a respirare" ma non è la stessa cosa che farlo in faccia al mare.
Ogni tanto ho la sensazione di non aver guardato abbastanza, di non aver detto abbastanza, di non averci provato abbastanza.
Per decidere se comprare o meno una maglia da sei euro ci penso due giorni, per decidere di tagliare i ponti con una persona o con un passaggio importante della mia vita, spesso impiego meno di sei minuti.
E non sbaglio.
Quasi mai.
Il che sembra una contraddizione, certo non ho mai brillato per coerenza, ma per lealtà sì. Mi si trova sempre dalla stessa parte.
Sono una che hai i tatuaggi.
Sono una di quelle che crede nei sempre e per sempre.
Sono giorni che mi manca il respiro.
Per me, per una responsabilità che ho cercato e voluto e un po' mi spaventa ma condivido con un'altra matta idealista come me.
E ogni volta che le parlo mi dà coraggio.
Per un viaggio che non è solo mio, ma pure un po' di qualcun altro.
Per un progetto in cui credo così tanto che non vi so spiegare, ma proverò a farlo nei prossimi giorni.
Mi manca un po' il respiro perché lei oggi mi ha detto "Siamo in Stampa".
E mi manca il mare.
Perché ho scoperto che tra il mare e le ginestre lì, io respiro.

Ci siamo... il 4 ottobre, in libreria. 




giovedì 1 giugno 2023

Le discese ardite e le risalite...

 

Questa foto la conservo nella memoria del telefono come promemoria. L'ho scritto diverse volte: a ridosso di un evento traumatico, a cui sopravviviamo, la visione della vita cambia e per un certo periodo rivediamo ogni priorità, le emozioni sono amplificate e veniamo proiettati in un'altra dimensione. Poi torna la routine, la tensione emotiva si allenta, la polvere torna a sedimentare anche nelle nostre vite. 
Per certi versi è pure meglio così, non si può vivere costantemente sotto pressione. 
Però questa foto mi ricorda che, in una mattina qualunque quando meno te l'aspetti si può cadere. 
E ci si può fare male, molto male. 
Questa foto mi ricorda che la vita, che ha più fantasia di tutti noi messi insieme, ci sbalza da un binario all'altro quando e come vuole e si prende tutto il tempo che vuole per farsi gli affari suoi. 
Questa foto mi ricorda che, salvo complicazioni gravi, se ne esce. Segnati, colpiti, acciaccati e confusi. Ma se ne esce. Alla faccia dei prognostici, della diffidenza, delle diagnosi e pure di chi se la ride.
Non sempre, certo, ma spesso se ne esce più forti di prima. 
Questa foto mi ricorda il mio stupore nello scoprire una forza che a tutt'oggi non ho idea di dove fosse nascosta, che sono stata brava. In quell'occasione sono stata davvero brava.
Soprattutto... 
Mi ricorda che alcune delle difficoltà che oggi mi rattristano, anche se importanti, a distanza di tempo quando saranno alle spalle, potranno essere guardate dicendo: "ma vaffanculo, va". 

lunedì 7 novembre 2022

Jean Claude Izzo

 

Se è vero che c'è tempo e modo per ogni cosa, questo detto vale anche per i libri, almeno per me. 
Me ne hanno parlato in molti, in diversi periodi della vita, ma non mi ero mai decisa a leggerlo, perché? Non lo so. Ma passavo dritto pensando ad altro. 
Poi una giornata a Roma, l'idea di farmi un regalo, un messaggio che arriva al momento giusto e dei tarocchi che, un po', ti fanno pensare. E tra storia, sentimenti e un pizzico di magia scatta la scintilla e Izzo torna a Padova con me. 
Non sono una persona che legge in fretta. I libri li tormento: leggo, torno indietro, sottolineo, e sì, faccio anche le orecchie alla pagina. Perché un libro è come un amante: lo devi vivere, respirare, mordere se ti viene voglia. Come dice Fabio: si deve amare accettando il rischio di perdere, e il rischio di perdere non passa per una vita dalle pagine intonse. 
Frasi tagliate con il bisturi. Una Marsiglia dai toni freddi e colori cupi stesa al sole violento del Mediterraneo. 

Parlando con lui, raccontandogli le mie sensazioni, ho detto che le pagine di Izzo mi ricordano le tele di Caravaggio. Il buio, profondo angosciante spezzato da tagli di luce che accecano. Lo stesso tormento. 
Fabio Montale è un uomo che prenderesti per le spalle, lo scuoteresti con forza per togliergli di dosso quel rimpianto in cui annega mescolandolo al whisky. Ma è impossibile non amarlo. Impossibile non trovare nei suoi occhi la stessa lama di luce del pittore milanese. Nonostante la morte lo perseguiti rincorre l'amore e tutta la sua forza travolgente, anche se è un artista nel lasciarselo sfuggire dalle dita. 
Lui e il suo chiodo fisso. Lole. 
Leggere Izzo è faticoso nei primi 30 secondi, poi prendi il ritmo e ti rapisce ti trascina con sé tra i profumi delle erbe e delle spezie di una realtà multietnica e tormentata. Nello schifo e nella morte dove ci si trova a muoversi con il fango alle ginocchia e le mani imbrattate di sangue. 

L'idea era quella di leggerlo, di assaporarlo pian piano, studiandone le sfumature. Non ci sono riuscita. Ho finito la trilogia in due settimane, vissute con un'intensità che non ricordavo, soffrendo ad ogni colpo di pistola o ferita da taglio. Ho sperato che la vertigine cambiasse, man mano che leggevo ma pare che la vita si faccia gli affari suoi anche nei romanzi. Non bada a noi lettori. 

Mi sento improvvisamente sola. 
Come se un amico fosse partito senza salutare, se ne fosse andato distante lasciandosi alle spalle solo il silenzio di una scelta non contrastabile. Chiudere l'ultima pagina e sentire violenta, alla bocca dello stomaco, la sensazione di perdita. 
Questo è Scrivere. 

domenica 4 settembre 2022

I biker boots (racconto pubblicato da La Repubblica il 16.06.22)

Una delle cose che ho ereditato da papà è la sua scala da imbianchino. Nonostante avesse più di cinquant'anni di onorato servizio permetteva a me, zitella e puffa, di cambiare autonomamente le lampadine, raggiungere la parte più alta dell'armadio e degli stipetti della cucina. 
A quella scala voglio bene, nonostante soffrissi di vertigini e riuscissi a malapena a salire fino all'ultimo piolo. Ha ancora sull'acciaio tutti i segni delle varie tinteggiature di casa nostra, un arcobaleno di ricordi mescolati ai colori. A ben guardare troverei ancora l'azzurro confetto quando nacque mio fratello, e il bianco panna di quando nacqui io, dal momento che condividevamo la stessa camera e il colore neutro evitava inutili battibecchi.
Mi ha accompagnata nei tanti traslochi e in quasi tutte le mie faccende fino a quando il legno della pedana ha iniziato a scricchiolare a ogni salita e no, prima che lo pensiate, non dipendeva dal mio peso. Certo, la usavo con parsimonia benché fossi convinta che non mi sarebbe successo nulla: mio padre, dall'aldilà, non l'avrebbe permesso. 
Invece, qualche mese fa, l'amata scala si è arresa all'inclemenza del tempo e a rischiare lo schianto è stato il tecnico durante la pulizia della caldaia, anima santa. Ma grazie al suo fisico atletico e a me che l'ho afferrato al volo, non si è fatto nulla. (Avreste dovuto vederci: lui appeso alla caldaia, io che lo reggevo per le gambe come si faceva con gli impiccati nel vecchio West. Potrei serenamente definirlo il contatto più intimo avuto con un uomo negli ultimi sei mesi.) A ogni modo, la scala sta bene. 
Si gode il pensionamento e la sua nuova vita, che col cavolo che la butto. Mi sono inventata di trasformare i suoi pioli in porta scarpe. O meglio dovrei dire in porta biker boots che sono gli stivaletti che adoro, uso con più frequenza e sono diventati, negli ultimi dieci anni, la mia copertina di Linus.
Dovete sapere che ho sempre amato i tacchi. Vivevo sui tacchi, correvo incontro alla vita sui tacchi, non ho mai giocato a tennis altrimenti credo avrei fatto pure quello, sui tacchi.
Fino a quando il destino non si palesò sotto forma di un incidente stradale che parcheggiò la mia vita, di lato, per un anno e mezzo: tempo che mi servì per aggiustare ossa e legamenti, oltre che imparare a camminare di nuovo. 
Le cose andarono all'incirca così: dopo aver volato al di sopra dello scooter, ho spalmato la mia tibia sinistra lungo sei metri di asfalto, centimetro più o centimetro meno. Il primario di ortopedia si avvicinò a mio fratello e, abbassando gli occhiali fin quasi alla punta del naso, gli disse una cosa tipo: «Cercherò di semplificare, immagini di avere tra le mani un pacco di farina e lo sbatta con forza a terra. Ecco, la tibia di sua sorella ha subito un trauma molto simile. Se avesse avuto quest'incidente solo cinque anni fa, probabilmente avremmo amputato. Ma sua sorella è fortunata: sua sorella ha me». Mio fratello spostò parte dell'ego ingombrante del chirurgo dalla propria faccia e annuì con l'espressione di chi pensa: “Faccia un po' come le pare, ma la rimetta in piedi”. 
Scoprendo di avere la mia stessa passione per il riciclo, il chirurgo prese una parte dell'osso del mio bacino e lo schiaffò sotto al ginocchio, poi puntellò il tutto con due placche di titanio e un numero non meglio precisato di chiodi. Non sciolse però la prognosi proprio bene: avrei camminato? Sì. Ma sul come non era dato di sapere. O meglio: le espressioni, le alzate di spalle e prolungati e sospirati silenzi non lasciavano presagire prospettive rosee, ma… A volte l'unica salvezza in un momento così difficile è... fare gne-gne. 
Gne-gne al pessimismo cosmico, alle sentenze senza grandi speranze, a chi solo guardandoti pensa di aver capito di che pasta sei fatta ed essere in grado di vedere il tuo futuro riflesso nel flacone della flebo. 
Gne-gne a un destino che vedi avverso e che sembra portarti via se non tutta una buona parte della tua vita, quella delle passeggiate in montagna, delle maratone con le amiche, dei corsi di tango argentino, anche se forse non hai mai voluto iscriverti a un corso di tango ma nel momento in cui ti dicono che non potrai mai più allora, e solo allora, scopri di essere una tanghera mancata.  
Per non parlar dei tacchi. Che ne sarebbe stato delle mie scarpe con il tacco? Dello sculettare con passo audace e seduttivo? Provai, credetemi, a usarle ancora. Il dolore era inaffrontabile. E non era solo una questione di scarpe.
Immaginate il mio sollievo quando, in uno dei tanti momenti di cazzeggio in rete, venni a scoprire che anche Coco Chanel prediligeva la comodità, una delle sue celebri frasi è: “la vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento”. Amava, quindi, le scarpe basse perché si deve incedere sicure verso la vita.
Leggere quelle poche righe cambiò ogni mia prospettiva.
Certo, forse Mademoiselle non pensava a degli stivali da rocker, ma sono dettagli.  
Amo i biker. Sono diventati il mio punto di riferimento. Al contrario di me si sposano facilmente: che sia con i jeans o il classico tubino nero non importa; che li si indossi in inverno o, per chi ama gli azzardi, con la bella stagione, sono comodi sempre.
Mi fanno sentire al sicuro, sorretta e salda sulle mie posizioni. Perché, diciamocelo: la scelta delle scarpe, per una donna, non è una mera questione estetica.
È uno stato mentale.
Se i tacchi alzano l'orizzonte visivo, danno la sensazione di slanciare la gamba e rendono seduttiva, i biker ti donano una stabilità anche emotiva. Ti fanno procedere a grandi falcate verso il futuro, resistere contro la pioggia torrenziale o un destino impervio, sostengono i tuoi passi e pure i calci ben assestati, all'occorrenza.
L'incidente mi ha insegnato a camminare più piano, a rispettare il mio tempo e il mio corpo e a fermarmi quando è il momento, i biker mi hanno permesso di accettare il mio essere imperfetta e a vivere la mia invalidità con stile. Per me sono un simbolo, se non di rinascita, sicuramente di ripartenza; ma soprattutto di presa coscienza della mia forza e della mia ostinazione, quella che mi ha permesso di tornare a camminare quasi come prima, alla faccia delle premonizioni scettiche e disfattiste. Come se un po' del loro carro armato avesse rivestito il cuore impedendogli di spezzarsi, e facendogli trovare la forza di andare avanti. 
Ma se volessi sculettare in modo audace e seduttivo? Quello lo posso fare pure scalza.

domenica 24 aprile 2022

Piove deserto - Ciro Auriemma e Renato Troffa

 
Davide e Leo sono amici da che hanno memoria, uniti da un legame fraterno che sembra destinare a durare per sempre. 
Ma, come spesso accade, il per sempre è un concetto relativo anche nei rapporti e nei sentimenti. Esiste fino a quando almeno uno dei due ci resta aggrappato con tutte le sue forze. 

E così mentre Leo lascia Carloforte e rincorre una vita diversa da quella di suo padre e quanto più possibile distante da tutto e tutti, Davide resta nella sua Sardegna e costruisce la sua famiglia e prova per anni a mantenere il legame vivo con quel fratello sempre più distante, e non solo per i chilometri geografici. 
Ma a distanza di quasi trent'anni è proprio Davide a costringere Leo a tornare a casa.
Morendo.
Di una morte sospetta, che come in ogni paese piccolo che si rispetti, dà più spazio ai pettegolezzi e ai dubbi. Ci torna per amicizia, forse, ma soprattutto perché incaricato dalla sua agenzia di investigazione a condurre un indagine per conto della compagnia assicurativa. Davide è davvero morto all'interno della fabbrica dove lavorava? O era scappato da qualche parte con un'amante? O ancora, poteva aver scoperto una verità persino più grande di lui e aver pestato i piedi sbagliati?

Quella raccontata da Auriemma e Troffa è una Sardegna lontana dalle spiagge di turisti svogliati e il profumo del mirto decantato in mille e più modi. Un odore in particolare mi ha accompagnata durante la lettura: odore di ferro e di acido. Non so se vi sia mai capitato: in una delle mie vite precedenti lavoravo in una ditta di ricambi auto e in magazzino avevamo un muletto. Quando lo si metteva sotto carica l'acido delle batterie iniziava a ribollire e, anche se ero troppo lontana per sentire il ronzio dell'elettricità, me ne accorgevo perché l'acido mi creava uno strano prurito ai denti. Non saprei come altro descriverlo. Durante la lettura del romanzo quel prurito mi ha fatto compagnia, mantenendo sempre alta la tensione e l'attenzione. 
Leo non è un personaggio facile, come non lo è il suo passato e tanto meno il suo presente. È un uomo che ha perso. Su tutti i fronti.
Ma la narrazione in prima persona ci costringe a sederci, camminare, piangere e godere, anche, con lui. Il dolore delle botte, le ferite mai rimarginate. Osserviamo la vita con i suoi occhi, quelli di un uomo che non è mai stato e non si trasformerà in un eroe nel corso della storia; gli occhi di un uomo che prova, con i mezzi che ha, a fare del proprio meglio nonostante la sensazione di inadeguatezza che lo accompagna costantemente.
Eppure si fa fatica a non entrare in empatia con il suo dolore, tanto che ad un certo punto le carte si mescolano e se da un lato c'è un mistero da risolvere, dall'altra c'è una vita da rimettere in piedi e si seguono entrambi i filoni con la stessa passione. Perché, alla fine, Leo potrebbe essere uno qualsiasi di noi ma spogliato di tutto ciò che è "sicurezza" nella nostra vita. Uno di quei casi in cui saremmo tutti disposti a dire "a me non capiterebbe mai" fino a quando non ci si trova proprio nel mezzo del ciclone. 

Così come spesso accade nei romanzi di Camilleri, anche in quello dei due autori sardi, l'indagine è l'occasione di raccontare anche dell'altro, sposando l'attenzione ora su un piano, poi sull'altro senza mai perdere di vista l'obiettivo ultimo.
E sarà ancora una volta Davide ad accendere una luce nella vita di Leo, segno che quella sua amicizia ostinata e la perseveranza nel voler tenere vivo il loro rapporto, l'aver faticato per entrambi non è stato vano. 

Ho letto questo libro in un pomeriggio, con quella fame che arriva dalla voglia non solo di conoscere una storia, ma di scrutare il dietro le quinte della sua struttura. Mi sono ritrovata all'ultima pagina con un mix addosso: tristezza e nostalgia, come quando si è alla stazione pronti per tornare a casa e si vorrebbe invece fermarsi ancora un po' in quel posto e non lasciare quegli occhi che fanno, ormai, un po' parte di noi.
Ad averlo saputo, probabilmente, l'avrei letto con più parsimonia.                                                              

martedì 19 aprile 2022

Alma che visse in fondo al mare - Martin Rua

Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, soprattutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere.

Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.

Che io abbia un'ammirazione sconfinata per Martin Rua è risaputo, ma credete: non sono io di parte, è lui che scrive dannatamente bene. 
Dalla scrittura sapiente di Martin mi sono lasciata accompagnare a Procida, in una storia lontana dai thriller da tachicardia a cui mi ha abituata, ma immersa in una morbida storia di arte e cuore, dai caldi profumi di un'estate degli anni '60. I protagonisti due ragazzi, Alma e Napoleone. Quasi una dea lei per bellezza e intelligenza, giunta nell'isola che ha dato i natali a suo padre per una vacanza. Un artista lui, spesso accostato a Caravaggio per il suo grande talento ma in prestito all'attività di pesca del padre.
La magia del loro incontro si riverserà su tutta l'isola e non tarderà a sfiorare ogni suo abitante; non mancano il mistero, la magia, la superstizione e quella sfumatura di esoterico che ci accompagna tra i vicoli e le onde. Di pagina in pagina Procida si mostrerà in tutta la sua prepotente bellezza, non come semplice scenografia di una storia ma come personaggio principale. Sempre presente ma non ingombrante. 
La scrittura di Martin, poi, non ha bisogno di presentazioni: i tratti poetici a volte lirici delle descrizioni, le battute e l'ironia in punta di fioretto, metafore mai banali e linguaggio ricercato senza essere mai astruso, rendono la lettura scorrevole, un pizzico romantica e spesso divertente. 
Uno di quei libri che, un volta finiti, li si guarda già con un po' di nostalgia nel riporli in libreria

lunedì 14 marzo 2022

Virgole Anarchiche

 

-  Perché Virgole Anarchiche?
Perché più che selvagge le virgole sanno essere delle vere combattenti anarchiche.
Ci hanno insegnato a usarle per cadenzare il tono e il respiro, ma se mentre scriviamo ci piglia l'ansia le si mette un po' così, con spirito di goliardia. 

-  Cosa offrono le Virgole Anarchiche? 
Un servizio come redattrice freelance, scrittura di memoriali, correzione testi e delle tesi di laurea, temi, battitura e trascrizioni, lettere aziendali e pure quelle sentimentali se volete tirar fuori il Cyrano che è in voi ma proprio non vi riesce. 

- Perché è importante ripulire un testo prima dell'invio a un cliente, alla tipografia o a una casa editrice?
Perché se è vero che ogni singola parola che riversiamo sulla carta è sinonimo di lacrime e sangue, è altresì vero che presentare a una casa editrice, al relatore, all'oggetto dei nostri desideri un testo sudaticcio, insanguinato e carico di refusi non è un bel biglietto da visita. Sarà un po' come portare il vostro abito migliore in tintoria e riprenderlo pulito, stirato e profumato, pronto per vivere il grande momento. 

Per ogni informazione potete contattarci a: virgole.anarchiche@gmail.com 


Vi aspettiamo! 

venerdì 22 ottobre 2021

#anzianitudine

 

Sto invecchiando. Me ne rendo conto a giorni alterni, e i segnali si sprecano. Intanto mi alzo dalla sedia o dal divano dicendo "ohissa..". Non è un buon segno. Ho tantissima pazienza e sono accomodante su molte cose, alcune delle quali mi facevano infuriare quando ero più giovane, tipo svegliarmi e scoprire di aver finito il caffè, oppure i gatti che ballano la tarantella alle quattro del mattino, la pizza senza il rafforzino di mozzarella... Per contropartita mi trovo a incazzarmi per cose che prima sopportavo perché pensavo di meritarmi. Tipo la gente spocchiosa, quella che pretenderebbe di insegnarmi a vivere o di dirmi cosa sono o non sono, cosa posso o non posso fare. E, credetemi, è vera quella frase che dopo i 40 anni le frasi che iniziano con "devi" non si ascoltano più. Non sopporto chi ha la pretesa di controllarmi, poco o tanto che sia. Chi devo vedere, quando. Cose che nemmeno mia madre non considera più. 

Sto invecchiando. 
Me lo dicono i doloretti crescenti, il sonno precoce e il fatto che non reggo bene la stanchezza di un week end al Salone del Libro. Una giornata è riuscita a sfiancarmi quanto tre, e non ho ancora recuperato. Però, che soddisfazione vedere La mossa del gatto lì, allo stand della Newton Compton. Lì in bella vista, con le persone che si fermavano ad ammirare la copertina, a sfogliarlo... Rispetto a una realtà piccola ho avvertito un cambiamento. Che poi nemmeno so se sia reale o un vaneggiamento dato dall'emicrania di quel giorno. Quando sei parte di una casa editrice piccola hai la sensazione sia fondamentale essere presente, accompagnare il libro, promuoverlo, parlare di lui a chi si sofferma  guardare l'esposizione. 
In una realtà grande come quella di NC la sensazione è che servisse più a me, in quel momento, esserci. Essere lì e rendermi conto che sta succedendo sul serio, che il romanzo che ho scritto nelle domeniche di solitudine ha finalmente un viaggio reale e concreto in corso. Dovevo esserci perché potessi vedere che se la cava benissimo, anche senza di me perché non dipende più da me
Per il resto vedere il Salone affollato è stato disarmante e bellissimo insieme. Una parvenza di normalità, la sensazione che, forse, li avvicina un pochino di normalità. 
E sarebbe ora.

 


domenica 29 agosto 2021

Blog o Non blog...

 

Mah, son qui che rifletto. 
C'è stato un tempo in cui i blog hanno costruito un pezzettino di storia dei social. Un via vai continuo, l'incrociarsi di vite in rete e legami che si tessevano con la stessa velocità di una ragnatela. 
E, talvolta, con la stessa fragilità si interrompevano. 
Oggi la comunicazione è cambiata: qualcosa di più lungo dei 140 caratteri è già visto con una certa diffidenza, persino degli articoli di cronaca si tende a leggere i titoli immaginandone il testo. Con il solo risultato di non comprendere nulla, ma tant'è. 
Ad oggi il blog funziona ancora? Ha un senso tenerlo aperto? Se guardo alla mia attività di autrice, mah. Non saprei. Per gli stessi motivi di cui sopra, i miei post su facebook e su instagram sono relativamente brevi, a parte qualche eccezione. Correlati da immagini che possono attirare l'attenzione,  e se mi riesce con un paio di battute accattivanti. Quando ho scritto post più lunghi qui, rilanciandoli o meglio "condividendoli" nelle altre pagine, il numero di consensi era decisamente superiore agli accessi. Segno che, per quanto apprezzato il tentativo, non veniva letto. Quindi razionalmente dovrei dire di no, non ne vale la pena. 
E magari chiuderlo. 

La questione è che qui ci sono, in qualche modo, nove anni di vita. Raccontati, riassunti, accennati... nella buona e nella cattiva sorte. C'è tanto la mia crescita personale, questo blog ha visto i cambiamenti di stile, di vita, di scrittura e di pensiero, mi ha vista innamorata, abbandonata e rinata. Insomma. C'è troppo di me per lasciarlo andare così, con facilità. Nove anni sono tanti. 
E i "like" non sono tutto nella vita. 
Quindi, caro blog, mi sa che ti tengo. E se diventerà una sorta di monologo on line,  poco male. Chi ha detto non serva pure questo? 

A voi che passate di qui, lascio la porta aperta e qualche bibita nel frigo. Se volete accomodarvi sarà un piacere. 

Buona Vita. 
Sonia 

lunedì 19 aprile 2021

Respiro.

 Post senza foto, sono sicura che almeno una la riconoscerete solo per descrizione. 

Dell'ultimo anno ci sono due immagini, che su tutte, mi si sono tatuate tra i pensieri.
Il messaggio scritto la mattina presto del  15 maggio a una persona a cui voglio molto bene: "Ti prego, dimmi che è una fake" e la sua risposta: "No". 

E quella carovana di camion dell'esercito che partiva da Bergamo con chi, contro il Covid, non ce l'aveva fatta. 

In quel momento, quella che era paura è diventata angoscia. Non per me, ma per quel che poteva succedere a MammaSys. L'idea potesse andare in ospedale da sola, l'idea di non poterle essere accanto a sostenerla e, sopra a tutto, il dolore spezzante di perderla e non sapere nulla, non poterla salutare, e il vuoto immediatamente successivo. E lo so com'è, non solo perché è la sorte toccata al padre di una mia cara Amica.

Trent'anni fa ho visto mio padre salire in ambulanza, lo salutavo dalla finestra ma lui non mi vedeva, stordito dal dolore. Se recupero quella foto dalla memoria, il fermo immagine è sul suo voto scavato.
È stata l'ultima volta che ho incrociato i suoi occhi..
E quindi so: so cosa significa vedere l'amore della tua vita andare via, e non tornare più. Non sapere, non avere il tempo di salutare, di dire, di accarezzare un'ultima volta.
So quanto lacerante può essere il distacco, un colpo di velcro strappato dall'anima di cattiveria. È un dolore sordo, come uno stantuffo nelle orecchie che non ti abbandona mai. Puoi lenirlo, metterlo a tacere, soffocarlo mettendoci sopra cenere, ma il fuoco sotto resta.
L'idea di poterlo rivivere con mamma mi ha limitato il respiro per tutto questo tempo. L'ho tediata con le raccomandazioni ogni volta che usciva, e non meno quando eravamo insieme e controllavo ogni cosa toccasse, e avevo lo spray disinfettante sempre in tasca, e lo so che mi avrà odiata, avrà pensato che fossi la mammafiglia più rompicoglioni dell'Universo e sono capitata proprio a lei. 

Ma sabato le ero accanto quando l'hanno vaccinata.
Le tenevo la mano sulla spalla, con i lucciconi scemi agli occhi e la dottoressa che mi guardava con un sorriso indecisa se sorridere a sua volta della mia commozione, o comprendere empatica. 

MammaSys è stata vaccinata.
E io, ve lo dico di cuore, mi sento come mi avessero restituito un anno di vita sospesa, come mi avessero spostato il burrone da sotto i piedi. Parte della stanchezza che mi porto addosso sembra diventata più leggera. 

Ora posso ricominciare a immaginare un domani.

domenica 11 aprile 2021

Due anni fa... La Mossa del gatto

 
Due anni fa debuttava, in libreria, La mossa del gatto. 

Aspettavo arrivasse l'ora di prendere il treno per Torino, aspettavo di poter stringere tra le mani quell'insieme di pagine così dannatamente volute, desiderate, odiate anche, ma alla fine stampate e rilegate a reggere i fili della mia storia. 

Aspettavo di gioire con gli amici di sempre, e scoprire di essere accolta a braccia aperte anche dai nuovi. Ogni libro nasconde storie parallele al romanzo che racconta, La Mossa potrebbe raccontarne almeno altre tre. Ho vissuto giorni strappati a un universo parallelo, ho rincorso treni presi al volo, parole sparse e stretto mani: alcune sono sono rimaste, altre le ho perse. Mi sembra di aver vissuto almeno altre sei vite nel frattempo. E non credo dipenda solo dal fatto che nella mia testa oltre a Syssa, con cui convivo ormai da più di una quarantina d'anni, si sia aggiunta Cloe con il suo carico di paturnie. Con l'uscita del libro ho costruito un mondo che in parte è stato abbattuto da una bufera. E così come ho costruito una seconda storia: Controcanto, ho dovuto mettermi a tavolino e ricominciare da me stessa. E questa volta ho attraversato un terremoto. 
Ora che ci penso, anche per Controcanto si avvicina l'anniversario: guardo a lui con la stessa tenerezza con cui si osserva qualcosa che non ha avuto il tempo di sbocciare. Non ha vissuto nemmeno un cambio di stagione. Eppure di lui mi resta il violino, il pizzicato... la musica di Ezio. 

Mi mancano le presentazioni, l'incontro con le persone, le emozioni dei giorni prima, dei momenti prima quando ti scappa la pipì ogni cinque minuti e non ti decidi a uscire. Mi manca il biglietto del treno, la destinazione, la data segnata sul calendario, le risate con le amiche sul cosa mettersi addosso che poi nelle foto vengo sempre di merda, che ci vuoi fare.
Mi mancano le persone che mi raccontano di essersi ritrovate nelle parole, di aver riso con me anche in giorni in cui ridere era faticoso. Mi piace scoprire che quella scena che ho rivisto mille volte nella testa, in alcuni è arrivata diversa nelle sfumature. 
Mi manca il sentirmi amata, voluta e desiderata da qualcuno che respiri con me. Anche se ora, rispetto a uno o due anni fa, sono meno fragile, meno ingenua, meno accomodante.
Che le ferite fanno crescere, le cicatrici induriscono ma l'esperienza insegna, soprattutto a non accontentarsi più. 

Mi muovo in questa domenica uggiosa con un misto di malinconia che Souvenir de Florance va a lenire. Mi consolo pensando che il viaggio non è finito, sto vivendo un tempo sospeso in cui il terreno seminato va accudito, ma trattiene già la promessa di un nuovo raccolto. E allora vado, perché ho un file da completare e spedire: c'è un domani da costruire...

Perché domani non dovremo ricostruire
Ma costruire e costruendo sognare
Perché rinascere vuole dire costruire
Insieme uno per uno
Adesso però state a casa pensando a domani

E costruire è bellissimo
Il gioco più bello
Cominciamo...

(Ezio Bosso)


On Air: Tchaikowsky Souvenir de florence op 70 / 3.Allegretto moderato-Sestetto Stradivari


Come passa in fretta il tempo...

Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno.  Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...