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domenica 4 settembre 2022

I biker boots (racconto pubblicato da La Repubblica il 16.06.22)

Una delle cose che ho ereditato da papà è la sua scala da imbianchino. Nonostante avesse più di cinquant'anni di onorato servizio permetteva a me, zitella e puffa, di cambiare autonomamente le lampadine, raggiungere la parte più alta dell'armadio e degli stipetti della cucina. 
A quella scala voglio bene, nonostante soffrissi di vertigini e riuscissi a malapena a salire fino all'ultimo piolo. Ha ancora sull'acciaio tutti i segni delle varie tinteggiature di casa nostra, un arcobaleno di ricordi mescolati ai colori. A ben guardare troverei ancora l'azzurro confetto quando nacque mio fratello, e il bianco panna di quando nacqui io, dal momento che condividevamo la stessa camera e il colore neutro evitava inutili battibecchi.
Mi ha accompagnata nei tanti traslochi e in quasi tutte le mie faccende fino a quando il legno della pedana ha iniziato a scricchiolare a ogni salita e no, prima che lo pensiate, non dipendeva dal mio peso. Certo, la usavo con parsimonia benché fossi convinta che non mi sarebbe successo nulla: mio padre, dall'aldilà, non l'avrebbe permesso. 
Invece, qualche mese fa, l'amata scala si è arresa all'inclemenza del tempo e a rischiare lo schianto è stato il tecnico durante la pulizia della caldaia, anima santa. Ma grazie al suo fisico atletico e a me che l'ho afferrato al volo, non si è fatto nulla. (Avreste dovuto vederci: lui appeso alla caldaia, io che lo reggevo per le gambe come si faceva con gli impiccati nel vecchio West. Potrei serenamente definirlo il contatto più intimo avuto con un uomo negli ultimi sei mesi.) A ogni modo, la scala sta bene. 
Si gode il pensionamento e la sua nuova vita, che col cavolo che la butto. Mi sono inventata di trasformare i suoi pioli in porta scarpe. O meglio dovrei dire in porta biker boots che sono gli stivaletti che adoro, uso con più frequenza e sono diventati, negli ultimi dieci anni, la mia copertina di Linus.
Dovete sapere che ho sempre amato i tacchi. Vivevo sui tacchi, correvo incontro alla vita sui tacchi, non ho mai giocato a tennis altrimenti credo avrei fatto pure quello, sui tacchi.
Fino a quando il destino non si palesò sotto forma di un incidente stradale che parcheggiò la mia vita, di lato, per un anno e mezzo: tempo che mi servì per aggiustare ossa e legamenti, oltre che imparare a camminare di nuovo. 
Le cose andarono all'incirca così: dopo aver volato al di sopra dello scooter, ho spalmato la mia tibia sinistra lungo sei metri di asfalto, centimetro più o centimetro meno. Il primario di ortopedia si avvicinò a mio fratello e, abbassando gli occhiali fin quasi alla punta del naso, gli disse una cosa tipo: «Cercherò di semplificare, immagini di avere tra le mani un pacco di farina e lo sbatta con forza a terra. Ecco, la tibia di sua sorella ha subito un trauma molto simile. Se avesse avuto quest'incidente solo cinque anni fa, probabilmente avremmo amputato. Ma sua sorella è fortunata: sua sorella ha me». Mio fratello spostò parte dell'ego ingombrante del chirurgo dalla propria faccia e annuì con l'espressione di chi pensa: “Faccia un po' come le pare, ma la rimetta in piedi”. 
Scoprendo di avere la mia stessa passione per il riciclo, il chirurgo prese una parte dell'osso del mio bacino e lo schiaffò sotto al ginocchio, poi puntellò il tutto con due placche di titanio e un numero non meglio precisato di chiodi. Non sciolse però la prognosi proprio bene: avrei camminato? Sì. Ma sul come non era dato di sapere. O meglio: le espressioni, le alzate di spalle e prolungati e sospirati silenzi non lasciavano presagire prospettive rosee, ma… A volte l'unica salvezza in un momento così difficile è... fare gne-gne. 
Gne-gne al pessimismo cosmico, alle sentenze senza grandi speranze, a chi solo guardandoti pensa di aver capito di che pasta sei fatta ed essere in grado di vedere il tuo futuro riflesso nel flacone della flebo. 
Gne-gne a un destino che vedi avverso e che sembra portarti via se non tutta una buona parte della tua vita, quella delle passeggiate in montagna, delle maratone con le amiche, dei corsi di tango argentino, anche se forse non hai mai voluto iscriverti a un corso di tango ma nel momento in cui ti dicono che non potrai mai più allora, e solo allora, scopri di essere una tanghera mancata.  
Per non parlar dei tacchi. Che ne sarebbe stato delle mie scarpe con il tacco? Dello sculettare con passo audace e seduttivo? Provai, credetemi, a usarle ancora. Il dolore era inaffrontabile. E non era solo una questione di scarpe.
Immaginate il mio sollievo quando, in uno dei tanti momenti di cazzeggio in rete, venni a scoprire che anche Coco Chanel prediligeva la comodità, una delle sue celebri frasi è: “la vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento”. Amava, quindi, le scarpe basse perché si deve incedere sicure verso la vita.
Leggere quelle poche righe cambiò ogni mia prospettiva.
Certo, forse Mademoiselle non pensava a degli stivali da rocker, ma sono dettagli.  
Amo i biker. Sono diventati il mio punto di riferimento. Al contrario di me si sposano facilmente: che sia con i jeans o il classico tubino nero non importa; che li si indossi in inverno o, per chi ama gli azzardi, con la bella stagione, sono comodi sempre.
Mi fanno sentire al sicuro, sorretta e salda sulle mie posizioni. Perché, diciamocelo: la scelta delle scarpe, per una donna, non è una mera questione estetica.
È uno stato mentale.
Se i tacchi alzano l'orizzonte visivo, danno la sensazione di slanciare la gamba e rendono seduttiva, i biker ti donano una stabilità anche emotiva. Ti fanno procedere a grandi falcate verso il futuro, resistere contro la pioggia torrenziale o un destino impervio, sostengono i tuoi passi e pure i calci ben assestati, all'occorrenza.
L'incidente mi ha insegnato a camminare più piano, a rispettare il mio tempo e il mio corpo e a fermarmi quando è il momento, i biker mi hanno permesso di accettare il mio essere imperfetta e a vivere la mia invalidità con stile. Per me sono un simbolo, se non di rinascita, sicuramente di ripartenza; ma soprattutto di presa coscienza della mia forza e della mia ostinazione, quella che mi ha permesso di tornare a camminare quasi come prima, alla faccia delle premonizioni scettiche e disfattiste. Come se un po' del loro carro armato avesse rivestito il cuore impedendogli di spezzarsi, e facendogli trovare la forza di andare avanti. 
Ma se volessi sculettare in modo audace e seduttivo? Quello lo posso fare pure scalza.

domenica 29 agosto 2021

Blog o Non blog...

 

Mah, son qui che rifletto. 
C'è stato un tempo in cui i blog hanno costruito un pezzettino di storia dei social. Un via vai continuo, l'incrociarsi di vite in rete e legami che si tessevano con la stessa velocità di una ragnatela. 
E, talvolta, con la stessa fragilità si interrompevano. 
Oggi la comunicazione è cambiata: qualcosa di più lungo dei 140 caratteri è già visto con una certa diffidenza, persino degli articoli di cronaca si tende a leggere i titoli immaginandone il testo. Con il solo risultato di non comprendere nulla, ma tant'è. 
Ad oggi il blog funziona ancora? Ha un senso tenerlo aperto? Se guardo alla mia attività di autrice, mah. Non saprei. Per gli stessi motivi di cui sopra, i miei post su facebook e su instagram sono relativamente brevi, a parte qualche eccezione. Correlati da immagini che possono attirare l'attenzione,  e se mi riesce con un paio di battute accattivanti. Quando ho scritto post più lunghi qui, rilanciandoli o meglio "condividendoli" nelle altre pagine, il numero di consensi era decisamente superiore agli accessi. Segno che, per quanto apprezzato il tentativo, non veniva letto. Quindi razionalmente dovrei dire di no, non ne vale la pena. 
E magari chiuderlo. 

La questione è che qui ci sono, in qualche modo, nove anni di vita. Raccontati, riassunti, accennati... nella buona e nella cattiva sorte. C'è tanto la mia crescita personale, questo blog ha visto i cambiamenti di stile, di vita, di scrittura e di pensiero, mi ha vista innamorata, abbandonata e rinata. Insomma. C'è troppo di me per lasciarlo andare così, con facilità. Nove anni sono tanti. 
E i "like" non sono tutto nella vita. 
Quindi, caro blog, mi sa che ti tengo. E se diventerà una sorta di monologo on line,  poco male. Chi ha detto non serva pure questo? 

A voi che passate di qui, lascio la porta aperta e qualche bibita nel frigo. Se volete accomodarvi sarà un piacere. 

Buona Vita. 
Sonia 

sabato 5 maggio 2018

Sonata per pianoforte n. 14 in Do diesis minore



Ho smesso da tempo di chiedermelo. 

Chiedermi che ne sarà di me. Di fatto, quale destino potrebbe avere un pianoforte muto, se non diventare legno da ardere. 
O lo scrigno inespugnabile di un nido di vespe. 
Il vento, in una delle sue garbate visite, mi ha detto che la primavera incombe. 
E con gli insetti torneranno le incursioni di coloro che, approfittando dell’abbandono, scelgono di vagare per queste stanze in cerca di tesori inesistenti. 
Intrepidi avventurieri del nulla. 
Ascolto il tamburellare disordinato dei loro passi, al piano di sopra. L’irriverenza delle risate, l’irrispettosità del loro trafugare memorie e ricordi aggrappati come gatti alla carta da parati. Sogni incagliati al pizzo delle tende destinati, come me, a non raccogliere altro che polvere e oblio. 
Taluni si avvicinano, quasi sorpresi dalla mia presenza. Azzardano timidamente a farmi emettere un qualche suono. 
Taccio.  
Unico diletto di questa opaca apatia, è l’osservazione silente dei vacui tentativi di una mente stolta, mentre si prodiga nel tentativo di far suonare un pianoforte dalle corde bruciate. 

Lui stesso mi diede fuoco. 
Un gesto grave, certo.
Definitivo, senza dubbio alcuno. 
Immenso.
Come lo strazio e la disperazione. E il rimorso. 
Provò a gettarmi contro una caraffa d’acqua, questione di attimi. 
Vi ostinate a misurare il tempo in ore e giorni, quando sono gli attimi a fare la differenza. Un solo istante di esitazione e tutto ciò che di me restò, fu un LA. Ultimo tasto bianco lì in fondo. Troppo a sinistra per notarlo.
L’inutilità della sopravvivenza. 

“Posso vivere soltanto e unicamente con te, oppure non vivere più”.
Passi leggiadri quelli di lei, seppur carichi di dolore spezzato. Usciva dall'ingresso secondario, quello della cucina. L’attendevano una serva e un mantello. A sorreggerle l’anima, a celarla dagli sguardi. 
“L’Amore esige tutto, e a buon diritto”, tra le labbra come una preghiera, una lenta litania. 
Pugni feriti quelli di lui. A stringere il vuoto di un’assenza designata da altre scelte. 
Osteggiate, certo. 
Definitive, senza dubbio alcuno.
Devastanti.
Come lo strappo della separazione. E l'addio. 

Sedette qui davanti a me. Avvolto nel silenzio che, da tempo, riempiva i suoi giorni ma che non gli impedì mai di trovare note danzanti dentro di sé. 
Appoggiò la guancia sul leggio, la pelle lesse per lui lo spartito. Attaccò con l’Adagio sostenuto, e non vi è altro che io possa aggiungere. 
Se avete amato e se avete sofferto per amore, non vi è consolazione alcuna che possiate trovare se non nelle carezze di quella Sonata. 
Quasi una fantasia”.
Se solo la mia totale impotenza non si riversasse in pieno, nell’unica nota sopravvissuta al fato, ecco, allora forse io potrei suonare ancora di quell’amore reciso, ma non smarrito. 
Se solo. 
Ma adesso andate, lasciate che possa ancora disquisire col vento affinché allontani la tenda da questo vetro rotto. 
Lasciate che la luna possa accarezzarmi, una notte ancora, nell’illusione di un destino che, oramai, non mi appartiene più. 

“Eternamente tuo”
“Eternamente mia”
“Eternamente nostri”



mercoledì 31 gennaio 2018

Maggio arriva sempre...


Maggio ‘riva sempre.
Anche quando ghe ze la guerra.
Anche quando l’aria non la sa de rose ma de polvere da sparo.
Maggio ‘riva sempre.

E Ilario nol spetta altro. A maggio inizia il rosario, al Tempio della Pace don Livio fa sonare le campane dopo cena. E la Maria parte con so mama e la coroncina in mano, oci bassi.
Bella la Maria, col velo bianco sui capelli e diciassette anni ‘pena fatti. La se senta sempre al terzo banco, sulla sinistra, el ghe mostra el profilo più bello, a lu che serve Messa.
Bella la Maria, la se fa le trecce prima de ‘ndare in letto per farsi li capelli mossi.
E Ilario la sposerà, quando la guerra sarà finia e non manca tanto. Radio Londra l’ha ditto, siamo agli sgoccioli. Già qualche crucco ze ndà via.
Lu non li sopporta i crucchi. Hanno picchiato anche la Pierina, qualche giorno fa.

Pierina la ze la fidanzata di suo fratello Toni, l’hanno presa a sciafe sotto il campanile de Pegolotte, che no la voleva dire dove se scondeva i tosi del paese. I zera tuti sconti in tel campanile, tuti sotto a campana. E se non zera par il prete magari i la copava pure. Povera la Pierina.
Tra un mese suo fratello Toni la sposa, ze quasi tuto pronto, anche se non ze che ghe fosse tanto da preparare alla fine. I se sposa alle sei de la matina de lunedì. Che la Pierina la ze incinta. E il prete dize che no a ze degna de sposarse de domenica. E niente vestito bianco. Tutta colpa del Toni e quell’ombra de vin che beve sempre quando lascia la ferrovia a fine turno.

Ma lui no, Ilario la vuol sposare di domenica all’ora di pranzo la Maria, con il sole di maggio a bagnarle il viso e i capelli biondi morbidi sotto il velo bianco. El ga trovato lavoro da poco, in ferrovia come el Toni, a spalar carbone nella caldaia della locomotiva. E mette via i soldi par torghe una casa che sia bella, degna di quei capelli biondi e quei oci belli. No la ga ancora basà la Maria, chissà come la ze basarla, quelle labbra che pare petali. Ilario ghe pensa sempre e spala carbon più in fretta.

Quando la guerra sarà finia le darà un baso sensa fine.

E Radio Londra l’ha detto anca oggi, manca poco… forse questione di giorni… ed è contento Ilario che el gà vent’anni e poe ancora farsi tutta la vita con la Maria senza polvere da sparo tacà ai vestiti. Non come il Piero che l’è partito da due anni e nessuno sa più che fine el ga fatto. Povero il Piero. Sua madre veste già a lutto da sie mesi a ‘sta parte.

Oggi ze el sete de maggio, ghe ze un’aria diversa su Padova, tuti i pare drio spetare qualcosa de nuovo. E il sole pare più allegro. Ilario speta solo de arrivare a sera, lavarse il cabon de dosso e metere su la camisa bianca, ‘ndare a servire Messa e vardar la Maria, che prega, co i oci bassi e so mama seduta tacà de ela.
E spala il carbon nela bocca della locomotiva, nol sente gnanca pì el odore del sudore, solo quello del carbon che brusa.
La pelle lucida e il sorriso perso nei denti bianchi. Come el velo de la Maria. Pensa a basarla e sorride ai so vent’anni.

I so amici dize che nol gà sofferto. Pare che no se sia nemmeno accorto, che ze sta un attimo. La granata in mezo al carbon no la se poteva vedere. Ilario l’era drio lavorare par comprare la casa e sposarse in un giorno d'istà.
L’era primavera, l’era innamorà come un bocia.

No podeva vederla.
Nero il cabon, nera la granata. Nera ‘sta sporca guerra.

La locomotiva la ze scioppà in un attimo, el botto lo se gà sentio in tutta la città.
Anche la Maria, lo gà sentio, che zera drio pulire i banchi del Tempio della Pace come ogni mattina.

Chissà che la sia finia davvero sta sporca guerra, dize la zente che lo conosceva…
Chissà che la sia finia davvero, e intanto i se versa un goto de vin.

mercoledì 17 gennaio 2018

La Divina



Era ancora notte e il rumore del fuoribordo ricordò a Elia di essere sveglio. Con il sapore del caffè ancora sul palato, slegò le cime dalle bitte e spinse l’imbarcazione verso l’uscita dalla darsena con lente, silenziose remate
Le luci verde e rossa lo attendevano all’uscita della diga. Poste all’apice delle due boe galleggianti erano quasi ferme: il mare era calmo.
Dopo pochi minuti, La Divina, così si chiamava l’imbarcazione, procedeva senza troppa fretta lungo il canale tra le briccole, mantenendosi al centro. Il motore borbottava in modo ritmico, come una vecchia caffettiera, ma ancora andava. Era un gozzo di quasi sei metri in legno di teak. Il nonno di Elia, Giovanni Battista detto “Il Tita”, l’aveva varato nel 1895 dopo averlo costruito pezzo per pezzo con le sue stesse mani e curato personalmente ogni singolo giorno, fino al momento di passarlo a suo figlio Alvise, che aveva continuato la tradizione di famiglia per poi in anzianità, cederlo ad Elia, suo primogenito.
Diversi anni prima, rischiò di perderlo durante una mareggiata che aveva fatto molti danni anche all’interno del porto. Con l’aiuto di un vecchio amico mastro, avevano dovuto sostituire diverse tavole e lavorare a lungo per riportarlo all’antico splendore. Furono necessari tre mesi di darsena e un lavoro artigianale vecchio stampo, ma alla fine La Divina era tornata a solcare le onde con la prua verso est.
Tita ne sarebbe stato fiero, pensò Elia, accendendosi la sigaretta tenendo il palmo della mano davanti al viso a riparare la fiamma dall’aria.
Tita amava Eleonora Duse. Ecco il perché di quel nome.
Lo aveva sentito raccontare quella storia all’infinito durante la sua infanzia, e quando prendeva il largo con il suo gozzo, risentiva la voce roca di suo nonno raccontargli la sua storia.
Il Tita era uno dei gondolieri più conosciuti a Venezia. Amava l’opera e la cantava remando tra i canali della città, mentre le coppie si stringevano e scambiavano baci sotto il Ponte dei Sospiri. La sua voce scaldava l’aria anche d’inverno e non era raro che chi camminava per le calli, si fermasse sui ponti per ascoltare.
Visitare Venezia sulla sua gondola significava vivere due sogni: lasciarsi incantare dalla sensualità di quella città d’acqua e sentirsi al centro di una di quelle storie che si possono vivere solo sul palco di un teatro di lusso, magari in uno degli spettacoli della Duse.
E Tita, la Divina, l’amava davvero.
L’adorava come una dea scesa dall’Olimpo per illuminare, con la sua grazia, la vita spenta dalla quotidianità. L’amava per quel suo modo di vivere il palco, il dramma come se fosse la sua vita stessa, dimenticando forse, di essere un’attrice ma mai di essere una donna.
“Eh, io l'ho incontrata la Divina. L’ho incontrata davvero. È salita sulla mia gondola una notte. Eleonora Duse mi ha fatto dono del suo sguardo ed io sono un privilegiato. Ho anche cantato per lei. Non me lo dimenticherò mai…”.
Quando iniziava, nonna Ester guardava il cielo e sospirava scuotendo la testa. Si inventava qualcosa da fare in cucina, o una lavatrice da stendere, per non essere costretta ad ascoltarlo di nuovo. Forse gelosa e troppo orgogliosa per ammetterlo anche a se stessa. La gelosia è frivolezza, diceva, gli uomini son nati cacciatori e noi donne siam fatte per soffrire, ripeteva spesso tra sé e sé come i vespri della sera.
Elia invece lo ascoltava incantato ogni volta, sperando sempre in qualche particolare in più, per potersi vantare con i suoi amici dell’incontro di suo nonno con l'attrice famosa.  
“Sarà stato quasi mezzanotte, sai Elia, e stavo per decidermi a tornare a casa. Faceva un freddo cane, uno di quelli che il fiato fa nuvole dense. Mi ero fermato in piazza a guardare la Basilica. È bella di notte sai, tutto il suo oro risplende sotto la luna e tu puoi vederla da una vita, ma a certe cose non ti abitui mai. Avevo appena finito di farmi una sigaretta… oh una sigaretta… quanto vorrei fumarmene ancora una…” e poi tossiva di quella tosse carica di catarro e lenta fine.
Riprendeva fiato e ricominciava: “dove ero rimasto? ah sì, la sigaretta… avevo del buon trinciato e me la stavo gustando e ad un certo punto sento il rumore dei tacchi veloci sulla pietra, mi volto e vedo questa donna elegantissima che quasi corre con la testa bassa, stringendosi nella pelliccia, con la borsa stretta al petto. E dietro di lei un uomo.”
Tita socchiudeva gli occhi e prendeva fiato.
Seduto sulla poltrona con la coperta sulle gambe e la mano destra un po’ sollevata come se ancora tenesse la sigaretta accesa.

“Eleonora, Eleonora la prego si fermi”.
Eleonora si bloccò di colpo e si voltò verso il suo inseguitore. Le spalle le si muovevano veloci su e giù, ansimava per la corsa.
“Sono io che prego lei Gabriele, mi lasci andare”.
“Lo sa che non posso, non potrei mai perdonarmelo... lo sa anche lei, non è un caso… noi due qui… questa notte. Non è un caso.”
“No, la prego, non lo dica…”
Eleonora si voltò di nuovo guardandosi intorno, come cercasse un appiglio, qualcosa a cui aggrapparsi per non perdersi in quegli occhi che parevano saper scrutarle l’anima.
Tita osservava la scena indeciso se intervenire o farsi gli affari suoi. Lei lo raggiunse con pochi passi: “È in servizio? Può farmi salire?”
Fu un attimo. Tita la riconobbe e colto alla sprovvista, non riuscì a risponderle. Restò a fissarla con la sigaretta che gli si consumava tra le dita.  
“Allora? Mi fa salire?”
Il giovane uomo li raggiunse “Eleonora, ti prego”. 
Eleonora guardava Tita fermo davanti a lei. Erano tanto vicini che lui poté notare gli occhi di lei riempirsi di lacrime e poi lentamente chiudersi, lasciandole scivolare sul viso. Furono quelle a farlo reagire.
“Certo che la faccio salire signora, prego. Ma questo signore la importuna?”
Gettò la sigaretta a terra.
Lei mosse solo la testa accennando un no, e si girò su se stessa dandogli le spalle.
“Eleonora…” il giovane non si arrese.
“Solo per come pronuncia il mio nome, solo per il suono che la sua voce dona alla mia identità, io sento che potrei perdere la ragione. E lei, Gabriele, è così giovane. Io non posso permettermi di…”
Il giovane le si avvicinò muovendosi lentamente, incurante della presenza del gondoliere e, accarezzandole il mento con un dito, le sollevò il viso di bambina e la baciò sulle labbra.
Un bacio così puro e passionale nello stesso tempo, che il fiato di Tita si fermò in gola.
Un istante così dilatato da sembrare eterno, Venezia parve rimanere silenziosamente immobile.
“Sarebbe così gentile da farci salire sulla sua gondola, signore?”
Fu il giovane a spezzare l’incantesimo.
“Prego”.
Tita li aiutò a salire, quando l’attrice si appoggiò alla sua mano ancora tremava, e lui sentì un brivido inimitabile, se chiudeva gli occhi poteva riconoscerlo distintamente.
Navigarono per i canali quieti, solo lo sciabordio del remo e la voce del gondoliere che cantava in un sussurro Una furtiva lagrima del Donizetti.

In uno di quei giorni, mentre si raccontava al suo nipotino, Tita abbandonò la sua vita così, sussurrando:
Di più non chiedo, non chiedo.
Sì, può morir! Sì, può morir d'amor.
Sognando la Divina e colui che sarebbe diventato il Vate, finalmente abbracciati.

Elia prese il termos e bevve un altro sorso di caffè caldo. 
Aveva gettato le reti il pomeriggio prima, lasciando una boa di polistirolo a segnalarle e ora tornava a prendere il pescato.
C’era da festeggiare in casa Boscolo, si organizzava una gran cena: era nato il suo primo nipote, l’avrebbero chiamato Giovanni Battista.
Già si immaginava la prima volta che l’avrebbe portato il piccolo in mare con La Divina, raccontandogli quella storia che apparteneva alla sua famiglia da sempre.
Il primo raggio di sole fece capolino oltre l’orizzonte.

Come passa in fretta il tempo...

Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno.  Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...