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lunedì 29 dicembre 2025

29.12.2025 - I buoni propositi di Zia Cettina

 

Mentre analizzavo il libro "I buoni propositi" di Sabrina Gabriele", per La compagnia del Segnalibro, ho chattato con Zia Cettina sull'abitudine al tipico elenco che si fa il 31 dicembre e si dimentica il 4 gennaio. 
Per chi come me ha sempre vissuto come "top" l'acquisto del diario di scuola, il vero capodanno emotivo lo vive di più a settembre, in realtà, dovremmo avere la capacità di rivedere il nostro sentiero indipendentemente dalla strada che facciamo. 
Eppure. 
L'anno che verrà, però, il 2026 è niente meno che l'anno dei miei 50 anni. Che a ben pensare non sono nemmeno pochi, anche se, spesso e volentieri, mi sento ancora un po' adolescente e un po' sciroccata. Dicono che i nuovi 50 siano i vecchi 40, e personalmente conosco trentenni che sono più vicini alla maturità di un dodicenne, ma forse non è il caso di focalizzarsi sul numero. 
Eppure. 
Eppure questo pensieri mi resta lì, di sottofondo o in background, per dirla in termini più moderni. E allora ho deciso che eliminerò i buoni propositi del 1996, ancora intonsi, e mi dedicherò a quelli del 2026 con una certa serietà. E no, non verteranno su "perdere 10 chili, iscrivermi in palestra" e altre banalità a tema, su cui gira intorno anche Bridget Jones. 
Con Zia Cettina abbiamo trovato cinque famiglie in cui dividere le sfide di quest'anno. Ne ho parlato anche al club del libro e alcune ragazze mi hanno chiesto di condividerle e allora, perché no. Le scrivo anche qui e nei prossimi giorni vedremo, insieme, di dare loro maggiore definizione. 

I buoni propositi del 2026
*Propositi di Confine: cosa non permetto più.
*Propositi di Coraggio: cosa faccio anche se ho paura.
*Propositi di Verità: dove smetto di mentire a me stessa. 
*Propositi di Presenza: come voglio abitare i miei giorni. 
*Propositi di Misura: scegliere il quanto, il quando e il con chi. 

Quest'ultima mi ha colpita particolarmente, perché dentro ci va l'imparare quando fermarmi, non spiegare più del necessario, non svuotarmi... e soprattutto comprendere e accettare che non tutto va salvato risolto e accompagnato, Zia Cettina ha aggiunto: "sai perché questa quinta è importante per te? perché sei accudente, senti molto, e perché hai passato anni a dare troppo o a toglierti troppo". Imparare la misura è scoprire l'equilibrio". 

Mi sembrano degli ottimi spunti di riflessioni e blocchi di partenza. 
Nel frattempo, ho comprato un rossetto rosso.
Il primo della mia vita. E mi sembra già di aver fatto una cosa grande. 



domenica 20 luglio 2025

Di decluttering, di fecebook e di grandi speranze...

 

Da qualche tempo ho deciso dedicarmi a un decluttering "estremo". Attendo i giorni di ferie che verranno per rimettere mano al mio mondo e dargli la forma che ho in testa. 
Mio padre lo diceva quarant'anni fa: non bisogna rincorrere il superfluo. E in effetti vivevamo in quattro persone in 55 mq, senza grandi difficoltà. C'erano solo due armadi in casa, e nemmeno dei quattro stagioni. Eppure si viveva bene. Certo, Madre era a casa, per lo più e quindi faceva un'enorme differenza. Ma se io, che abito sola, ho in mano le felpe piegate e ho difficoltà a capire dove metterle perché "non ho spazio", allora c'è qualcosa di distorto. In attesa dei famosi giorni di vacanza, ho iniziato dal bagno per proseguire con uno . Voi direte: che ci sarà mai in bagno di "superfluo". Ho l'imbarazzo della scelta.
A partire da quei campioncini che solitamente regalano alcuni negozi, che appoggi lì e non userai mai. Specie li shampoo, ad esempio. Alla mia ciospa una bustina non basta nemmeno per sentirne il profumo. I barattoli usati, finiti e magari non buttati, i trucchi o le creme scaduti... Insomma, a guardare bene c'è di tutto di più. 
Ho provato a girare per casa, con un quaderno in mano, annotando quello che "a vista" posso far sparire con una certa serenità. Ho aperto lo "stipetto delle borse". Qui è stato un po' diverso: ogni borsa è un viaggio, un ricordo, un momento vissuto. Il punto è che, alla fine, stiamo parlando di oggetti. Sono sempre oggetti. Siamo noi a caricarli di ricordi, aspettative... a umanizzare ciò che ci trasmettono. Ma alla fine, gli oggetti sono oggetti. 
A parte i peluche, a cui dedicherei un capitolo a parte. 

Nel mentre Facebook ha disabilitato il mio account. Sul perché ancora non mi è chiaro perché Fb non è prolisso, ti dice "hai fatto una minchiata" e non dà spiegazioni. Un po' come i genitori quando dicevano "perché no" e chiudevano il discorso. Quindici anni di post, di immagini, di emozioni, canzoni... passaggi di Vita fondamentali e non. 
Non volevo fare un decluttering violento e "assoluto", Meta mi ha ascoltata alla lettera. Aspetterò un paio di giorni e poi vedo cosa fare, anche se, secondo me, l'unica cosa sarà aprirne uno nuovo. Non mi sembra tanto grave: quello che ho vissuto negli ultimi 15 anni lo so io, lo sanno le persone che mi stanno accanto. Non sarà un colpo di spugna virtuale a farmi venire dei rimpianti. È solo un po' straniante. 
Quello sì. 

Nel frattempo dovrei iniziare l'editing dell'ultimo romanzo. Uscita prevista a gennaio. È una storia a cui tengo, tanto, tantissimo. Tra quelle righe sì, mi sento di mettere tanta speranza. 

domenica 13 luglio 2025

Sì, ricominciare...

 
Uh, quanto tempo. 
Quanto tempo che non torno qui pensando a un blog nel modo in cui sono "nata blogger". 
La prima volta che pubblicai un post su Sodalite, mi ero separata da poco, avevo le pezze al culo e sapevo solo una cosa: volevo fare la scrittrice. 

Oggi sono single da tanto, ho ancora le pezze al culo e faccio la scrittrice, in alcuni mesi dell'anno. Negli altri lavoro per pagare l'affitto. Però so una cosa: voglio continuare a fare la scrittrice. Anche se non so se la definizione che io do al termine sia la stessa del pensiero comune. In realtà, se mi guardo intorno, a parte taluni casi e amiche belle, pare che ci sia una rincorsa alla rendicontazione di fine anno. Contano le copie che hai venduto, non le emozioni che hai messo su carta. 
Certo, gli editori sono imprenditori. Ognuno con il proprio nome ed è ben diverso da "Fate bene fratelli", ma da questo lato della barricata, beh' le cose sono un po' diverse. 

E, comunque, "certo": a chi non piacerebbe vivere di scrittura, magari piazzare il proprio romanzo in tv e capare di diritti televisivi? A me tantissimo. Il punto è che sono dell'idea che ci siano pure millemila persone più brave di me e che meriterebbero quell'opportunità. Ed è come vincere un Superenalotto. Tutti noi abbiamo qualcuno che ha un cuggino che ha comprato un gratta e vinci in un momento di scoramento, ed è diventato milionario. 
Ma le probabilità di diventare quel "cuggino"? Mah. 

E nel mentre in cui si spera? Che si fa? No... dai... non ditelo. Nel mentre bisognerebbe vivere. Al meglio che si può con ciò che si ha. Che non è poco. Non è affatto poco. I TG ce lo dicono ogni santo giorno che quello che abbiamo non è poco. 
Qualche ora fa, qui a Padova, c'è stato un temporale. Ho messo le finestre in ribalta, sistemato le piante in sicurezza perché non si rompessero in caso di grandine, e poi mi sono stesa a letto ascoltando la pioggia contro i vetri. 
La pioggia. 
Contro i vetri. 
Non le sirene che annunciano un bombardamento. 

C'è molto di cui essere grati e con grande facilità spesso ce lo dimentichiamo. 
Da qualche giorno, medito su questo. Su questo e su come posso fare a cambiare quelle cose della mia vita che non funzionano più. Non in senso negativo, semplicemente non rispecchiano più la persona che sono oggi. 
Quando ho detto al mio amico B. che sono cambiata, che i cinque mesi in cui sono stata davvero male mi hanno cambiata, mi ha risposto: "Sarebbe peggio se fossi sempre uguale a te stessa di prima". 
Già. 
Allora che si fa? 
Intanto torno a scrivere come feci tra le pagine virtuali di Sodalite, che per inciso è ancora la mia pietra preferita. 
Questo blog riprenderà vita e non parlerà più solo di libri e di scrittura ma anche di Vita. Oddio, la mia, che non so se sia così interessante ma è l'unica che ho e che vi posso offrire. 

Ora vado a togliere le lenzuola cariche di polvere che hanno ricoperto queste stanze, apro le finestre e magari rimetto qualcosa nel frigo e ho portato pure un bollitore per le tisane.
Ho in mente un bel po' di cambiamenti e, se ne avrete voglia, mi troverete qui a raccontarveli. 

Sono tornata. 
Syssa 

giovedì 1 giugno 2023

Le discese ardite e le risalite...

 

Questa foto la conservo nella memoria del telefono come promemoria. L'ho scritto diverse volte: a ridosso di un evento traumatico, a cui sopravviviamo, la visione della vita cambia e per un certo periodo rivediamo ogni priorità, le emozioni sono amplificate e veniamo proiettati in un'altra dimensione. Poi torna la routine, la tensione emotiva si allenta, la polvere torna a sedimentare anche nelle nostre vite. 
Per certi versi è pure meglio così, non si può vivere costantemente sotto pressione. 
Però questa foto mi ricorda che, in una mattina qualunque quando meno te l'aspetti si può cadere. 
E ci si può fare male, molto male. 
Questa foto mi ricorda che la vita, che ha più fantasia di tutti noi messi insieme, ci sbalza da un binario all'altro quando e come vuole e si prende tutto il tempo che vuole per farsi gli affari suoi. 
Questa foto mi ricorda che, salvo complicazioni gravi, se ne esce. Segnati, colpiti, acciaccati e confusi. Ma se ne esce. Alla faccia dei prognostici, della diffidenza, delle diagnosi e pure di chi se la ride.
Non sempre, certo, ma spesso se ne esce più forti di prima. 
Questa foto mi ricorda il mio stupore nello scoprire una forza che a tutt'oggi non ho idea di dove fosse nascosta, che sono stata brava. In quell'occasione sono stata davvero brava.
Soprattutto... 
Mi ricorda che alcune delle difficoltà che oggi mi rattristano, anche se importanti, a distanza di tempo quando saranno alle spalle, potranno essere guardate dicendo: "ma vaffanculo, va". 

domenica 29 agosto 2021

Blog o Non blog...

 

Mah, son qui che rifletto. 
C'è stato un tempo in cui i blog hanno costruito un pezzettino di storia dei social. Un via vai continuo, l'incrociarsi di vite in rete e legami che si tessevano con la stessa velocità di una ragnatela. 
E, talvolta, con la stessa fragilità si interrompevano. 
Oggi la comunicazione è cambiata: qualcosa di più lungo dei 140 caratteri è già visto con una certa diffidenza, persino degli articoli di cronaca si tende a leggere i titoli immaginandone il testo. Con il solo risultato di non comprendere nulla, ma tant'è. 
Ad oggi il blog funziona ancora? Ha un senso tenerlo aperto? Se guardo alla mia attività di autrice, mah. Non saprei. Per gli stessi motivi di cui sopra, i miei post su facebook e su instagram sono relativamente brevi, a parte qualche eccezione. Correlati da immagini che possono attirare l'attenzione,  e se mi riesce con un paio di battute accattivanti. Quando ho scritto post più lunghi qui, rilanciandoli o meglio "condividendoli" nelle altre pagine, il numero di consensi era decisamente superiore agli accessi. Segno che, per quanto apprezzato il tentativo, non veniva letto. Quindi razionalmente dovrei dire di no, non ne vale la pena. 
E magari chiuderlo. 

La questione è che qui ci sono, in qualche modo, nove anni di vita. Raccontati, riassunti, accennati... nella buona e nella cattiva sorte. C'è tanto la mia crescita personale, questo blog ha visto i cambiamenti di stile, di vita, di scrittura e di pensiero, mi ha vista innamorata, abbandonata e rinata. Insomma. C'è troppo di me per lasciarlo andare così, con facilità. Nove anni sono tanti. 
E i "like" non sono tutto nella vita. 
Quindi, caro blog, mi sa che ti tengo. E se diventerà una sorta di monologo on line,  poco male. Chi ha detto non serva pure questo? 

A voi che passate di qui, lascio la porta aperta e qualche bibita nel frigo. Se volete accomodarvi sarà un piacere. 

Buona Vita. 
Sonia 

lunedì 19 aprile 2021

Respiro.

 Post senza foto, sono sicura che almeno una la riconoscerete solo per descrizione. 

Dell'ultimo anno ci sono due immagini, che su tutte, mi si sono tatuate tra i pensieri.
Il messaggio scritto la mattina presto del  15 maggio a una persona a cui voglio molto bene: "Ti prego, dimmi che è una fake" e la sua risposta: "No". 

E quella carovana di camion dell'esercito che partiva da Bergamo con chi, contro il Covid, non ce l'aveva fatta. 

In quel momento, quella che era paura è diventata angoscia. Non per me, ma per quel che poteva succedere a MammaSys. L'idea potesse andare in ospedale da sola, l'idea di non poterle essere accanto a sostenerla e, sopra a tutto, il dolore spezzante di perderla e non sapere nulla, non poterla salutare, e il vuoto immediatamente successivo. E lo so com'è, non solo perché è la sorte toccata al padre di una mia cara Amica.

Trent'anni fa ho visto mio padre salire in ambulanza, lo salutavo dalla finestra ma lui non mi vedeva, stordito dal dolore. Se recupero quella foto dalla memoria, il fermo immagine è sul suo voto scavato.
È stata l'ultima volta che ho incrociato i suoi occhi..
E quindi so: so cosa significa vedere l'amore della tua vita andare via, e non tornare più. Non sapere, non avere il tempo di salutare, di dire, di accarezzare un'ultima volta.
So quanto lacerante può essere il distacco, un colpo di velcro strappato dall'anima di cattiveria. È un dolore sordo, come uno stantuffo nelle orecchie che non ti abbandona mai. Puoi lenirlo, metterlo a tacere, soffocarlo mettendoci sopra cenere, ma il fuoco sotto resta.
L'idea di poterlo rivivere con mamma mi ha limitato il respiro per tutto questo tempo. L'ho tediata con le raccomandazioni ogni volta che usciva, e non meno quando eravamo insieme e controllavo ogni cosa toccasse, e avevo lo spray disinfettante sempre in tasca, e lo so che mi avrà odiata, avrà pensato che fossi la mammafiglia più rompicoglioni dell'Universo e sono capitata proprio a lei. 

Ma sabato le ero accanto quando l'hanno vaccinata.
Le tenevo la mano sulla spalla, con i lucciconi scemi agli occhi e la dottoressa che mi guardava con un sorriso indecisa se sorridere a sua volta della mia commozione, o comprendere empatica. 

MammaSys è stata vaccinata.
E io, ve lo dico di cuore, mi sento come mi avessero restituito un anno di vita sospesa, come mi avessero spostato il burrone da sotto i piedi. Parte della stanchezza che mi porto addosso sembra diventata più leggera. 

Ora posso ricominciare a immaginare un domani.

domenica 11 aprile 2021

Due anni fa... La Mossa del gatto

 
Due anni fa debuttava, in libreria, La mossa del gatto. 

Aspettavo arrivasse l'ora di prendere il treno per Torino, aspettavo di poter stringere tra le mani quell'insieme di pagine così dannatamente volute, desiderate, odiate anche, ma alla fine stampate e rilegate a reggere i fili della mia storia. 

Aspettavo di gioire con gli amici di sempre, e scoprire di essere accolta a braccia aperte anche dai nuovi. Ogni libro nasconde storie parallele al romanzo che racconta, La Mossa potrebbe raccontarne almeno altre tre. Ho vissuto giorni strappati a un universo parallelo, ho rincorso treni presi al volo, parole sparse e stretto mani: alcune sono sono rimaste, altre le ho perse. Mi sembra di aver vissuto almeno altre sei vite nel frattempo. E non credo dipenda solo dal fatto che nella mia testa oltre a Syssa, con cui convivo ormai da più di una quarantina d'anni, si sia aggiunta Cloe con il suo carico di paturnie. Con l'uscita del libro ho costruito un mondo che in parte è stato abbattuto da una bufera. E così come ho costruito una seconda storia: Controcanto, ho dovuto mettermi a tavolino e ricominciare da me stessa. E questa volta ho attraversato un terremoto. 
Ora che ci penso, anche per Controcanto si avvicina l'anniversario: guardo a lui con la stessa tenerezza con cui si osserva qualcosa che non ha avuto il tempo di sbocciare. Non ha vissuto nemmeno un cambio di stagione. Eppure di lui mi resta il violino, il pizzicato... la musica di Ezio. 

Mi mancano le presentazioni, l'incontro con le persone, le emozioni dei giorni prima, dei momenti prima quando ti scappa la pipì ogni cinque minuti e non ti decidi a uscire. Mi manca il biglietto del treno, la destinazione, la data segnata sul calendario, le risate con le amiche sul cosa mettersi addosso che poi nelle foto vengo sempre di merda, che ci vuoi fare.
Mi mancano le persone che mi raccontano di essersi ritrovate nelle parole, di aver riso con me anche in giorni in cui ridere era faticoso. Mi piace scoprire che quella scena che ho rivisto mille volte nella testa, in alcuni è arrivata diversa nelle sfumature. 
Mi manca il sentirmi amata, voluta e desiderata da qualcuno che respiri con me. Anche se ora, rispetto a uno o due anni fa, sono meno fragile, meno ingenua, meno accomodante.
Che le ferite fanno crescere, le cicatrici induriscono ma l'esperienza insegna, soprattutto a non accontentarsi più. 

Mi muovo in questa domenica uggiosa con un misto di malinconia che Souvenir de Florance va a lenire. Mi consolo pensando che il viaggio non è finito, sto vivendo un tempo sospeso in cui il terreno seminato va accudito, ma trattiene già la promessa di un nuovo raccolto. E allora vado, perché ho un file da completare e spedire: c'è un domani da costruire...

Perché domani non dovremo ricostruire
Ma costruire e costruendo sognare
Perché rinascere vuole dire costruire
Insieme uno per uno
Adesso però state a casa pensando a domani

E costruire è bellissimo
Il gioco più bello
Cominciamo...

(Ezio Bosso)


On Air: Tchaikowsky Souvenir de florence op 70 / 3.Allegretto moderato-Sestetto Stradivari


domenica 21 marzo 2021

Ma com'è?

 

Foto di David Romano
Ma com'è quando giri l'ultima pagina e sai che sta per venire giù tutto? 

Com'è, eh?
Quando hai trascorso mesi a rincorrere note. E le dita sembravano non avere mai abbastanza fiato, non essere mai così veloci da raggiungerle.
Rabbia e frustrazione strette in a pugno e poi testa bassa e ricominciare. 

Arreso, hai smesso di inseguire e ti sei lasciato condurre da lei, come un amante quando chiude gli occhi e lascia fare. Solo allora quel passaggio estenuante è scivolato tra le dita come una ciocca di capelli e un respiro sommesso. 
Non meno faticoso.
Certo.
Ma il pubblico non lo sa.
La musica trasfigura fatica e dolore, giunge in platea come pura emozione assorbita da vite silenziose e attento, ma per lo più ignare.
La ribalta erige un muro sottile e invisibile, attraverso il quale la musica filtra in tutta la sua potenza. Al contempo trattiene sudore e stanchezza. E cazzo, pure quell'errore minimo e madornale percepito solo da te.
E dal direttore.
Solo un istante, uno scambio di sguardi ed era già scivolato via già oltre schiacciato sotto il peso di quell'ultima pagina che aspetti di voltare in un crescendo di intensità che se solo Dio volesse toglierti un battito di cuore in quel momento nemmeno te ne accorgeresti.
Non prima di vedere la bacchetta cristallizzata nell'ultimo movimento e sospesa, avvolta nel silenzio che è esso stesso musica.

L'applauso.
Annienta e brucia le ore passate a studiare, a ripetere: “Da capo, dovete sentirlo”,  ad incazzarsi pensare di mollare e invece ricominciare, ancora, fino a farsi male.
Che di mollare non se ne parla, che in quegli spartiti c'è tutta la tua vita.  

Com'è? 

La solitudine, i non posso a chi ti chiedeva di uscire e poi ha smesso; gli abbracci negati e il vuoto di una stanza troppo spesso non compresi. 
L'essere cosciente di vivere un tempo dilatato che però non appartiene e quindi, non puoi spendere.
Ma il pubblico pagante non lo sa quanto ti manca, alle volte, il calore di una fronte in quel tratto di pelle tra collo e spalla, quel tocco capace di risanare la più profonda delle ferite e placare quella tormenta che non ti abbandona mai. 

Com'è?

Quando si spengono le luci e ti avvii, solo, verso casa e l'unica cosa che vorresti in quel momento è ricominciare a suonare?


On Air: Prima lettura di Rain Villa Pennisi in Musica.

lunedì 25 gennaio 2021

Domenica in famiglia...

 

Da un po' di tempo, la domenica, leggo per mamma. 
Le mancano i libri, le manca il tempo passato leggendo, e con il videolettore non ha ancora abbastanza pratica.
La settimana scorsa abbiamo finito un libro che aveva iniziato con una sua amica, prima della seconda ondata di lockdown, ieri abbiamo iniziato Controcanto. 
E lo so che ogni scarrafone è bello a mamma soja, ma mi sto divertendo molto. 

A me piace perché mi serve da ripasso: ritrovo le caratteristiche peculiari dei personaggi, quei dettagli che li caratterizzano che si devono necessariamente riportare anche nel prossimo capitolo. Ho beccato pure un paio di refusi (argh!) e qualcosa che, oggi, scriverei meglio.
Lei si diverte perché, avendolo scritto io, cambio le voci a seconda dei personaggi dando loro il tono che avevo pensato mentre scrivevo, le leggo i detti torinesi pronunciati (abbastanza) corretti, e talvolta integro quanto stiamo leggendo con i retroscena vissuti durante la stesura. 
Ad un certo punto, mentre Silvia Cravero sta spiegando ad Alex Priante le caratteristiche del violino, mamma mi ferma poggiandomi una mano sul braccio e mi chiede: "ma quanto hai dovuto documentarti per scrivere tutte queste cose?". 
E quante ne ho sicuramente omesse o quante imprecisioni avrò snocciolato... 
Però la parte di studio e di ricerca che precede, e spesso accompagna l'intera stesura, io l'adoro. 
Quando spunti molto diversi, sembrano combaciare perfettamente pur essendo distanti nel tempo e nello spazio, mi dà la sensazione di essere sulla strada giusta.
E allora la musica riparte.
Al momento non ho date, e non una prospettiva...
Ho solo una certezza: indipendentemente dal "per chi" o "per cosa" scrivere è una figata pazzesca. 

mercoledì 20 gennaio 2021

A volte ritornano...

 

Sys: Tu? Qui...?
Cloe: Ci fai entrare o devo fare pipì sullo zerbino?
Pablo: Mao
Sys: Entrate! ma... come...?
Cloe: Dove.. chi? Maccheneso sei tu la scrittrice... Comunque: A) devo fare la pipì B) Pablo ha fame C) spero tu abbia una connessione che funziona decentemente perché sto in fissa con la DAD. E) queste sono le chiavi della Minnie, sii gentile, il mio trolley è in bagagliaio e mentre schiaffi su un caffè mi racconti che idee hai per il nostro futuro.
Sys: Altro?
Cloe: Sì, starai mica ancora a dieta? ho una fame... Ah, dimenticavo, Rebecca ti saluta.
Pablo: Mao

(Tanta è la voglia di ricominciare a scrivere... tanta. Spero arrivi presto il nuovo pc a casa, così da potermi tuffare tra i sogni e le idee che si fanno largo nella testa). 

domenica 8 novembre 2020

Riapriamo le danze

 

Ho voglia di tornare qui. 
Sono passati mesi dall'ultima volta. Nel mezzo c'è stata un'intera estate e gran parte un autunno. Entrambe le stagioni hanno portato delle rivoluzioni che mi hanno fatto perdere il contatto con quella parte di me che, per riprendere le fila, ha bisogno di fermarsi a scrivere. 
Ci sono momenti in cui mi sembra di essere dentro una centrifuga, nonostante il tempo abbia rallentato e alcuni giorni non mi riesca di riconoscerli. 
Ho perso il lavoro. 
Il che ha messo, nel giro di pochissimo tempo, in discussione tutte quelle che erano le mie abitudini e consuetudini, le ha rivoluzionate e catapultate non so più dove. Ci sono state mattine in cui non era difficile trovarmi seduta sulla sponda del letto, con lo sguardo fisso in un punto a dirmi "e adesso?". 
Non mi dispiace l'uscita dalla confort zone, ma mi chiedo se, come al solito il destino necessitasse di usare una catapulta per accompagnare il mio cambiamento. 
Ma compatirsi non è mai stata una buona idea, quindi tanto vale rimboccarsi le mani e cercare di rimettere insieme i pezzi, i cocci e agganciare le redini. Se da una parte la cosa mi spaventa, non poco, dall'altra trovo che avere la possibilità di ricominciare e reinventare la propria vita sia dannatamente affascinante. Anche se il periodo è questo, anche se ci sono limitazioni e dobbiamo confrontarci ogni giorno con la tragicità di quello che ci circonda. 
A maggior ragione sento la necessità di ricominciare.
So già come voglio sia la nuova Sonia, e penso che, nonostante tutto, mi divertirò molto a darle voce. 

giovedì 18 giugno 2020

Pensieri a carattere sparso...


Sono giorni che mi aggiro tra queste stanze. Entro, controllo che non abbiano staccato la luce; il frigo è sempre vuoto quindi non contiene forme di vita aliene. Do un'occhiata agli appunti sparsi sul tavolo, ed esco.
Non mi vengono le parole.
In questi giorni poi, pare che chiunque abbia parole per tutto, il che mi fa fare passi indietro, prendere le distanze. Mi ritrovo a ricercare quelle pause di silenzio che sono la vibrazione tra una nota e l'altra, lontano dal chiacchiericcio monotòno e continuativo che odora di fuffa.
Tirare le somme è una cosa che faccio spesso. Non aspetto scadenze, date particolari o svolte del calendario. Mi fermo e traccio quella riga al di sotto della quale, tutto dovrebbe ritornare in un composto ordine. Cosa che non accade  praticamente mai.
L'uscita di un libro segna la chiusura di un passaggio. È una diga che tratterrà tutto quello che avresti voluto dire e non hai detto, fare e non hai fatto. La copertina sigilla la chiusura di un viaggio. Ti mette in pausa, in attesa. È come quando ti decidi a lasciare il sellino della bici, nel primo tentativo senza le rotelle, e guardi la tua bambina andare zizzagando. Cercare un equilibrio che poi sarà solo suo. E tu non puoi fare altro che guardarla andare col fiato sospeso, tagliato dalla voglia di riprenderla e dirle "aspetta che proviamo di nuovo ti tengo ancora un po'" ma non c'è più tempo. È già distante. E anche dovesse cadere, perché si cade e fa parte della vita: si sputa sulle ginocchia sbucciate e si riparte, non farai in tempo a prenderla.
Sono passati 14 mesi dall'uscita de La mossa del gatto. Quattordici mesi che sembrano due vite, quando una non basta. Nel mezzo tante di quelle cose che nemmeno provo ad elencarle. Sono cambiate le emozioni, il punto di vista, le mani che stringo.
La Musica no, quella non è cambiata. Si è arricchita di novità, è stata la mia forza in ogni singolo giorno di questo viaggio e credo che sia entrata a far parte del mio dna. Forse per quello in questo periodo mi rintano nel vibrante silenzio, perché Qualcuno mi ha insegnato che il vuoto non esiste, la fine di una nota è solo l'inizio dell'altra. E quindi, forse, ciò che cerco di mettere a fuoco oltre la riga del conteggio, è la direzione del prossimo viaggio. Ci sono ancora tante note da suonare.
E "in ogni nota c'è una vita intera" (Ezio Bosso)

venerdì 5 giugno 2020

The day after...

Ad ogni modo, entrare in ufficio e trovare ancora i calendari fermi sulla pagina di marzo mi ha fatto lo stesso effetto di una di quelle puntate di "Ai confini della realtà": una serie tv che facevano a metà degli anni '80.
Mi è sembrato di tornare a rompere un tempo rimasto cristalizzato.
Solo la pianta che ho lasciato qui pensando di ricomparire presto, e non dopo tre mesi, dimostra che qualcosa ha continuato il suo corso, mostrando la bellezza di tre nuovi rami.
E poi l'archiviare le mail.
Scorrere le date e rivivere le immagini di quei giorni anomali. La musica alla finestra (Rain, sempre a volume altissimo), la quarantena e l'isolamento (tempismo perfetto per un'infiammazione ai reni), la spesa portata dalle amiche, il continuo sentirsi spaesata.
Vedere mamma raramente e avere paura, sentirsi in colpa.
Non vederla e sentirsi in colpa lo stesso.
Poi arriva maggio e inizi a pensare che ne siamo quasi usciti. Con le ossa rotte ma c'è luce in fondo al tunnel.
Fino al 15 maggio che ti smentisce con un colpo di rasoio. Sapere esattamente dov'eri alle 9.01 (in cucina), cosa stavi per fare (il caffè), com'eri vestita (la solita maglia grigia tre taglie più grandi) e la sensazione del sangue che precipita verso il basso.
Meno di una manciata di secondi di speranza in un messaggio: "ti prego dimmi che è una fake" a cui segue risposta immediata "no".
Tempo che si cristallizza di nuovo, con quel cricchiare di ghiaccio che sembra spezzarsi da un momento all'altro.
Insomma.
Come dire.
Tutto bene un cazzo.

martedì 14 aprile 2020

Ma io boh


All'inizio di questi giorni sospesi ricordai quei mesi chiusi dentro casa dopo l'incidente. Quattro mesi in 27 mq. 
Uscivo "solo estrema necessità" 2 ore, tre volte la settimana per la fisioterapia. E poi comunque nemmeno gli otto mesi successivi furono semplici, non ero sulla sedia a rotelle ma camminavo solo con le stampelle, non si poteva certo definire un carnevale. 

Ricordo perfettamente che non fu affatto facile, però li superai. In questi giorni mi sono chiesta quale fosse il mio stato d'animo. Sicuramente era molto diverso, nel senso che all'interno delle mura domestiche la situazione non era per nulla semplice, ma fuori il clima era assolutamente normale. Ero io a guardare il mondo attraverso i vetri e a sentirmi tagliata fuori, ma lì fuori tutto procedeva con il suo normale ritmo. Non è poco. Oggi chi è chiuso dentro è al sicuro, magari non dai propri demoni, ma è al sicuro. E il mondo là fuori è pericoloso e disarmante. 
Ma a parte questo, certo, il tempo che passa sfuma i ricordi rendendoli più piacevoli o comunque placandone i picchi negativi. Senza contare un dato fondamentale che mi era sfuggito. La codeina! Assumevo dosi costanti di antidolorifico (sotto stretto controllo medico, chiaramente) e forse pure quello aiutava! 
Un mese chiusa dentro casa, di cui 15 giorni in isolamento a causa di una febbricola fastidiosa più che pericolosa. Impossibile spostarsi anche per l'urgenza o per far la spesa. Secca dirlo, ma devi chiedere aiuto. E perché "secca" chiedere aiuto? Era una cosa che mi diceva anche la sciamana anni or sono: "devi imparare a chiedere aiuto quando serve". Forse non è tanto la paura di disturbare il prossimo, che sì, è intrinseca nel mio carattere ma insomma... se non posso, non posso. Non potevo  uscire, non potevo essere io ad assumermi la responsabilità. Mi è toccato delegare.
Ecco qual è il discorso. Ammettere che non puoi essere tu al centro e delegare.
Non hai i super poteri, non puoi fare tutto da sola, non puoi controllare tutto. Credo che sia questa una parte destabilizzante. Non si può controllare nulla, in questi giorni. Si è in balia delle onde. Chiedere aiuto a chi ti sta accanto è l'unico modo per uscirne, ma è quello che ti fa ammettere che da sola vali zero. Che il mondo va avanti senza la tua mania di voler gestire razionalmente tutto. Vivere alla giornata per noi popolo di programmatori compulsivi è drammatico. Eppure. 
Eppure passano i giorni, esci dall'isolamento e puoi finalmente mettere il naso fuori di casa e... portare via la differenziata.
Soprattutto renderti conto della banalità delle banalità: il sole è sorto e tramontato anche senza il tuo smadonnare ai quattro venti. 
Forse è quello che ci spaventa, che ci spinge a restare connessi sui social in cerca un appiglio, a dire e scrivere, a mostrare cosa facciamo, le torte che impastiamo e come passiamo il tempo. È un modo di dire "ehi, sono qui, mi vedi?". È un modo di avere il controllo e di stabilire una parvenza di rassicurante abitudine. Ma l'essere socialmente asociali non è la nostra natura. Abbiamo bisogno di contatto, di mani da stringere, di occhi da incrociare. Abbiamo bisogno di sentire il profumo della pelle di qualcuno che ci scalda l'anima. 
Dal canto mio, benché non sia mai stata una grande dispensatrice di abbracci, se continua così appena usciremo da questo delirio abbraccerò pure il palo della luce. 
Con guanti e mascherina certo. 

mercoledì 4 marzo 2020

Step by step

A non fare si perde dimestichezza.
Tipo: secoli or sono suonavo il flauto dolce contralto e leggevo correttamente lo spartito. Oggi non ricordo più come si leggano le note, sebbene abbia scoperto di essere ancora in grado di seguirle. Non ricordo le partiture con cui suonavo un pezzo, ma le dita si muovono comunque secondo quei movimenti, in parte persi ma in parte no.
Ma non c'è dimestichezza.
E per fortuna dei vicini nemmeno il flauto.

Non parliamo del correre. Quest'anno sono dieci anni esatti che il termine "correre" è uscito dal mio dizionario personale. Ma dato che sono fortunata anche solo a camminare, faccio spallucce. Anche in giorni come questi, dove cammino sì ma a fatica. Pazienza, andrò più lenta.
 
Quanto torno qui a scrivere, dopo diverso tempo, mi rendo conto di aver perso la confidenza con il blog.
Scrivo, cancello. Poi mi dico "a chi vuoi che freghi". Mah.

Allora apro le finestre, faccio passare un po' d'aria. Tolgo un po' di polvere.
Ho bisogno di passare le dita sui mobili, di riprendere il contatto. Non è sempre così immediato. Ho bisogno di sedermi a raccogliere le idee e riprendere le fila dei pensieri.
È un periodo di ferventi cambiamenti. Lo dice pure Paolo Fox. Anno spettacolare per il Toro. In questo periodo si semina quanto si raccoglierà di strabiliante in autunno.
E per certi versi è proprio così, ci sono diversi progetti in fase di realizzo, non ne posso ancora parlare però si prospetta un periodo carico di novità.
Alcune le ho cercate, fortemente volute, per altre è stato bello farsi trovare e stupire. Se capiterete ancora qui, tra queste stanze, vi renderò partecipi.

Nel frattempo, con il cambio di stagione imminente, non ho ancora affrontato il cambio degli armadi ma valuto con ottimismo il cambio di pelle. 
Che poi non è ancora primavera, ma il sole caldo di qualche giorno fa ha risvegliato non solo i fiori di pesco ma anche i miei sensi di colpa. Per non parlare della bilancia che, destata dal suo torpore invernale, ha sentenziato con brutale freddezza un aumento esponenziale del peso. 
C'è chi sotto stress dimagrisce; ricordo ancora con una certa invidia le amiche più grandi che mi raccontavano "ah, io sotto maturità ho perso 10 kg per l'ansia" e io che aspettavo la maturità pensando che almeno il primo giorno di università sarei stata un figurino. 
E invece no. 
"Ciccia", letteralmente. 
L'altro giorno l'amica che sta divorziando mi diceva : "Ecco, LoStronzo mi ha lasciata e io ho perso 7 kg".
Il bello tra amiche è anche questo: non serve più usare un nome, si dice LoStronzo e si leggono: nome, cognome e codice fiscale dell'innominabile.

Ad ogni modo, da quel che ha detto la bilancia domenica pomeriggio, con me non funziona nemmeno l'essere brutalmente scaricata. 
Che sia l'ansia, il dolore o semplice giramento di palle, io lievito quanto le Tre Marie tutte insieme.
Sempre e comunque.
Però da sabato mi sono messa di buzzo buono. Ho piazzato i miei jeans preferiti, in cui oggi non riuscirei ad entrare nemmeno con l'ausilio della protezione civile, appesi al mobile del salotto davanti al divano. Ogni volta che mi viene voglia di sgranocchiare pure l'imbottitura dei cuscini, li guardo e già mi sento più magra per il solo effetto della buona volontà. 
Ho un obiettivo di almeno 6000 passi al giorno, ieri ampiamente superato, e un frigo dove l'equilibrio degli elementi fa concorrenza alle dispense zen.
Ho dormito così paciosa che in sogno è apparso pure David Garrett. Credo sia un omaggio dell'Universo per la mia temerarietà.

Insomma: cerco di pensare positivo, alle vacanze al mare, a ridurre per quanto possibile la produzione di cortisolo.
Quest'ultima è la parte più difficile, dovrei eliminare completamente le fonti di stress però pare sia illegale e quindi mi armo di considerevole pazienza.
Mi concentro solo esclusivamente sui miei obiettivi, che credetemi sono luminosi e intriganti, sulle novità in arrivo, sui nuovi fiori da mettere sul davanzale delle finestre. Sullo spostare, cambiare, rivedere e anche buttare.
E su quei jeans che con il tacco alto mi stavano da Zeus e che non resteranno lì, in attesa ancora a lungo.

On Air: Viva la vida - David Garrett

martedì 19 novembre 2019

Polvere...

In questi giorni verrebbe voglia di tutto, meno che di aprire le finestre. 
Piove ininterrottamente da giorni, fa freddo, e in diverse zone d'Italia ci sono danni difficili da calcolare. 
Però spalancare le finestre è necessario. Ho avuto giorni di febbre, cambiare aria dà la sensazione di far uscire i respiri "malati". 
E ancora più bello spalancare le finestre della propria anima. Certo, per bisogna avercela pure, un'anima.
L'anima è come "il buongusto e il senso dell'umorismo. Tutti sono convinti di averne,  ma è materialmente impossibile che tutti ne abbiano".*
Ma se ce l'hai allora la devi trattare bene, anche se è stropicciata perché, malauguratamente, l'hai appoggiata nel posto sbagliato e qualcuno di distratto ci si è seduto sopra. Anche quando una cameriera sciatta l'ha presa per sbatterla a mo' di tappeto e l'ha lasciata fuori alle intemperie. In fin dei conti succede, di distratti e sciatte è pieno il mondo.
Non resta che correggere il tiro, andartela a riprendere e fare un attento lavoro di restauro. E se con il fai da te non sei proprio pratica, meglio rivolgersi a chi il restauratore lo sa far bene. Va a finire che ti sistema non solo l'anima, ma anche lo spirito, la voglia di fare, e pure il fisico va, così smetti di litigarci, finalmente. Mi si creda, ho finalmente capito che la felicità non è perdere dieci chili, rinnovare il guardaroba, se poi il volto resta arcigno. Meglio il vecchio jeans di sempre e un sorriso limpido, "la mia cellulite le mie nuove consapevolezze..."

Quindi, nonostante la pioggia, apro le finestre. Faccio entrare aria fresca, cambio le lenzuola, metto in ordine libri e idee.
Ho dovuto cambiare le lenti degli occhiali, e anche se la cosa non è stata indolore anzi, ora vedo le cose più chiaramente. Gli occhi all'inizio non volevano crederci, si sono opposti e hanno bruciato per giorni. Ma ora mi godo una visione più lunga, e decisamente più nitida. 
Faccio progetti. 
Ambiziosi, limpidi, e grandi. Anche più grandi di me. C'è un giro di vocali sul mio telefono da mettere a rischio la capacità di memoria, ma è così che succede quando menti brillanti, in fermento, si incrociano e si confrontano. Ed è uno spasso.
Mi metto i tacchi e vado a pranzo in buona compagnia, e poi spettegolo con le amiche come solo le quindicenni fanno.
Insomma, nonostante la pioggia incessante di questi giorni, se mi perdo a guardar fuori dalla finestra, mi scopro a sorridere. Perché se è vero che non può piovere per sempre, è altrettanto vero che quando le pozzanghere incombono ci sono tante cose che si possono fare.
Ad esempio saltarci dentro a pié pari come si faceva da bambini, fregandonsene di schizzare tutto intorno, e poi ridendo, salire di almeno cinque gradini. 

*Harry ti presento Sally
On Air: Polvere - Enrico Ruggeri


mercoledì 25 settembre 2019

Cose belle tra donne

Giornata grigia, un po' come il mio umore. 
Mi dirigo verso l'atrio dell'ufficio e lì mi trovo a osservare una signora che, in piedi accanto all'ingresso, ascolta la musica dalle cuffie e tiene gli occhi fissi sul display del telefono. Sorride. 
Non focalizzo subito il perché, ma non riesco a smettere di guardarla. Lei se ne accorge e quando le passo accanto si toglie le cuffie, come si aspettasse le dicessi qualcosa. 
Realizzo che gli ultimi metri devo essere sembrata ben strana, e comprendo anche il motivo di tanta attenzione. 
Arrossendo le dico: "mi perdoni, non volevo essere invadente, ma lei ha delle scarpe bellissime". E infatti... aveva un bellissimo decolté blu elettrico dal tacco vertiginoso. Lei sorride di rimando: "anch'io le adoro! pensi che ho comprato il vestito apposta dello stesso colore, perché quando le ho prese è stata pura follia". Ci salutiamo ed entro nel condominio "le Vallette", sempre convinta che il destino uno se lo porti nel nome. Ma l'umore non è più tanto grigio. Tende più al blu elettrico. Cose che solo tra donne...

Ieri sera, invece, consulenze via whatsapp sul cosa mettere per le presentazioni del fine settimana. "Questo sì, questo no, questo dai è troppo. - No il problema non è il vestito troppo, so io che so' tanta". 

Il bello delle amiche è che ti rincuorano. A prescindere. Anche sulle tue forme troppo morbide, sui tuoi gusti troppo classici, sulla tua mania per i jeans inseparabili come tattoo, dalla crisi premestruale che ti fa vedere tutto nero sfumato di grigio, e se lo reputano necessario vengono a ripescarti in fondo al quel magliore taglia XXL nel quale ti nascondi, come fosse una tenda canadese. 
Le amiche sono quelle che tu puoi dire "lo stronzo" e non hai bisogno di aggiungere altro. Sanno a prescindere di chi si parla, cambiano sguardo e nello stesso istante hanno giò formulato una serie di epiteti variopinti da scrivergli sulla carrozzeria dell'auto, alla prima occasione utile. 
Le amiche sono quelle che ti fanno scudo intorno che nemmeno la scorta di Saviano. Sono quelle che, però, ti scuotono dal torpore quando ti lasci andare troppo. Sono quelle che confabulano tra di loro alle tue spalle, ma lo fanno solo quando devono cucirti un paracadute su misura. 
O organizzarti una festa a sorpresa. 
Sono quelle che ti invitano ad un concerto metal anche se sei cresciuta a pane e Pooh, e tu hai deciso che ci vai e già non vedi l'ora. 

In questi giorni ho capito che quando fatico a ritrovare il mio centro, posso permettermi il lusso di chiedere in prestito un pezzettino del loro, non me lo negheranno mai. Il che rende tutto più semplice. 
Come scoprirsi a sorridere studiando ricami per carrozzeria.

venerdì 2 agosto 2019

2 aprile - 2 agosto, quattro mesi.

Quattro mesi. 
In questo periodo ho quasi smentito Pavese quando diceva che non si ricordano i giorni, ma gli attimi. Se chiudo gli occhi rivedo il tamburellare di attimi che si sussegono con la stessa potenza dei fuori d'artificio del Redentore, uno dopo l'altro a comporre giorni intensi, unici, indimenticabili. 
L'emozione prima dell'uscita del libro, l'attesa interminabile, sul treno per Torino per la prima presentazione, quei giorni perduti a rincorrere il vento
a chiederci un bacio e volerne altri cento
... 
Quattro mesi di emozioni così intense da non capacitarsene, da chiedersi se sia tutto vero, darsi un pizzicotto o farsi il solletico. Fermarsi di notte in silenzio ai piedi di una fontana, e se fosse un sogno vi preghiamo di non svegliarci. 
Quattro mesi. 
Ho così tanti ricordi dentro che potrei riempire l'album di fotografie con immagini di almeno un paio d'anni, ogni giorno una scoperta, meravigliarsi anche nei momenti in cui non era tutto così semplice. 
Ora sento il bisogno di fermarmi, prendere fiato e lasciare sedimentare tutte le luci che mi pervadono, le voci e i sorrisi, e gli abbracci e le partenze, gli arrivi, anche quelli mancati. 
Ho bisogno di ritrovare il mio silenzio e, soprattutto, rimettermi a scrivere. Ritrovarmi nella mia dimensione fatta delle note di Ezio Bosso alternate al ticchettio della tastiera. Ci sono i racconti per l'antologia, c'è soprattutto quello che chiamo ancora "il n. 2" da impostare e far nascere, o Cloe non scenderà più dal ripiano della cucina e continuerà a smangiucchiare tutti i miei marshmallow che tengo di scorta, per le serate buie. 
Dopo una notte quasi insonne, a causa del caldo e dei gatti irrequieti, posso dire che aspetto con ansia l'autunno e quell'energia di rinnovamento che mi porta ogni anno. Quella voglia di fare e ricominciare che ora, in questo momento di stasi e attesa, mi manca. Come mi mancano tante altre cose, che cose non sono. 
Insomma, mi prendo un pausa, aspettando che le Langhe si colorino fino a risplendere, così sarò pronta a fare scorta di altri attimi, e altri giorni di emozioni da inventare. 
Ma torno eh... 
Avoja che torno. 


 

mercoledì 22 maggio 2019

... si spegne anche l'insegna di quell'ultimo caffè

Richiudi la porta alle spalle. La musica è ormai spenta, ma le orecchie fischiano ancora, vuoi per le note troppo alte, il vociare e le risate. Hai ancora un sorriso impigliato all'orecchino, uno sguardo appoggiato lì, vicino al tappo del prosecco: la festa è finita e tutti gli inviati stanno raggiungendo le loro auto.
Che poi, non è proprio così. Ma la sensazione è quella. Dopo un mese di biglietti del treno, di mani da stringere, di abbracci e di emozioni così forti da togliere il fiato, guardo il calendario e per ora, il prossimo fine settimana non è cerchiato. L'ultima valigia è ancora da disfare da domenica sera, ogni tanto Leo ci si infila dentro e si fa trovare perché dimentica la coda fuori.
C'è stata la prima presentazione, quella con il fiato corto, con le amiche che mi guardano di sbieco e cercano di capire se dietro il colorito bluastro che mi portavo addosso ci fosse ansia,  mancanza di ossigeno, la tachicardia o un uso improprio del fard.
C'è stata Mari che ha fatto capolino, non me l'aspettavo e sono scoppiata a piangere come una deficiente.
Ci sono stati i regalini, i regaloni, c'è stato il mio guardare smarrito Annamaria e i due life-motive del w.e: "dove ho messo La Penna?" io, "mangia!" lei.
C'è stata la presentazione ufficiale nella mia città, con la Famiglia, gli amici e i fiori e gli abbracci commossi e stupiti. C'è stato il Salone, che basta nominarlo così, senza specificare. Che tanto si sa che è il Salone Internazionale del Libro. Cos'altro potrebbe essere? È un po' come dire "il Santo" a Padova, o l'Avvocato a Torino. E per noi che si scrive, quando entri da autore quella colonna di libri fa tutto un altro effetto. Una stampa di un lupo, quella di un micio, un sacchettino di lavanda, due orecchini brillanti e Patrizia seduta accanto a me, a farmi annodare la gola, di nuovo.
C'è stato il "Tour del Gatto" che si chiude a Padova, per festeggiare la terza, inattesa ristampa. Il mio compleanno lontano da casa, la Capitale che a tornarci è sempre un'emozione. 
Insomma, se non fosse per la casa che in mia assenza o presenza rateale appare ordinata come una stanza di liceali, il frigorifero che non vede una spesa decente da un mese, non sembrerebbe nemmeno la mia vita.

Oggi la musica non è proprio spenta ma viaggia su un volume più basso. Guardo a sabato con lo spirito della massaia e non dell'autrice itinerante, anche se la primavera e il sole tardano ad arrivare ho voglia di fare ordine tra le stanze e soprattutto fare spazio. E sorrido.
Sento quel leggero friccico creativo che nulla ha a che fare con la scrittura, ma mi fa venire voglia di spostare i mobili, cambiare le prospettive, rivedere gli spazi buttando l'inutile per fare spazio al nuovo e fondamentale.
Ho voglia di invertire l'ordine dei fattori, e scoprire che il risultato cambia, eccome. 
Che le regole sono un po' come i libri lasciati lì, alle volte basta soffiargli via la polvere e cambiano luce, si rianimano nei colori.
Anche le persone sono così.
Ho voglia di riprendere fiato e fare la lista delle cose da prendere all'Ikea insieme a Chiara, perché qualsiasi cosa tu viva o senta, se non spettegoli adeguatamente con l'Amica, resta sospesa tra il sogno e la fantasia.
E invece, mai come in questo periodo, i miei giorni siano carichi di consapevolezza.

giovedì 21 febbraio 2019

Sì, viaggiare...

Febbraio è il mese in cui inizio a pensare alla via di fuga. Il sole che, seppur a fatica, incide la nebbia mi fa sentire la primavera che si avvicina e la mia tolleranza verso gli ambienti chiusi raggiunge i livelli minimi.
Se da un lato la disciplina batte la ribellione che l'affitto devo pagarlo e pure gli inesauribili chili di lettiera, la testa ha bisogno di poter evadere oltre i confini della scrivania. 
Guardo oltre la finestra, come a scuola. Mi perdo tra i pensieri e i desideri inespressi restano annodati ai ricci in attesa di una presa di coscienza. 
Temo l'aereo. 
Tutte le volte che mi sono ritrovata con la testa tra le nuvole, la sensazione di leggerezza è durata sempre troppo poco, e gli atterraggi sono stati ruvidi. Lo ammetto: mi è rimasta la paura di volare.
Sono abituata al treno, con il suo ritmo costante e i percorsi tracciati, ma non sempre quelli che vorrei. Spesso sono sbagliati i tempi, si confondono i binari. Saltano le coincidenze e finisco con il restare spaesata con il naso all'insù, a scrutare il tabellone e la voglia di tornare a casa.
Mi diverto con la mia auto, Minnie.
Con lei parto senza orario. Alle volte senza meta. Guido con la radio a farmi compagnia, e lo scintillio del mare oltre il parabrezza. Ci siamo persino arrampicate in una mulattiera viestiana, non senza paura certo, ma determinate ad arrivare dall'altra parte della collina senza perdere la frizione per strada. Con lei mi accosto quando mi arriva un messaggio inatteso. Resto parcheggiata finché la canzone non finisce, che certe canzoni non puoi tagliarle a metà. Ho lasciato lacrime sul volante e riempito il bagagliaio di risate. 
Con lei potrei partire anche domani. 
Sì, ma per dove?
Una di quelle mete da sogno, ambite e luminose quanto distanti e difficili da raggiungere.
Un paesaggio inusuale e silenzioso, di quelli che sembrano lì ad attenderti da sempre, dall'altro capo di un filo fragile e sottile.
Ho voglia di ricominciare a respirare, ho voglia di leggerezza, di mani, di baci sulla fronte, di brividi, di ridere, di biscotti, di musica, di candele e di luce, di finestre aperte e di sole, di abbracci stretti, di vino fresco e di pesce, di foto, di istanti, di sguardi che capiscono, di confidenze e fiducia, di un paio di cuffie, di sentirmi al sicuro, di infradito e colori, di intrecci di gambe di baci e silenzi, di sentieri tra le colline, del fruscio delle foglie e l'acqua fredda di un ruscello, di sassi da far rimbalzare, di racconti sussurrati di notte, che il buio fa intimità. 
Ho voglia di uscire allo scoperto. 

Come passa in fretta il tempo...

Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno.  Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...