Ad ogni modo, entrare in ufficio e trovare ancora i calendari fermi
sulla pagina di marzo mi ha fatto lo stesso effetto di una di quelle
puntate di "Ai confini della realtà": una serie tv che facevano a metà
degli anni '80.
Mi è sembrato di tornare a rompere un tempo rimasto cristalizzato.
Solo la pianta che ho lasciato qui pensando di ricomparire presto, e
non dopo tre mesi, dimostra che qualcosa ha continuato il suo corso,
mostrando la bellezza di tre nuovi rami.
E poi l'archiviare le mail.
Scorrere le date e rivivere le immagini di quei giorni anomali. La
musica alla finestra (Rain, sempre a volume altissimo), la quarantena e
l'isolamento (tempismo perfetto per un'infiammazione ai reni), la spesa
portata dalle amiche, il continuo sentirsi spaesata.
Vedere mamma raramente e avere paura, sentirsi in colpa.
Non vederla e sentirsi in colpa lo stesso.
Poi arriva maggio e inizi a pensare che ne siamo quasi usciti. Con le ossa rotte ma c'è luce in fondo al tunnel.
Fino al 15 maggio che ti smentisce con un colpo di rasoio. Sapere
esattamente dov'eri alle 9.01 (in cucina), cosa stavi per fare (il
caffè), com'eri vestita (la solita maglia grigia tre taglie più grandi) e
la sensazione del sangue che precipita verso il basso.
Meno di una
manciata di secondi di speranza in un messaggio: "ti prego dimmi che è
una fake" a cui segue risposta immediata "no".
Tempo che si cristallizza di nuovo, con quel cricchiare di ghiaccio che sembra spezzarsi da un momento all'altro.
Insomma.
Come dire.
Tutto bene un cazzo.
Posso essere carente sotto molti aspetti.
Ma come amica, amante e compagna di giochi di un gatto, sono praticamente perfetta.
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