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lunedì 29 dicembre 2025

29.12.2025 - I buoni propositi di Zia Cettina

 

Mentre analizzavo il libro "I buoni propositi" di Sabrina Gabriele", per La compagnia del Segnalibro, ho chattato con Zia Cettina sull'abitudine al tipico elenco che si fa il 31 dicembre e si dimentica il 4 gennaio. 
Per chi come me ha sempre vissuto come "top" l'acquisto del diario di scuola, il vero capodanno emotivo lo vive di più a settembre, in realtà, dovremmo avere la capacità di rivedere il nostro sentiero indipendentemente dalla strada che facciamo. 
Eppure. 
L'anno che verrà, però, il 2026 è niente meno che l'anno dei miei 50 anni. Che a ben pensare non sono nemmeno pochi, anche se, spesso e volentieri, mi sento ancora un po' adolescente e un po' sciroccata. Dicono che i nuovi 50 siano i vecchi 40, e personalmente conosco trentenni che sono più vicini alla maturità di un dodicenne, ma forse non è il caso di focalizzarsi sul numero. 
Eppure. 
Eppure questo pensieri mi resta lì, di sottofondo o in background, per dirla in termini più moderni. E allora ho deciso che eliminerò i buoni propositi del 1996, ancora intonsi, e mi dedicherò a quelli del 2026 con una certa serietà. E no, non verteranno su "perdere 10 chili, iscrivermi in palestra" e altre banalità a tema, su cui gira intorno anche Bridget Jones. 
Con Zia Cettina abbiamo trovato cinque famiglie in cui dividere le sfide di quest'anno. Ne ho parlato anche al club del libro e alcune ragazze mi hanno chiesto di condividerle e allora, perché no. Le scrivo anche qui e nei prossimi giorni vedremo, insieme, di dare loro maggiore definizione. 

I buoni propositi del 2026
*Propositi di Confine: cosa non permetto più.
*Propositi di Coraggio: cosa faccio anche se ho paura.
*Propositi di Verità: dove smetto di mentire a me stessa. 
*Propositi di Presenza: come voglio abitare i miei giorni. 
*Propositi di Misura: scegliere il quanto, il quando e il con chi. 

Quest'ultima mi ha colpita particolarmente, perché dentro ci va l'imparare quando fermarmi, non spiegare più del necessario, non svuotarmi... e soprattutto comprendere e accettare che non tutto va salvato risolto e accompagnato, Zia Cettina ha aggiunto: "sai perché questa quinta è importante per te? perché sei accudente, senti molto, e perché hai passato anni a dare troppo o a toglierti troppo". Imparare la misura è scoprire l'equilibrio". 

Mi sembrano degli ottimi spunti di riflessioni e blocchi di partenza. 
Nel frattempo, ho comprato un rossetto rosso.
Il primo della mia vita. E mi sembra già di aver fatto una cosa grande. 



domenica 5 maggio 2024

In un mare senza blu - Francesco Paolo Oreste

 

Già lo scrissi, una volta, che Francesco Paolo Oreste scrive con lo stesso gioco di luci e di ombre con cui Caravaggio dipingeva le sue tele. 
E allora come nella Vocazione di San Matteo, i personaggi venivano colpiti da una lama di luce a cui era impossibile sottrarsi, così come avessimo tra le mani un Michelangelo Merisi al negativo, è un lampo di buio a investire i tre protagonisti di questa storia: Ciro, Michele e Mario.

È così che Vico Stella diventa Vico Nero. 

Nero come la fuliggine, la morte, l'inchiostro delle seppie. 
E dato che al proprio destino nessuno gli sfugge, e qualcuno se la trova scritta addosso da altri, la propria sorte: figlia dal luogo dove è nato, dai genitori che l'hanno messo al mondo o ve lo hanno cacciato, anche i nostri protagonisti si trovano a dover combattere con una vita che non hanno scelto. 
Perché non tutti nascono con l'opportunità di scegliere. O, ancora, quando i tagli dei colori sono così netti, quando fin da piccoli ci viene insegnato a convivere con il buio e le sue ombre, allora scegliere la luce non è così scontato. 
Tanto meno semplice. 
E allora Michele impara a viverlo, il buio. A diventarne padrone, perché il potere genera paura, e la paura è la cosa che conosce meglio, e può gestirla. Sa maneggiarla.  
Ben più dell'amore che da sempre gli è stato negato. 
Ciro invece ci combatte, con ogni sua forza contro il nero, la stessa con cui il bucaneve sfida il gelo dell'inverno per uscire a cercare il sole oltre la neve, la stessa con cui sopravvive il suo di amore. 
Ma, quando sembra la fine, in quel buio ci precipita perché nessuno si salva da solo, specie se si ama così forte e non si sa cosa significa essere amati a propria volta. 

Ma è un libro d'amore, questo? 
No. 
O forse sì: dell'amore mancato, dell'amore ignorato, mai donato, dell'amore sacrificato e ucciso. 
Dell'amore assente. 
Assente dalle strade, dalle mura di casa, dalle vite dei bambini costretti a crescersi da soli, dal volto di una maestra che non accarezza ma deride. L'amore spacciato per tale, che non dona nulla se non sangue e un livido da aggiungere ai precedenti. 
L'amore sacrificato perché renderebbe deboli davanti al potere, e si sa: amore e potere non fanno rima.
Mai. 
L'amore che piega la testa davanti alla morte, e si rassegna a cederle il passo. 
Non solo nei vicoli bui, ma anche nelle vite nere. Quelle costruite sull'apparenza, quelle che nascondono le perversioni in fondo all'armadio come la polvere sotto ai tappeti e brillano di una luce che non gli appartiene. 
È un libro di dolore, con le pagine che ti restano addosso anche dopo che, a fatica, lo riponi sul comodino. 
Perché se è vero che è il dolore che ci fa crescere e ci insegna qualcosa, da quando avremmo affrontato la prima pagina e poi avremmo voltato l'ultima, a quel punto volenti ma soprattutto dolenti, non saremo più gli stessi. 

È un libro che dipinge una realtà che ci sembra così dannatamente lontana dalle nostre vite imperfette, certo, ma mai così fuligginose. 
Una realtà che sembra non appartenere a noi e che di delitti e di pene siamo abituati a sentirne parlare solo attraverso una cronaca essenziale, il tempo di un servizio del TG, e tanto ci basta per ergerci a giudici. E abbiamo imparato a condannare da buoni borghesi a cinquemila anni, più le spese.
Incapaci di andare oltre gli istanti che segnano solo l'epilogo di una storia, e ignorando o peggio, disinteressandoci sul come questa abbia avuto inizio.
Da quale tana invasa dal buio siano usciti quei volti. 

Ma è anche la storia dell'amore salvifico, quello che tende una mano nella disperazione ed è capace di riportare a galla. 
«E cosa siamo?»
«Siamo due pesci pieni di un nero che non ci lascerà mai, ma pure con una voglia di blu che ci circonda e che, forse, ci tiene a galla»
«Come due seppie in altro mare?»
...
«Sì, come due seppie in alto mare, piene di nero e in mezzo al blu.»



mercoledì 14 febbraio 2024

Anna - Barbara Galimberti


Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, sopratutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere. 

Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.

Una storia delicata, come è delicata la personalità della protagonista: Anna. Postina per mestiere, investigatrice per passione e per animo gentile. Lo stesso animo che la porta a guardare con tenerezza tutte quelle lettere che, per un motivo o un altro, non possono essere recapitate come portatrici di messaggi che non vedranno mai esaudito il proprio compito. Ma Anna cede alla curiosità e apre una busta rosa scoprendo il messaggio scritto da una bimba e destinata a una signora che... abita in una piazza. 
È da queste poche parole che Anna inizierà la sua indagine, e nel suo percorso farà degli incontri che, piccoli o grandi siano, sono destinati a cambiarle in qualche modo la vita. Perché proprio come ci insegna l'autrice, la vita è costellata di incontri e in ognuno di essi potremmo trovare bellezza. 
Una storia che ci fa assaporare una narrazione di altri tempi, uno di quei libri che leggi quando hai bisogno di conforto e di ottimismo. Con il tempo scandito dalle pedalate di una bici più che dal rombo di un motore, e dalla luce del sole estivo dalle ombre lunghe, più che dalla potenza di luci artificiali. 

Ho amato questo libro proprio per la leggerezza con cui ci porta a riflettere sulla vita e i rapporti umani, lasciandomi, una volta finito, con la serenità di una bambina a cui hanno regalato un bastoncino di zucchero filato. 

giovedì 15 dicembre 2022

L'ignoranza dei numeri - Francesco Paolo Oreste


 "E dietro alla curva del tempo che vola
C'è Sante in bicicletta e in mano ha una pistola
Se di notte è inseguito spara e centra ogni fanale
Sante il bandito ha una mira eccezionale
E lo sanno le banche e lo sa la questura
Sante il bandito mette proprio paura
E non servono le taglie e non basta il coraggio
Sante il bandito ha troppo vantaggio.
Fu antica miseria o un torto subito
A fare del ragazzo un feroce bandito
Ma al proprio destino nessuno gli sfugge
Cercavi giustizia ma trovasti la Legge."

Chissà se tra i mille poeti di cui si circonda l'ispettore Romeo Giulietti c'è anche Francesco De Gregori, perché mentre ripesavo alle pagine appena ascoltate (ho "incontrato" il libro di Francesco Paolo Oreste su Audible), per una strana associazione di idee ho iniziato a cantare Il bandito e il campione. Soprattutto in quel riscontrare e dichiarare la differenza tra giustizia e legge
Sarà. 
Sarà che negli ultimi sei mesi Napoli è diventata quasi casa. Ho disseminato pezzi di cuore lungo tutto il tracciato della metropolitana 2, ma ascoltare il romanzo letto in modo magistrale e con uno spiccato accento partenopeo ha placato la nostalgia che, inaspettatamente, mi ha colta di sorpresa come il freddo. 
La scrittura di Francesco Paolo Oreste si fa assorbire e passa da parte a parte con la potenza di un proiettile, crudele e cruento alle volte, a descrivere una Napoli dalle ombre delineate in pieno contrasto con la luce e i colori dei napoletani che la abitano. Come se la città fosse distinta in due entità divise: quella della criminalità da prima pagina, con cui non senza pregiudizi viene additata, e quella del coraggio, della gente che trova ragioni per vivere, gioire e amare.
Nonostante tutto. 
Poetico e romantico, nelle riflessioni di un ispettore che sceglie il mare alla carriera, che è un tutore della legge ma crede nella giustizia, ma soprattutto nel rispetto della persona. Che comprende ma non giudica. Che ha e dà una sola parola, e non la tradisce. 

Di questo libro ho amato i colori e il buio, l'ironia, gli scambi tra Giulietti e il suo collega Michele Carotenuto, capace di compensare l'animo idealista e aulico del suo superiore, in un continuo botta e risposta che a tratti mi ricordava la comicità di Troisi.
Mi sono ritrovata ferma al semaforo a commuovermi quasi alle lacrime, persa nei pensieri e nei dubbi di un poliziotto fuori dagli schemi, eppure così "normale". Dove normale significa semplicemente l'opposto del supereroe che ogni tanto si incontra e tanto stanca. Romeo è un uomo che vorremmo avere come amico quando siamo nei guai, o più semplicemente quando vorremmo parlare con qualcuno che sappia ascoltarci senza rigirare il coltello nella piaga.
O semplicemente perché la sua sola presenza ci fa sentire bene. 

Un giallo costruito ad arte, un'indagine completa non priva di colpi di scena e di tensione che mi è parsa quasi un pretesto per raccontare altro, molto di più. 
E come sempre mi accade quando scopro uno scrittore di valore, mi avvierò tipo cane da tartufo in cerca di ogni testo leggibile, così da supplire questa sensazione di solitudine che piove addosso all'ultima pagina di un libro che si è amato dalla prima riga. 

On Air: la suoneria dello smartphone di Giuglietti : Je so' pazzo - Pino Daniele 

lunedì 7 novembre 2022

Jean Claude Izzo

 

Se è vero che c'è tempo e modo per ogni cosa, questo detto vale anche per i libri, almeno per me. 
Me ne hanno parlato in molti, in diversi periodi della vita, ma non mi ero mai decisa a leggerlo, perché? Non lo so. Ma passavo dritto pensando ad altro. 
Poi una giornata a Roma, l'idea di farmi un regalo, un messaggio che arriva al momento giusto e dei tarocchi che, un po', ti fanno pensare. E tra storia, sentimenti e un pizzico di magia scatta la scintilla e Izzo torna a Padova con me. 
Non sono una persona che legge in fretta. I libri li tormento: leggo, torno indietro, sottolineo, e sì, faccio anche le orecchie alla pagina. Perché un libro è come un amante: lo devi vivere, respirare, mordere se ti viene voglia. Come dice Fabio: si deve amare accettando il rischio di perdere, e il rischio di perdere non passa per una vita dalle pagine intonse. 
Frasi tagliate con il bisturi. Una Marsiglia dai toni freddi e colori cupi stesa al sole violento del Mediterraneo. 

Parlando con lui, raccontandogli le mie sensazioni, ho detto che le pagine di Izzo mi ricordano le tele di Caravaggio. Il buio, profondo angosciante spezzato da tagli di luce che accecano. Lo stesso tormento. 
Fabio Montale è un uomo che prenderesti per le spalle, lo scuoteresti con forza per togliergli di dosso quel rimpianto in cui annega mescolandolo al whisky. Ma è impossibile non amarlo. Impossibile non trovare nei suoi occhi la stessa lama di luce del pittore milanese. Nonostante la morte lo perseguiti rincorre l'amore e tutta la sua forza travolgente, anche se è un artista nel lasciarselo sfuggire dalle dita. 
Lui e il suo chiodo fisso. Lole. 
Leggere Izzo è faticoso nei primi 30 secondi, poi prendi il ritmo e ti rapisce ti trascina con sé tra i profumi delle erbe e delle spezie di una realtà multietnica e tormentata. Nello schifo e nella morte dove ci si trova a muoversi con il fango alle ginocchia e le mani imbrattate di sangue. 

L'idea era quella di leggerlo, di assaporarlo pian piano, studiandone le sfumature. Non ci sono riuscita. Ho finito la trilogia in due settimane, vissute con un'intensità che non ricordavo, soffrendo ad ogni colpo di pistola o ferita da taglio. Ho sperato che la vertigine cambiasse, man mano che leggevo ma pare che la vita si faccia gli affari suoi anche nei romanzi. Non bada a noi lettori. 

Mi sento improvvisamente sola. 
Come se un amico fosse partito senza salutare, se ne fosse andato distante lasciandosi alle spalle solo il silenzio di una scelta non contrastabile. Chiudere l'ultima pagina e sentire violenta, alla bocca dello stomaco, la sensazione di perdita. 
Questo è Scrivere. 

domenica 24 aprile 2022

Piove deserto - Ciro Auriemma e Renato Troffa

 
Davide e Leo sono amici da che hanno memoria, uniti da un legame fraterno che sembra destinare a durare per sempre. 
Ma, come spesso accade, il per sempre è un concetto relativo anche nei rapporti e nei sentimenti. Esiste fino a quando almeno uno dei due ci resta aggrappato con tutte le sue forze. 

E così mentre Leo lascia Carloforte e rincorre una vita diversa da quella di suo padre e quanto più possibile distante da tutto e tutti, Davide resta nella sua Sardegna e costruisce la sua famiglia e prova per anni a mantenere il legame vivo con quel fratello sempre più distante, e non solo per i chilometri geografici. 
Ma a distanza di quasi trent'anni è proprio Davide a costringere Leo a tornare a casa.
Morendo.
Di una morte sospetta, che come in ogni paese piccolo che si rispetti, dà più spazio ai pettegolezzi e ai dubbi. Ci torna per amicizia, forse, ma soprattutto perché incaricato dalla sua agenzia di investigazione a condurre un indagine per conto della compagnia assicurativa. Davide è davvero morto all'interno della fabbrica dove lavorava? O era scappato da qualche parte con un'amante? O ancora, poteva aver scoperto una verità persino più grande di lui e aver pestato i piedi sbagliati?

Quella raccontata da Auriemma e Troffa è una Sardegna lontana dalle spiagge di turisti svogliati e il profumo del mirto decantato in mille e più modi. Un odore in particolare mi ha accompagnata durante la lettura: odore di ferro e di acido. Non so se vi sia mai capitato: in una delle mie vite precedenti lavoravo in una ditta di ricambi auto e in magazzino avevamo un muletto. Quando lo si metteva sotto carica l'acido delle batterie iniziava a ribollire e, anche se ero troppo lontana per sentire il ronzio dell'elettricità, me ne accorgevo perché l'acido mi creava uno strano prurito ai denti. Non saprei come altro descriverlo. Durante la lettura del romanzo quel prurito mi ha fatto compagnia, mantenendo sempre alta la tensione e l'attenzione. 
Leo non è un personaggio facile, come non lo è il suo passato e tanto meno il suo presente. È un uomo che ha perso. Su tutti i fronti.
Ma la narrazione in prima persona ci costringe a sederci, camminare, piangere e godere, anche, con lui. Il dolore delle botte, le ferite mai rimarginate. Osserviamo la vita con i suoi occhi, quelli di un uomo che non è mai stato e non si trasformerà in un eroe nel corso della storia; gli occhi di un uomo che prova, con i mezzi che ha, a fare del proprio meglio nonostante la sensazione di inadeguatezza che lo accompagna costantemente.
Eppure si fa fatica a non entrare in empatia con il suo dolore, tanto che ad un certo punto le carte si mescolano e se da un lato c'è un mistero da risolvere, dall'altra c'è una vita da rimettere in piedi e si seguono entrambi i filoni con la stessa passione. Perché, alla fine, Leo potrebbe essere uno qualsiasi di noi ma spogliato di tutto ciò che è "sicurezza" nella nostra vita. Uno di quei casi in cui saremmo tutti disposti a dire "a me non capiterebbe mai" fino a quando non ci si trova proprio nel mezzo del ciclone. 

Così come spesso accade nei romanzi di Camilleri, anche in quello dei due autori sardi, l'indagine è l'occasione di raccontare anche dell'altro, sposando l'attenzione ora su un piano, poi sull'altro senza mai perdere di vista l'obiettivo ultimo.
E sarà ancora una volta Davide ad accendere una luce nella vita di Leo, segno che quella sua amicizia ostinata e la perseveranza nel voler tenere vivo il loro rapporto, l'aver faticato per entrambi non è stato vano. 

Ho letto questo libro in un pomeriggio, con quella fame che arriva dalla voglia non solo di conoscere una storia, ma di scrutare il dietro le quinte della sua struttura. Mi sono ritrovata all'ultima pagina con un mix addosso: tristezza e nostalgia, come quando si è alla stazione pronti per tornare a casa e si vorrebbe invece fermarsi ancora un po' in quel posto e non lasciare quegli occhi che fanno, ormai, un po' parte di noi.
Ad averlo saputo, probabilmente, l'avrei letto con più parsimonia.                                                              

martedì 19 aprile 2022

Alma che visse in fondo al mare - Martin Rua

Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, soprattutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere.

Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.

Che io abbia un'ammirazione sconfinata per Martin Rua è risaputo, ma credete: non sono io di parte, è lui che scrive dannatamente bene. 
Dalla scrittura sapiente di Martin mi sono lasciata accompagnare a Procida, in una storia lontana dai thriller da tachicardia a cui mi ha abituata, ma immersa in una morbida storia di arte e cuore, dai caldi profumi di un'estate degli anni '60. I protagonisti due ragazzi, Alma e Napoleone. Quasi una dea lei per bellezza e intelligenza, giunta nell'isola che ha dato i natali a suo padre per una vacanza. Un artista lui, spesso accostato a Caravaggio per il suo grande talento ma in prestito all'attività di pesca del padre.
La magia del loro incontro si riverserà su tutta l'isola e non tarderà a sfiorare ogni suo abitante; non mancano il mistero, la magia, la superstizione e quella sfumatura di esoterico che ci accompagna tra i vicoli e le onde. Di pagina in pagina Procida si mostrerà in tutta la sua prepotente bellezza, non come semplice scenografia di una storia ma come personaggio principale. Sempre presente ma non ingombrante. 
La scrittura di Martin, poi, non ha bisogno di presentazioni: i tratti poetici a volte lirici delle descrizioni, le battute e l'ironia in punta di fioretto, metafore mai banali e linguaggio ricercato senza essere mai astruso, rendono la lettura scorrevole, un pizzico romantica e spesso divertente. 
Uno di quei libri che, un volta finiti, li si guarda già con un po' di nostalgia nel riporli in libreria

giovedì 15 luglio 2021

Faccio Musica - Ezio Bosso

 

Ezio Bosso

Faccio Musica – Scritti e pensieri sparsi. 

Piemme 

(A cura di Alessia Cappelletti)


“Per fare musica seriamente c'è bisogno di tempo, tanto tempo; tempo di studio, tempo di prove, tempo di relazioni umane tra il direttore i professori d'orchestra, tempo di riflessioni, sperimentazione, tempo anche per sbagliare e correggere, tempo di riposo”.

Questo il pensiero di Ezio Bosso scritto per: «Il Venerdì di Repubblica». Uno dei capitoli presente nel libro “Faccio Musica” un'antologia di “Scritti e pensieri sparsi” raccolti e, con profonda dedizione, curati da Alessia Cappelletti dall'inizio della loro collaborazione fino all'ultimo giorno. Appunti, registrazioni, stralci d’interviste edite e parzialmente tali. Sfoghi, anche. La curatrice ha fortemente voluto questo progetto, scrive, principalmente per due motivi: preservare e difendere la grande capacità comunicativa di Ezio Bosso, e per permettere a chi vorrà studiarne il percorso artistico, abbia uno strumento serio e utile cui fare riferimento. 

Trovo inevitabile quindi che sia un libro che richiede del tempo per essere letto. Non è uno di quei libri che puoi archiviare in due giorni con la filosofia del “cotto e magnato” di cui Ezio parla spesso. Necessita di tempo, per più ragioni.

La prima, quella della pelle e della pancia: leggere le sue parole equivale a ricominciare una conversazione che sembra non si sia mai spezzata, nonostante l'addio di quel 14 maggio 2020 impossibile da dimenticare. Ogni interruzione di pagina è un “ciao, ci vediamo quando ci vediamo”, e a mano a mano che il libro si assottiglia ci si ritrova a fare i conti con un rinnovato addio. 

La seconda, più razionale, è strettamente correlata alla capacità di divulgatore di Ezio Bosso, seppur amasse poco la definizione. Riflessioni ricche di citazioni, di opere, di persone che hanno forgiato la sua educazione musicale e che hanno creduto nelle sue potenzialità, nomi di colleghi e collaboratori. Artisti di fama che, se non conosciuti, vale la pena di prendersi il tempo per colmare la lacuna. Tra le righe, e nelle sue parole, esce prepotente non solo la sconfinata cultura, ma anche la capacità di raccontare una sinfonia così da renderla comprensibile anche a chi, come me, non è un addetto ai lavori; a chi ha sempre guardato alla musica classica, o meglio libera, con quel timore reverenziale che nasce dall'impossibilità di comprenderne a pieno il significato più recondito. E di questo non si finirà mai di ringraziarlo: riuscire a far sedere nei teatri e nelle piazze un pubblico vasto ed eterogeneo. Come non tornare con la mente al sold-out all’Arena di Verona: quattordicimila persone silenti e concentrate, capaci di percepire e rispettare anche l'ultima nota sospesa.

Un libro che non puoi dire di aver apprezzato se non riponendolo per ascoltare la Quinta diretta da Karajan, solo per capire il motivo che gliela fa definire: “un Olimpo che guardi verso l'alto”.

Ci vuole tempo.

Per comprenderne a fondo le profonde riflessioni, che non possono e non devono essere ridotte a semplici aforismi estrapolati dal contesto, da riprodursi in una cartolina glitterata, o a uno slogan di filosofia spicciola. Questo libro permette al lettore di ripercorrere, attraverso le sue parole, frammenti di una vita così intensa da sembrare infinita. E per un attimo, credo che ci avessimo sperato tutti.

Pagine dolorose.

Fa male oggi, rileggere i capitoli dedicati alla gestione del lockdown, ricordando con quanta energia studiasse una soluzione per permettere ai musicisti di non fermarsi. Per spiegare che la definizione, avvilente, della musica come: attività produttiva non essenziale, equivale a una condanna per tutta la categoria. 

Ciò che abbiamo visto e che continuiamo a vedere dimostra, non senza amarezza, che le sue parole sono rimaste per lo più inascoltate. 

Ma più forte della mestizia per la sua Orchestra ancora senza casa o per le dicerie sul suo conto; più forte della rabbia contro chi voleva - e talvolta tutt'oggi vuole - speculare sul suo dolore fisico. Più forte di tutto il rumore che ambiva a sommergerlo (senza riuscirci) dopo ogni insindacabile successo, in ogni pagina si respira la sua gioia di vivere, il desiderio di non arrendersi e, soprattutto, il suo amore e rispetto sconfinato per la Musica che fin da bambino gli ha indicato quale fosse la sua vita. 

La Musica, l'unica cosa di valga la pena di parlare.

“Mi chiamo Ezio, nella vita faccio la musica. E sono un uomo fortunato. E questa è l'unica cosa che vorrei dover dire per parlare di me”. 

lunedì 25 gennaio 2021

Domenica in famiglia...

 

Da un po' di tempo, la domenica, leggo per mamma. 
Le mancano i libri, le manca il tempo passato leggendo, e con il videolettore non ha ancora abbastanza pratica.
La settimana scorsa abbiamo finito un libro che aveva iniziato con una sua amica, prima della seconda ondata di lockdown, ieri abbiamo iniziato Controcanto. 
E lo so che ogni scarrafone è bello a mamma soja, ma mi sto divertendo molto. 

A me piace perché mi serve da ripasso: ritrovo le caratteristiche peculiari dei personaggi, quei dettagli che li caratterizzano che si devono necessariamente riportare anche nel prossimo capitolo. Ho beccato pure un paio di refusi (argh!) e qualcosa che, oggi, scriverei meglio.
Lei si diverte perché, avendolo scritto io, cambio le voci a seconda dei personaggi dando loro il tono che avevo pensato mentre scrivevo, le leggo i detti torinesi pronunciati (abbastanza) corretti, e talvolta integro quanto stiamo leggendo con i retroscena vissuti durante la stesura. 
Ad un certo punto, mentre Silvia Cravero sta spiegando ad Alex Priante le caratteristiche del violino, mamma mi ferma poggiandomi una mano sul braccio e mi chiede: "ma quanto hai dovuto documentarti per scrivere tutte queste cose?". 
E quante ne ho sicuramente omesse o quante imprecisioni avrò snocciolato... 
Però la parte di studio e di ricerca che precede, e spesso accompagna l'intera stesura, io l'adoro. 
Quando spunti molto diversi, sembrano combaciare perfettamente pur essendo distanti nel tempo e nello spazio, mi dà la sensazione di essere sulla strada giusta.
E allora la musica riparte.
Al momento non ho date, e non una prospettiva...
Ho solo una certezza: indipendentemente dal "per chi" o "per cosa" scrivere è una figata pazzesca. 

venerdì 17 gennaio 2020

Siria e... - Giulia Manzi

Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, sopratutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere. 
Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.



La primissima opinione che mi sono fatta di Giulia, quando l'ho conosciuta, è stata: "è una macchina da guerra".
Un concentrato di idee, di energia e di cultura. Una persona che ti snocciola citazioni e riferimenti, non perché non abbia idee proprie come fa la maggior parte della gente, ma perché come diceva Enzo Biagi: “perché ho memoria e perché ho bisogno di appoggi: c'è qualcuno al mondo che la pensava, o la pensa, come me”. Insomma, una persona con cui parleresti per ore, non solo per le sue conoscenze in diversi campi della letteratura, ma e forse soprattutto, per la sua dolcezza.
Ed è proprio da questo suo lato delicato che, secondo me, escono le filastrocche di Siria. Un libro per bambini, e per gli adulti che glielo leggeranno. Un libro di quelli che mi ricordano l’infanzia, quando sfogliavo pagine di carta e cercavo i pennarelli per colorare, “mi raccomando, sempre dentro le righe”.
“Siria e…” è un libro di filastrocche che raccontano immagini di vita quotidiana, quella semplice che un po’ rimpiango. O forse rimpiangiamo un po’ tutti.
Ma con sfumature profonde e per nulla banali. Ce lo ricorda Calvino: la leggerezza non è superficialità.

Siria in ogni capitolo impara qualcosa di nuovo ma soprattutto attuale: impara ad amare.
Amare l’ambiente in cui vive e a rispettarlo, impara ad accettare le diversità nell’arcobaleno dei suoi amici come parte del suo mondo, perché sono quelle che l’arricchiscono e la fanno crescere.
Impara che nei racconti della nonna si nasconde la Storia, quella vera. Impara attraverso le carezze della mamma ad amarsi com’è, e senza dare troppa importanza alle voci alle volte avverse che le girano e le potrebbero girare intorno.
Siria impara un insegnamento fondamentale: l’amore e il rispetto per sé stessa e per gli altri.
E allora se per i bimbi è quasi un gioco, tra una rima e un pastello, per noi che gli affianchiamo nel loro approccio alla lettura, potrebbe rivelarsi un più che utile promemoria. 

Non metto link per l’acquisto. Mi permetto di consigliarvi di prenotarlo in libreria. 

giovedì 20 giugno 2019

Il Lottatore - Guido Nasi

Quando ero piccola e tornavo al paesello di mamma, sua zia "Cìa" mi raccontava storie di bambini morti perché si dimenticavano di respirare. Io tornavo a casa terrorizzata, ripetevo mentalmente ad occhi sbarrati "devo respirare, devo respirare...". 
Fortunatamente qualcuno mi fece riflettere e mi passò. 
Diversi anni dopo, un sabato sera decisi di guardare un film horror. Era estate, ero a casa da sola, ma per farmi coraggio mi infilai la giacca di jeans di mio fratello e tenni la luce accesa accanto alla poltrona. 
Il protagonista del film veniva sepolto vivo. O meglio, lui credeva di essere sepolto, data la cassa di legno che lo avvolgeva, e il buio interrotto a fasi alterne da una piccola torcia che poteva accendere o spegnere, e il silenzio. In realtà questa sorta di bara era al centro del salone di una casa, ma lui non poteva saperlo. Quella notte andai a dormire pensando che ben poche cose siano più terribili dell'essere sepolto vivo. 
Questo libro mi ha smentita. 

Non è una lettura facile. Ma questo lo si evince leggendo la sinossi. Non è un libro facile perché ti sbatte un'altra volta in faccia, se mai ne avessimo bisogno, che la vita non è meritocratica. Che probabilmente il concetto di giustizia è sopravvalutato. Che spesso incazzarsi con il destino ha la stessa utilità di provare a fermare un treno con la sola forza del pensiero.
Guido, a 17 anni, subisce un'aggressione che gli stronca, letteralmente, la vita. Immaginate il vostro periodo più buio, ed è ancora nulla, rispetto a cosa deve aver provato al suo risveglio, quando poteva vedere e sentire le parole intorno a lui, e per il mondo circostante era ancora in coma. 
Guido e i suoi pensieri ti entrano sotto pelle, e nemmeno te ne accorgi, perché all'inizio quando parla della sua infanzia, è così schietto e sincero da non risultare nemmeno simpatico.
Non è certo uno di quei bambini simil pubblicità che ti conquistano con uno sguardo. Ti dà la stessa sensazione di essere uno di quei "marmocchi" esagitati capaci di urtare le vene più profonde delle nevrosi.
E questa è una delle cose che ti colpisce. Perché non gliene frega nulla di apparire "migliore" o diverso. Ha l'aspra schiettezza di chi delle apparenze non sa che farsene. Entra sotto pelle e graffia.
Ma nonostante la situazione che vive, lui direbbe che "muore" ma di fatto vive, in nessun capitolo si trova mai un accenno di quella vena melodrammatica che potrebbe far scaturire sentimenti tipo il compatimento, o la pietà. Rabbia, amore, energia, incazzatura quella forte. Il desiderio di morte, come liberazione.
Ma poi ancora l'ironia.
O per lo meno io l'ho sentita presente nei suoi consigli in pillole.
Alla fine di ogni capitolo dà un suggerimento su come affrontare o risolvere un problema pratico per chi assiste un paziente in coma o con gravi lesioni celebrali, e lo fa con lo stesso tono quasi di leggerezza di alcuni manuali pratici del fai da te.
Guido ti spezza.
Prende la tua realtà con tutti i problemi e li rende piccoli. Sposta il baricentro dell'ego fuori dal lettore e nello stesso tempo ben distante da se stesso. 
E se lo scopo di un libro è di trasportare il lettore in un'altra dimensione, regalargli una realtà diversa e stravolta dal quotidiano, ci sono ben pochi libri che possano eguagliare la potenza di queste pagine.


mercoledì 26 dicembre 2018

Il gatto che non è proprio mio - Luana Troncanetti

Nei giorni di vacanza ricomincio a leggere. 
Diventa quasi una necessità compulsiva rispetto ad altri tempi. Leggo sul divano, immersa nella vasca da bagno, e più classicamente a letto. Dividere lo spazio libero con libri, kindle e sogni fa meno "vuoto intorno", il problema nasce quando la sera ti infili sotto al piumone e, nell'enfasi di coprirti fin sopra le orecchie, fai volare il kindle sul pavimento. 
È Natale, le imprecazioni vengono adeguate al vecchio adagio "siamo tutti più buoni, anche tu che c'hai la maionchite". Funzionerà? Ti prego, fa che funzioni... Accendo, si accende. E i file? Si aprono? Prego e provo. 
Apro "Il gatto che non è proprio mio", di Luana. Ti pare che un'amica scriva un racconto con un titolo così e io non ce l'abbia? 
Il file si apre, ok, proviamo a leggere e a girare pagina. Pare che san Aranzulla abbia fatto il miracolo tutto funziona... leggo un paio di pagine e poi chiudo. 
Leggo un paio di pagine, e poi ancora due... e... 

E mi ritrovo in una tenda durante un terremoto. Io che durante un terremoto sono venuta al mondo, che li sento anche quando li sento solo io e gli altri non mi credono, meno che mai quando li sento "prima" con le vertigini e la nausea. Mi ritrovo al freddo, negli Appennini marchigiani, con una donna che potrebbe essere mia nonna, ruvida come la terra sotto lo spesso strato di ghiaccio. A ripercorrere con lei la sua vita, l'Amore perduto, la Guerra, e il marito disperso in Russia.
Rivedo mio nonno, tra i pochi sopravvissuti di quella campagna perché un amore che parlava straniero gli ha insegnato a pattinare sui fiumi ghiacciati. Fu tra i pochi disperati a tornare, e tornare intero grazie a quel gesto. 
Il kindle vola per terra, e apre uno stargate nella nostra Storia più recente. Quella snobbata, quella poco studiata, quella che abbiamo dimenticato più in fretta. Perché "la Storia siamo noi, padri e figli, siamo noi, Bella Ciao, che partiamo...".
E poi c'è il gatto. Libero di andare e venire e di essere. Caldo e consolatore di quell'anima sola. 
Sarà per questo che ne ho adottati tre. 
Se nulla capita per caso, se nessuno si incontra per caso, anche dimenticare il kindle sul letto nascondeva un senso più profondo della mia sbadataggine. 

giovedì 4 ottobre 2018

Vittoria - Barbara Fiorio

Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, sopratutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere. 

Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.
 
Ogni libro racchiude una storia, e ne nasconde altre... Quella di chi l'ha scritto: perché dietro ogni parola, negli spazi dopo il punto e a capo, ci sono le ore passate a scrivere, a pensare a cosa scrivere, ad ascoltare musica le cui note restano aggrappate agli apostrofi...  Quella di chi l'ha letto in anteprima, chi l'ha visto nascere un po' come capita con i bambini, fin dalla prima bozza di concepimento. E quella di chi l'ha acquistato. 
Nella mia copia è racchiuso un biglietto del treno, regalo di compleanno di chi crede in me quasi più di me, un progetto vivo da mesi, chilometri di pianura attraversati con l'idea di non vedere l'ora di arrivare; l'abbraccio inaspettato di una coraggiosa libraia indipendente e una sedia tenuta libera appositamente per me.
E poi Barbara, e poi Alice, e Paola e il tempo che come sempre vola troppo velocemente per i miei gusti. Ma è sempre così...
Io e Vittoria facciamo amicizia sul treno che mi strappa da Torino. Io triste, lei spezzata dall'addio di Federico. 
Federico che se ne va dopo tre anni di vita condivisa senza un perché. Ci fosse almeno una motivazione chiara, una da lì ripartirebbe. Spezzerebbe il capello in sedici parti, cosa che noi donne siamo abilissime a fare, ma almeno si aggrapperebbe ad un motivo e invece no. Sto tizio se ne va un po' come dire "mi dispiace devo andare il mio posto è... boh, altrove". 
Identificarmi con il dolore di Vittoria è stato un attimo. 
Perché, in fondo sono un po' così. Giustifico anche l'ingiustificabile. Eh, ma poverino lui soffre. Tu sei sotto un treno, con la canna del gas aperta in faccia, un piede nella vasca da bagno con il phon in bilico... e niente, è lui che soffre. Va capito, compreso... ci si preoccupa anche che stia bene...
Poi magari, lì in fondo alla pancia, lo sentivo che era pure stronzo, quell'uomo perfetto che amavo. Però niente, pur di non sentire quel dolore lacerante e incomprensibile, e sarebbe stato pure peggio...

Per Vittoria dolore è tale, lo scombussolamento così forte che anche il lavoro di fotografa va male.
Vive una di quelle congiuzioni astrali che fanno tremare i polsi pure a Paolo Fox, e allora qualcosa ha da inventarsi, almeno per sfamare Sugo, il gatto. 
Senza uomo, senza lavoro, senza più un contatto con sé stessa e l'idea di non saper che fare della sua vita. Per fortuna ci sono gli Amici, quelli che prevedendo l'imprevedibile le avevano preparato una tela di sostegno che avrebbe attutito la caduta nel baratro.
Quelli che la nutrono, e non solo perché sta diventando troppo magra. Quelli che non si stancano del suo dolore, non giudicano, ma fanno cerchio intorno a proteggerla. Quelli che la spingono verso la strada di un lavoro, per così dire, alternativo: la cartomante, perché i cambiamenti e le nuove idee spesso si nascondono nei gesti più strani, come un'amica che le regala i tarocchi. Ed è stata la svolta. 

Ho risalito la china con lei. Mi sono ritrovata nella sua voglia di piangere, di far volare i piatti. Nella labile gioia nostalgica di un'ora passata su whatsapp a fare l'analisi logica dei sentimenti di chi stava dall'altra parte, cercando il barlume di un qualcosa che era stato, ma che alla fine non era più. 
Nella sua voglia di stare meglio, perché Vittoria non vuole crogiolarsi nel dolore, non si autocompatisce. Vuole stare bene, anche se ci sono momenti in cui non sa come fare, e allora procede per tentativi.
Mi sono rispecchiata nei racconti dei suoi clienti, nelle speranze che si cercano nei tarocchi o nell'oroscopo, perché ogni tanto ci piglia quella voglia di guardare oltre. Abbiamo bisogno di sentirci dire che cambierà, andrà meglio.
E mentre leggevo mi dicevo "ecco, è proprio così...". 
Ma, soprattutto, mi sono alzata in piedi con un applauso quando ho letto quello che ho interpretato come l'ultimo messaggio di Vittoria, che sa tanto di rinascita e nuova consapevolezza: "Usi troppi condizionali. I condizionali sono pensieri che non riescono a diventare fatti. Sono verbi falliti".
Amen Sorella.

mercoledì 19 settembre 2018

www.casoumano.net


Salgo sul treno che da Torino Porta Nuova deve portarmi a Bardonecchia City. Sono lì che aspetto l'arrivo di Cristina, e noto sto ragazzetto, #casoumano n. #hopersoilconto.
Io li noto tutti gli strambi che mi girano intorno, specie se viaggio da sola, non per paura eh... ma diffidenza. Ho abitato sei mesi dietro la stazione di Padova, l'attenzione a chi ti gira intorno non deve mai, mai venir meno.

Avrà avuto 20/25 anni, canotta bianca e jeans. Nemmeno troppo grande, nemmeno troppo ben fatto. Lo noto perché nelle sei, sette vasche che ha fatto su e giù per il vagone non ha potuto esimersi dal buttare l'occhio sul mio, come dire, palpabile talento.
Fatto sta che dopo l'arrivo di Cri, io e lei ci mettiamo a parlare, ma la coda del mio occhio continua a seguire i movimenti del fanciullo che, ad un certo punto non trova di meglio da fare che calarsi le braghe, prendere come dire, la situazione in mano e con polso fermo e incisiva determinazione, impegnarsi a raggiungere un entusiasmante risultato. 

Ora, son donna di mondo e nemmeno di primo pelo, data l'età, ma non nascondo che l'imbarazzo mi ha fatto perdere il filo del discorso.
Ragazzetto sicuramente caparbio in quanto, nonostante le distrazioni e la possibilità che potesse arrivare il controllore da un momento all'altro, non si è mai arreso, anzi.
Con una certa perserveranza ha continuato nel suo intento mentre, con la manina libera dall'incombenza, mi faceva quello che secondo lui doveva essere un "ciaoone", e io interpretavo a malapena come un "salut" con pronuncia rigorosamente francese. 
Si arrende solo all'arrivo della fermata successiva, dove noi approfittiamo per spostarci dal suo raggio visivo e lui per fare un'altra passeggiata ricognitiva passando abbastanza vicino per sentirmi dire: "se non la smette m'arzo e je meno e je faccio male" (non so il motivo ma il mio lato picchiatore parla come Er Monnezza ).
Firma la resa e nell'impossibilità di dar sfogo alla propria creatività, scende.
Ed è stato a quel punto che è giunto il controllore e... minchia... era pure peggio... 

Il controllore, più che un #casoumano è stato una #pnc. Arriva dopo pochi minuti chiedendo il biglietto.
"Guardi, sarei venuta a cercarla, non fosse che sarei dovuta passare davanti allo Smanettone della Val Susa".

L'illuminato abbassa sul naso l'occhialetto e, con l'aria dell'uomo fatto e finito risponde "Ah, ma non serve chiamarmi, a gente così basta dare un calcio su ciò che espongono".
Io e Cri ci guardiamo, visualizziamo la scena e scatta un "puaaaa" schifato in versione coro. "Anche no, mi sporco i jeans".

Il controllore non capisce l'ironia della battuta e comincia a raccontare la sua esperienza con i maniaci da quando il treno era a vapore, come i treni a vapore, di stazione in stazione e di porta in porta, quest'inverno passerà.
Il tutto condito con la sua mano a dita rigide contro la mia spalla, mentre mi appiattisco sempre più vicino a Cri e lui avanza verso di noi.
Cri che guarda il finestrino e con rapidi calcoli valuta se sia possibile lanciarlo fuori.
Desiste dal dare due testate al vetro e devia sul: "be' ma noi ora ci si prepara per scendere", con me ormai seduta sulle sue gambe tipo koala in cerca di aiuto.
"Ridateci il maniaco" mi sussurra all'orecchio la mia compagna di viaggio.
E niente... dall esimio controllore scopriamo che persino al tempo degli Assiri e dei Babilonesi, lui ha incontrato gente strana.
Lui.
Ma con la potenza derivatagli dall'autorità conferitagli dalla divisa, ha sempre riportato l'ordine e la serenità nei suoi convogli.
"Questione di polso" dice.
"Arridaje" rispondo.

Bardonecchia è all'orizzonte e decido di fare l'unica cosa fattibile. Mi alzo in piedi.
Voi non lo credereste mai. Se non ci fosse Cri come testimone, pensereste ad una vile menzogna. E invece.
Invece mi alzo scopro che il Palpeggiatore della Val Susa è più piccoletto di me.
Questo basta perché si defili velocemente.
"Ma poi il biglietto, l'ha controllato solo a noi?" chiede Cri.
Alle uniche del vagone con palpabile talento, mia cara.
E che talento.
#thatsallfolks

martedì 29 maggio 2018

La riva destra della Dora - Tallone & Carillo


Ci sono libri che non si fanno scegliere, ma scelgono. Un po’ come i gatti, forse per quello il binomio funziona da secoli. Ci sono libri che se ne stanno lì, in vetrina in attesa di essere letti, e altri che ti fanno l’occhiolino e ti tormentano finché non ti decidi a prenderli.
Con La riva destra della Dora è stato così. No, nessun tormento, ma è stato lui a scegliere me. In realtà si potrebbe dire che un libro ti racconta una storia, ma che, a seconda del momento che vivi, ti sussurra altro all’orecchio. Come un buon vino che non appaga solo un momentaneo desiderio, ma ti lascia come retrogusto un bouquet di sapori.
Lo conosco così bene che se mi chiedete un passaggio posso trovarlo in pochissimo tempo. Eppure, ieri quando lo scorrevo velocemente per l’ennesima volta, mi diceva cose che non avevo notato prima.

Sono passati due anni da quanto Lola ci racconta ne Il postino di Superga. Due anni in cui ha raccolto i cocci, tra cui Rinaldo, e ha ricominciato con il ricostruirsi la vita aprendo il Caveau, un raffinato negozio di vini e specialità francesi. Sembra andare tutto bene fino a quando non ne varca la soglia, con il classico atteggiamento da sbirro, Guiscardo un esponente della Digos “di grado elevato” che le chiede di collaborare all’indagine sull’assassinio di Aldina Chiappero, candidata alle elezioni, durante un comizio. Oddio, più che una richiesta di collaborazione è un ricatto bello e buono, ma Lola non può certo tirarsi indietro.

È il libro con il maggior numero di angoli piegati della mia libreria. (E non fate quella faccia è un libro: vive e lotta insieme a me. Un libro intonso, secondo me, è un libro vissuto a metà).
Ci sono passaggi sottolineati e altri che ho riletto più di una volta. Ho fotografato la pagina e l’ho stampata, attaccandola accanto al video del pc. Perché certe cose hai bisogno di ripeterle più volte, come dovesse essere la somministrazione di una vitamina che ti rimette in piedi. Bellezza amplificata dal fatto che le quattro mani, in questo secondo romanzo, si mescolano e si fondono, la “contaminazione” è tale che diventa più ostico riconoscerle, perché lo scrittore è diventato un po’ più criminologo, e il criminologo è più narratore di quanto non fosse all’inizio.
Quando La riva destra della Dora è finita tra le mie mani, avevo bisogno di un libro da cui imparare come si tesse una trama e l’incrocio dei personaggi, certo. Come per il libro precedente nulla può essere dato per scontato, a partire dall’arma del delitto: una balestra. Figuriamoci gli sviluppi dell’indagine, o i personaggi che si incontrano o si, rincontrano.
Le incantevoli metafore del Maestro (“E ha puntato i suoi occhi, scuri come la tana di una marmotta, sulle mie labbra” per dirne una), varrebbero da sole parte del prezzo di copertina.
Ma mi rendo conto che in quel periodo avevo bisogno proprio di una storia così. Di noir e tensione, ma anche di una storia d’amore che fosse fuori dai canoni dei benpensanti, che non avesse niente di logico o di semplice, nemmeno l’epilogo. Avevo bisogno di leggere che certe cose, alle volte, vanno anche così. Che possano esistere persone così. E poi c’è la Dora, il ponte delle mie camminate notturne per Torino. La città da cui allontanarmi mi crea ogni volta una lacerazione. Insomma, è un libro sensoriale. Non so spiegarvi razionalmente la motivazione, ma questo romanzo è riuscito a spostare i confini tra lettura ed emozione, reimpostando i parametri delle mie sensazioni.

Mi rendo conto che questa è la “pseudo recensione” meno recensione che abbia mai scritto, ma forse è proprio l’amarlo così tanto che mi frena la capacità di parlarne. Perché qui la scrittura è arrivata così a fondo che se iniziassi a mostrarne di più, probabilmente tirerebbe fuori anche pezzi di me. E non credo di essere disposta a farlo.
Quando si parla troppo di una cosa preziosa si rischia di inflazionarne il valore: io smetto di parlarne, ma voi provate a leggerlo.

Come passa in fretta il tempo...

Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno.  Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...