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martedì 21 ottobre 2014

di abitudini, di rivoluzioni, di disquisizioni e di santa pazienza...

Non tutti i fine settimana vengono con il buco. Specie se ti devi imporre di passarli in casa per dare un senso a ciò che un senso più non ha: il disordine. Stratosferico e costante da almeno un paio di settimane vissute sull'onda del non c ho tempo per nulla, manco per una lavatrice. Che tanto con il tasso di umidità al 95% col cavolo che s asciuga.
Pensieri pari a quelli della sciura Cesira, per dire. Ci manca solo che prosegua questo post ponendomi domande introspettive tipo "potrà uno smacchiatore fare al felicità di una donna?". 
In questi giorni gran parte dei confronti tra me e Lui vertevano sulle abitudini. Più o meno radicate di entrambi. Perché quando cominci una storia dopo i trenta, non è semplice. Non è come quando hai 20 anni, un carattere plasmabile e tutto va bene, tutto è risolvibile. A vent'anni puoi passare una notte in sacco a pelo in stazione se perdi l'ultimo treno. Quando sei più vicino ai quaranta, dopo aver tirato giù tutta la schiera di angeli arcangeli e serafini, te ne vai a cercare un hotel pregando non ti costi un rene. 
Ci vuole una gran pazienza. Soprattutto quando hai a che fare con un carattere come il mio. Che diciamocelo, non sono proprio farina da fare ostie, direbbe Zia Ester.
Non ho molte abitudini radicate, ma ne ho una che fa per mille. Io sono abituata a stare da sola. E non lo dico in modo autocommiserante, lo dico con un certo orgoglio (anche se l amico Bruno mi farebbe quella faccia lì). Sono abituata a stare da sola, a gestirmi gli spazi, la giornata, le idee e i progetti per il futuro. Grazie a Dio ho una Famiglia meravigliosa con cui ha condiviso i momenti belli e quelli neri. E sì, ho anche Amici che sola non mi hanno mai fatta sentire, e continuano a essere un po' me anche ora. Ma in linea di massima, fuori dal campanello di casa c era solo il mio nome. (E a comandare ci pensava la Melli).
Oggi leggevo Patty che parlava della zona di comfort, quella dove  ci si rifugia, dove non stiamo bene né male ma semplicemente si sta.
Perché così funzioniamo perché così in qualche modo si va avanti, non devo nemmeno interrogarmi più del dovuto, tanto il sole domani sorge comunque, e mi alzerò alle sette per andare a lavoro. Perché così funziona, funziona così anche per le persone che conoscono. Ci si alza la mattina, si va al lavoro, la sera si cena, un bel film e domani si ricomincia. Magari ne frattempo si conosce qualcuno, si va a vivere insieme, ci si fa una famiglia ecc... ecc.. ecc...
Ecco. Io ho orrore degli ecc... ecc... ecc....
Ho orrore delle cose fatte perché si fa così.
Perché si è sempre fatto così. 
Mia madre mi racconta che da piccola ero una grandissima smeriglia testicoli. Perché la domanda più frequente che facevo era "e perché?" e se non mi davi una risposta decente, continuavo... "e perché?". Non sono cambiata più di tanto. O meglio, c è stato un periodo della mia vita in cui mi sono seduta, sul mio vivere e sul mio stare, mi sono fatta portare un po' dalla corrente, forse il tempo di prendere aria, di aspettare che certe cicatrici guarissero davvero.
Poi a darmi una scarica elettrica c è stato l'incidente, e senza farla più tragica di quello che è stata, parafrasando Zanardi (con tanto rispetto) forse è stata la miglior cosa che potesse capitarmi.
Perché?
Perché la sera stessa ho detto a mio Fratello che era il miglior Fratello che potesse capitarmi. Perché ho scoperto che ci sono gesti che diamo assolutamente per scontati e scontati non sono. Perché ho conosciuto due delle Persone più importanti della mia vita. Perché ho scoperto che sono meno fragile di quello che pensavo. Che la mia cocciutaggine mi ha fatto tornare a camminare su un tacco 12, anche se con moderazione...
La zona di confort delle nostre abitudini, del lasciarci vivere ci uccide. Uccide il tempo, il giorno che abbiamo a disposizione. 
Uccide la curiosità. Quella innata che abbiamo e che ci spinge verso l'esterno. Che ci fa venire voglia di dire "ma io sarò capace di fare...?" 
Troppo spesso si arriva a casa e ci si fa rapire dal potere oscuro del divano, dalla tv.
E invece c è un mondo lì fuori.
Ma c è un mondo anche qui dentro.
Se chiudiamo gli occhi e ci leggiamo dentro, abbiamo tomi e libri che il Signore degli Anelli ci sembra l antologia di Topolino.
E' che usare il telecomando è più semplice.
Più pratico. Massimo rendimento con il minimo sforzo.  Tanto si può sganciare sempre la scusa del "sono fatta così".
E lo stato in cui versa quello che doveva essere il mio "studio" ne è la prova. 
Ad oggi in mezzo alla stanza c è lo stendibiancheria carico, le scale usate per attaccare le plafoniere domenica... la cassettiera che va in armadio e sopra la sedia della scrivania la roba da stirare.
Il pc credo sia sotto la roba da stirare. Almeno spero. 
E mi dico che non va bene. Che il disordine fuori mi fa sentire disordinata dentro, e fatico a reggere il respiro quando entro in casa e vedo quel caos che mi rende nervosa. E io non sono fissata con l ordine, ma il mio è un disordine creativo.
Qui di creativo, in me, non vedo nulla.
Vedo solo la staticità.
Il fatto di non riuscire a ricrearmi l'occasione per... l'occasione per scrivere, l'occasione per fotografare, l'occasione per nutrire la mia curiosità. E non ho tempo mi dico. Ma se vuoi qualcosa veramente il tempo te lo crei. La strada la trovi. Patty ha preso aspettativa dal lavoro, sta cercando la sua strada e ha pianificato la cosa con tanto buon senso e coraggio. Dopo essermi chiesta se io avrei lo stesso coraggio, mi sono detta che a me il mio lavoro piace. Lo sento ogni domenica pensando che l idea di tornare in ufficio il lunedì non mi mette l'ansia. Allora il mio cammino è diverso per certi versi dal suo.
Ma significa anche che il mio tempo lo devo trovare al di fuori di quelle ore dovute e impegnate ad alzare il PIL. Lo Devo trovare e cazzo, lo troverò. 

Quello che cerco di trasmettere a chi ruota nelle mie orbite, e mi rendo conto che spesso lo faccio in modo brusco e ammettiamolo nei discorsi a voce alta non sono mai stata un gran ché, è che le abitudini possono diventare soffocanti. A lungo andare è come stare con le sabbie mobili fino all'inguine e trovarle in qualche modo anche comode.
Che la Meraviglia è il chiedersi il perché delle cose, il guardare al di là del proprio orto e scoprire che forse c è un modo diverso per fare la stessa cosa che si fa identica da anni. E che cambiare non significa semplicemente trovare il modo di farla con il minimo dispendio di energie. Sprechiamole queste energie! Risparmiarle per cosa? Dove la mettiamo e come la sfruttiamo l'energia risparmiata esponendoci poco. Cercando poco. Facendo poco. 
Azzardiamo, proviamo, sperimentiamo. Sbagliamo anche. Dio che sarà mai?
Ogni sette anni, si dice,  si cambiano i gusti, allora riproviamo le cose che sette anni fa non ci piacevano, magari non ci piaceranno nemmeno oggi, ma non potremmo mai saperlo se non proviamo. Se non tocchiamo con mano, se non ci sporchiamo le mani, la faccia. Se non facciamo un tentativo che può pure non andare a buon fine e ci costringe a ricominciare da capo. 
Nel ricominciare da capo non c è nulla di brutto anzi. Solo chi ricomincia può reinventarsi.
Cambiare marca dello shampoo, colore di capelli, provarne uno che non è il tuo colore ma solo per vedere che effetto fa, e scoprire che forse non ti sta così male. 
O ridere perché proprio non ti si può guardare. Ma che ci sarebbe di drammatico? Non è nulla di irreparabile. Nessuno ti giudicherà per questo. 
Spostare i mobili perché magari con il tempo ti accorgi che da qui a lì sta meglio. 
Leggere un libro che non hai mai letto, e scoprire che proprio non lo digerisci. O potrebbe pure essere che finirai per cercare anche tutti gli altri dello stesso autore. 
Si fa. Si disfa.
Paradossalmente chi purtroppo, sta male e ha i giorni contati, ha più slanci e desideri e si perdona gli errori molto più di noi. Perché, paradossalmente, hanno una visione della vita più sana. Le cose importanti, i capisaldi della Vita, non sono le abitudini e le certezze con cui cresciamo. 
Le certezze non esistono, nemmeno nelle abitudini rassicuranti.

Dovremmo renderci conto, che non c è nulla a questo mondo che sia definitivo. 
Nemmeno la morte. 

Quando mi hanno ricostruito il ginocchio mi hanno detto che, se non avessi fatto azzardi, fossi stata molto attenta e parsimoniosa negli sforzi, l intervento per sostituirlo con una protesi avrei potuto farlo intorno ai 65 anni... se sforzassi la gamba, camminando, andando in montagna e con altre attività, il rischio è quello di farlo intorno ai 60 o un paio di anni prima. 
Beh, a prescindere che non so nemmeno se per allora sarò ancora qui (magari mi trasferirò in un isola caraibica...) beh... se tanto il concetto è che comunque mi toccherà farlo, voglio farlo dopo aver consumato una quantità cospicua di scarpe da ginnastica.
E ne sarà valsa la pena. 

giovedì 2 ottobre 2014

Cambio di stagione...

Ottobre. La strada verso l'ultimo trimestre dell'anno è iniziata. Le avvisaglie c'erano tutte: la copertina da divano è bella che pronta che pulita, e in posizione. I ciclamini alla finestra della cucina, il sole che non mi arrostisce più le piante, anzi, fa effetto beauty farm e io lascio che si godano ancora quel che resta dei raggi tiepidi (intermittenti tra una pioggerella e l'altra).
Sabato sera ho preparato il primo sacchetto di pop corn, abbiamo sfogliato la pagina dei film al cinema e scoperto che la tessera della videoteca è smagnetizzata. Ebbene sì, ce l'ho ancora e la uso. Che a me le cose ondemand non mi intrigano quanto lo zen e l'arte del noleggiare il film.
I riti. Queste cose che ancora mi scaldano e mi fanno pensare che ci sia una strada diversa dal "mi rintano in casa, e non ho bisogno di nulla di tutto ciò che c'è fuori".
Ho due cassette di mele trentine, urge infornare torte di mele. Quelle con l'uvetta e la cannella, e la granella di zucchero sopra che fa la crosticina. Bello riaccendere il forno. I profumi mi portano sempre a quando ero piccola, a quando mia madre faceva le torte e io i compiti, e poi mi faceva assaggiare la crema rimasta nella terrina.
Ottobre con sé porta il calore delle maniche lunghe, dei tè aromatizzati, la trapunta e la maglia del pigiama. Il foulard che ancora non è sciarpa, il maglione di Papà usato come giacca, che scalda il cuore e non solo le spalle. I calzettoni antistupro e le candele accese, il profumo del muschio e di zucca. La voglia di fare, la voglia di cambiare. La voglia di migliorare e migliorarsi, di inventarsi qualcosa di nuovo. Di creare e di avventurarsi in un progetto che ti assorba e ti faccia parlare velocemente e riempiendo l'aria con le mani che le parole non bastano. Voglia di foto colorate e calde, di profumo di caldarroste e del "fatti più vicino che ho freddo". Di pizza fatta in casa, di quadri da scegliere e appendere, di silenzi leggeri.
Voglia di sorprese.
Tutte quelle che una nuova stagione racchiude e custodisce con il solo desiderio di condividerle... 




lunedì 22 settembre 2014

sondaggio...

M è venuta una brutta periartrite alla spalla destra. Un dolore fastidioso a dir poco, e così il fisio raccomanda antiinfiammatori, ghiaccio, arnica a volontà e tenere il braccio a riposo. Ergo, mi tocca tenerlo legato al collo che se no, col cavolo riesco a tenerlo fermo. 
Per fortuna oggi va meglio, e nella fase più acuta, durante il fine settimana, il Maggiordomo di Melli s è prestato ad aiutarmi, facendomi da aiuto cuoco, autista, massaggiatore e quant altro. 
La Sciamana, un giorno mi ha detto che il braccio destro è quello con cui restiamo "aggrappati al passato". E generalmente inizia a far male quando ci allunghiamo verso il futuro non lasciando però andare la presa. Teoria che trovo interessante (che poi uno è libero di crederci o meno, ma se una cosa ti fa scaturire una riflessione ben venga). Domani è il mio giorno di autunno, e se proprio vogliamo dirla tutta è una delle stagioni che preferisco e trovo più affini al mio carattere: esplosioni di colori, i profumi "caldi", lo strudel e la cannella, la copertina sul divano e le scintille delle caldearroste, che lasciano spazio ai toni malinconici che di tanto in tanto mi appartengono. Ma è anche la stagione del rinnovo e delle partenze. E così, da quando mi è partito il trip del rinnovamento mentale e casalingo, in questi giorni con il mio passato mi sono incontrata e scontrata parecchio. Non ultimo l'aver intercettato le foto del mio ex e dalla sua attuale metà su feisbuc, e scusate il commento ma, ragazzi miei "ho scansato un fosso".
Il dolore alla spalla ha rallentato molto i lavori, ma ieri sera, per far passare la malinconia post partenza del Maggiordomo, ho preso uno dei miei quaderni e ho fatto una sorta di piano delle modifiche da apportare in casa e non solo. So per certo che non diventerò mai minimal nel senso stretto del termine, ma questa volta sono assolutamente determinata a fare spazio al nuovo, (e non intendo necessariamente nuovi acquisti) e a eliminare tutto quanto non sia più parte di me. Lo so che da qualche giorno non scrivo di altro, ma credo di essere in una di quelle fasi di svolta. In cui un azione avvia una reazione a catena in cui tanti piccoli meccanismi si mettono in moto. 
E se è vero quello che dice la Sciamana, mi sa che questa infiammazione arriva proprio a dirmi che sono sulla strada giusta. 
E poi c è la questione jeans. 
Eh sì, perché se è vero che voglio separarmi da tanti abiti "vecchi" lì fermi per abitudine più che per necessità, è altresì vero che con pazienza dovrò riprenderne di nuovi perché a fronte di 7 kg persi in due mesi e mezzo sembro Cucciolo nei vestiti di Dotto. Sabato abbiamo visto in una vetrina un paio di pantaloni tipo jeans strappati. Amore a prima vista. Ma come sempre faccio in questi casi, la prima reazione è stata "sì vabbè ma dove vado..?" e tirare dritto. 
Poi ieri nel dormiveglia (momenti epici in cui partorisco pensieri sublimi e scrivo mentalmente pagine di letteratura che toccano picchi assolutamente meravigliosi che la mattina non ricordo nemmeno morta), ho pensato una cosa tipo "ho 38 anni e mezzo... se non ora, quando?" 
E non è mica una domanda da poco... (e infatti stavolta me la ricordo). 
Quindi credo che quei pantaloni saranno miei. Prima di azzardare l'acquisti intorno ai 45 anni e scatenare l ilarità collettiva. 
E poi che altro? 
Che altro bisognerebbe assolutamente fare prima dei 40 anni? 
Avete suggerimenti? 


martedì 16 settembre 2014

Gira così...

Si chiama nostalgia, 
e serve a ricordarci che per fortuna, 
siamo anche fragili.


Cesare Pavese





Alle volte è un profumo, una musica passata per radio, una parola detta così quasi per gioco o per caso. Stamattina è stato vedere il postino armeggiare con la cassetta delle poste. E fu subito Nostalgia. 
Nostalgia per quel tempo che era scandito dalle lettere, che spedivi e che arrivavano dopo giorni di attesa. Ma se non ha tempo di mettersi lì a rispondermi allora non gli interesso. Ma sarà stato impegnato. E non si poteva telefonare, non così tanto, c erano gli orari quelli in cui costava meno ma tutta la famiglia era già a casa e il telefono proprio sul tavolino in sala da pranzo, a portata di orecchio di tutti. Allora aspettavi. Non potevi controllare l ultimo accesso di whatapp...  E poi il postino arrivava, con le buste bianche, quelle che annusavi e sapevano di tabacco, e quelle rosa che ti spedivano le amiche, e le cartoline di quella che poteva fare la gita fuori porta anche solo di un fine settimana - "ah io questo weeeekkk end vado a Baselgadipiné (proprio così tutto attaccato) con il mio papà" con quella voce da gné gné che l avresti presa a testate, ma Zidane non aveva ancora fatto scuola e così tirarvi un sospiro e cacciavi la cartolina e tanti saluti in fondo alla scatola. 
Nostalgia per i compiti finiti in fretta, che quando ti dicevano "eh vedrai quando andrai a lavorare come rimpiangerai questi momenti... pure il compito di matematica, vedrai" e tu che c hai quest idea che a te, una volta adulta, nessuno ti dirà cosa fare e quando farlo pensi che sia impossibile, che lavorare sia molto più semplice, che sarai padrona del tuo tempo. Tu che, ragazzetta, sai che il compito di matematica sia il nemico da abbattere, ma tanto è previsto per giovedì e oggi è solo martedì e allora ci penso domani, vado a prendere Nicoletta, andiamo ai giardini e ci infiliamo dietro quell albero dai rami bassi, così finalmente mi dice cosa le ha detto Luca a proposito di Mara che ha parlato con Valentina ma non siamo mica sicure che alla fine si sia messa con Marco. Chissà. 
Nostalgia per il diario che girava sotto il banco, per il biglietto che ci trovavi dentro e non te l aspettavi proprio, per domande tipo "scusa c hai un gettone"? e la coda al telefono dell'atrio. E lì che pensavo, mentre stavo in coda per chiamare mamma, e non mi ricordo perché,  "vorrei fare la fisioterapista" che avevo visto quel film che mi era piaciuto tantissimo, ma nell'esame di ammissione c erano matematica e fisica a cariolate, (che avevi controllato sul librone che ti avevano dato in auditorium e che presentava le facoltà, che mica c era google),  e io di matematica e fisica c ho mai capito una mazza... 
Eppure mi sembra di essere ancora giovane per pensieri tipo "uh ai miei tempi quando cercavo l'oro nel Klondike" o "noi si saltava i fossi per lungo" (e poi a chiedersi ma chi te l ha fatto fare?). Ho nostalgia delle cose più semplici. Ho voglia di quelle cose fatte bene, con il cuore. Magari senza troppi fronzoli, ma fatte perché hai quella predisposizione d animo che tu fai quella cosa e vedere il sorriso che ti sta davanti ti pare già di aver vinto la lotteria. Ho voglia di aspettare l'uscita di un nuovo libro, di farmi un giro per una libreria dove parli piano perché c hai timore di disturbare. Ho voglia calore, di bagni caldi con tanta schiuma, di una trapunta con i fiori e delle fusa della domenica mattina, da un po' di tempo equamente divise tra me e Lui. 
Ho voglia di invertire la rotta. 

Ho voglia di essere un po' anacronistica. 

mercoledì 3 settembre 2014

L'amore è un tacco 10 grosso!

E così siamo tornati. 
Settembre ha già portato il suo carico di pioggia e grigio e freddo, la mia spalla s è già bloccata come fosse gennaio e il segno del costume (quel poco che si faceva intravedere contro luce) è già sepolto sotto due maglie. Ma innervosirsi per il brutto tempo è del tutto inutile e quindi pazienza. 
Settembre resta, nonostante tutto, il vero Capodanno, quello emotivo, quello della testa. Quello che, dopo giorni pigri passati a rilassarsi, ti fa scatenare la voglia di fare, quei piccoli grandi buoni propositi perché vuoi affrontare la nuova stagione al meglio. Si comincia a fare ordine, tutto quello che è rimasto accantonato dalla pigrizia estiva, a settembre ritrova una sua dimensione. E poi io non ho perso il vizio di entrare nelle librerie e guardarmi le nuove agende e sfogliare quei giorni che sono tutti pagine bianche ancora da scrivere. E poi li rimetto giù. Che c ho la mia bella agenda vintage in cuoio e mi basta. 
E poi tra un paio di giorni sono due mesi in cui ho archiviato il mio radicato zitellaggio. E mentre tornavo a casa ieri sera, in coda in tangenziale, la mia mente da menteGatta, ha partorito quest idea: il mio Amore è come un paio di scarpe con il tacco 10. Di quelli grossi. 
E qui si eleva il coro di maschi "scarpeeeee comprareeeee...". ma credete... è così. 
Certi amori sono da tacco 12, sottile: danno le vertigini solo a guardarli. Li metti e ti senti subito instabile e il passo trema. Sono bellissimi non puoi fare a meno di provarli, almeno una volta. E quando li vedi ti fermi a guardarli, e un po' invidi quelle che pare ci camminino dentro come se fossero scalze,  ma i 12 richiedono uno sforzo a tutti i tuoi muscoli per mantenere una parvenza di equilibrio e non camminare come una papera zoppa. 
Certo, tutti ti guardano e tu svetti perché poi quanto di abitui a quell'instabilità ci cammini da famme fatale e riesci in qualche modo ad andare avanti e ti convinci che sia meraviglioso attraversare la folla su quell'appoggio seppur precario.  Però è innegabile il sospiro che fai quando li togli, e, scalza, ti massaggi i piedi. Bello fare i funamboli, emozionante, ma ragazzi a lungo andare che strazio... 
Certi altri sono come le scarpe da ginnastica/pantofole. Comodosi. Stabili. Rassicuranti. come la copertina sul divano e la tazza di latte caldo. Ci puoi fare i chilometri ma poi, quando entri in un negozio non sono esattamente il primo modello che guardi. A lungo andare (e ve lo dico con cognizione di causa, visto che per oltre un anno ho dovuto/potuto usare solo scarpe da ginnastica) ti vengono a noia. Pensi che vuoi di più, che questa cosa non ti basta... ok la copertina e il divano e il latte caldo... ma pure un cinema o una bella cena fuori a lume di candela ogni tanto... no?
E poi c è il tacco 10 grosso. 
Il modello che adoro. 
Quello alto, quasi quanto il 12 ma non la vertigine ti spaventa meno. Il passo è più sicuro e sono comode. Perché ti senti stabile. Ti senti elegante e a tuo agio. Ti senti femminile senza strafare. Ti senti che puoi rilassare i muscoli della schiena e farti due risate senza pensare di perdere l equilibrio e finire a zampe all'aria. Ci puoi camminare per ore, e la caviglia non soffre. Il tacco 10 non ti tradisce. perché è largo, stabile, rassicurante. Perfetto con la gonna ma sta da Zeus anche con i jeans. E quando ti sfili le scarpe, le guardi sorridendo perché ti hanno accompagnato durante una giornata che sì, può essere stata faticosa, ma loro non hanno contribuito a complicarla, anzi. e sapere che domani la prossima sfida la affronterete insieme, è bello. Ti fanno sentire bene. E non le cambieresti per nessun altro paio di scarpe. 
Ecco. 
Io c ho un Amore da Tacco 10. 

martedì 15 luglio 2014

mercoledì 9 luglio 2014

di azzurro che riempie gli occhi, e di occhi azzurri...

ci fa compagnia un temporale al giorno. 
anche oggi, sono arrivata con un sole pazzesco e 30 gradi. ora invece a momenti il vento apre la porta dell ufficio e già più di mezzo orizzonte è coperto di nuvole che uno non si metterebbe mai a guardare steso su un tappeto di fragole. 
per dire. 
così non riesco ad andare a camminare come vorrei, anzi. non ci riesco proprio. l altra sera la mia via, nella terra degli hobbit era allagata. la pianta Mafalda ha pensato di suicidarsi cercando il salto giù dalla finestra della sala, la menta è stata sbattuta così violentemente che temo avrebbe preferito finire in un mojito. l'oleandro e il tronchetto della felicità si sono stretti in un lungo abbraccio e ho dovuto raccoglierli dal pavimento. cose che nessuna mamma vorrebbe mai vedere. 
lunedì il vento soffiava a più di 100 km/h. io non riuscivo nemmeno a chiudere la ribalta del bagno, mi ci è voluta una spinta con tutte e due le mani e la prontezza di girare la maniglia, mentre la Melli finiva sotto il letto tra un tripudio di porte che sbattevano. coda in salvo. 
il mio umore è ballerino quanto il meteo. passo dal sole radioso dei bei pensieri e di risate che non mi ricordavo che si potesse così con facilità, e le zone d'ombra di quel tipo di paura subdola, quella che ti si insinua mentre ancora fai pensieri alla vie en rose. quella che ti fa pensare "e se?" e se sbaglio di nuovo? ancora? se faccio un disastro, se faccio del male che c ho sto carattere ingombrante e giusto un filo complicato. e se vince, quella parte di me abituata all'arte di arrangiarsi, sempre comunque davanti a tutto, con il coltello tra i denti e sempre avanti. mentre l altra parte di me, quella che vorrebbe fidarsi e pensare che sì, magari c è pure qualcuno che alle volte ha voglia di prendersi cura di te e dei tuoi pensieri, (che il coltello lo puoi usare solo per affettare il melone, e poi rimetterlo lì nel ceppo) è partita per una vacanza anni e anni or sono e ancora non ha mandato nemmeno una cartolina. 

la solitudine è una gran brutta bestia. ti convince di essere completamente autonoma in tutto, di poter bastare a te stessa, di stare bene, anche quando i piedi sono freddi e non c è nessuno che si faccia più vicino per scaldarteli. è come uno di quei coach fissati con il fitness che se solo s accorge che guardi un sacchetto di marshmallow con la voglia di affondarci la mano, ti spedisce subito a fare 150 flessioni e almeno 30 giri di corsa del maracanà. 
eppure, anche ci sono momenti di cielo nitido di un azzurro da riempirsi gli occhi. 
eppure... c è qualcosa di speciale nel sentirsi prendere la mano in mezzo alla folla, che non ci perdiamo, dimenticarsi gli orari dei treni e avere quella faccia da "e adesso?" e sentirsi dire "alle sette e cinque, monella". 
la timidezza dei primi momenti, quelle che ti fanno arrossire, quelle che ti fanno sentire impacciata come una quindicenne, (o come una quasi quarantenne che si è dimenticata come funzionano certe cose). abbassare la testa e sfuggire allo sguardo, che poi magari t accorgi che tutta sta sicurezza ostentata è pressoché inesistente. 
giocare con i nomignoli, il peluche dagli occhi azzurri che è un peccato lasciarlo lì, e dirsi no: sul balcone di Giulietta non ci andiamo che se no poi ci domandano anche gli autografi. scoprire l ebbrezza di avere tempo. che sì fugge, e corre veloce ma non necessariamente si è tenuti a rincorrerlo che non c è fretta perché vorrei investirne un po'. e allora azzardi a pensare che forse, hai tutto il tempo che vuoi. 
poi il vento dei pensieri cambia, e riecco le nuvole pesanti e scure del e se cambia idea e se ne va? diventa difficile chiudere la porta quando il vento soffia contrario, e mentre ci provi, tutte le tue cose alle tue spalle prendono il volo...

on air: Zucchero - Quale senso abbiamo noi

Come passa in fretta il tempo...

Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno.  Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...