lunedì 25 maggio 2026

Come passa in fretta il tempo...



Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno. 
Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del libro con il suo caos e il suo disordine ma con persone bellissime a fare la differenza. 

Come sempre, quanto mi ritrovo qui tra queste pagine, è perché sto facendo luce e chiarezza dentro me, nell'idea di cambiare o, quanto meno, visto che 6 giorni fa ho compiuto la bellezza di 50 anni, reinventarmi un centro che mi assomigli di più. E quindi ho voglia, come sempre in questi momenti, di ricominciare a trovare un ritmo diverso, sono più incline ad ascoltarmi e pensare che di strada da fare ne ho ancora tanta. 
E forse, come social, le pagine meno chiassose del blog sono ancora una presenza rassicurante. 



lunedì 16 febbraio 2026

Aspettando marzo...

16 febbraio 2001.

La Squadra Mobile di Padova, guidata dal commissario Alessandro Giuliano, stringe le manette ai polsi di Michele Profeta.

È la fine della caccia al serial killer di Padova.

Sono passati 25 anni e io quei giorni li ricordo bene.

Ricordo la paura, il silenzio pesante per le strade, la sensazione che qualcosa si fosse spezzato nell'equilibrio di una città che pensa da sempre che "certe cose le vedi solo al TG".

Da quella memoria nasce questo racconto.

Un ritorno dentro un tempo che, in cuor mio, non ha mai smesso davvero di fare rumore.

In attesa del romanzo che arriverà presto, se vi va di tornare a leggermi… Mi trovate qui. 

mercoledì 11 febbraio 2026

11.02.2026 - Propositi di Presenza: come voglio abitare i miei giorni.

 
È vero ho saltato, per ora, i propositi della verità. Perché al momento non so proprio se riuscirei a barcamenarmi in merito alle cose che mi racconto, quanto mento a me stessa. 
Come voglio abitare i miei giorni? 
Oggi mi abito male. 
Ho sognato che la porta di casa non mi chiudeva ed entravano gatti e cani randagi. E non la vivrei male se non avessi avuto la sensazione di sottofondo di non riuscire a proteggere i Kiss. Era quella l'angoscia, di poterli lasciare in pericolo. 
Oggi ho l'ansia della pre uscita. Un angolo del mio cervello continua a dirmi che sarà una catastrofe, il libro non piacerà a nessuno, il racconto nemmeno, il mondo è pieno di persone autorevoli e preparate ma tra loro non ci sono io. 
Fossati l'ha spiegata benissimo, cantandola così:

Ti sembra tutto visto, tutto già fatto
Tutto quell'avvenire già avvenuto
Scritto, corretto e interpretato
Da altri meglio che da te

Vorrei abitare i miei giorni senza la sindrome dell'impostore comodamente adagiata sulle mie spalle. 
Avere quella fiducia in me e nelle mie capacità che non mi renda arrogante ma meno critica e meno angosciata davanti al lancio di un romanzo sui cui ho lavorato Tossani solo sa quanto, e che ora mi fa tremare i polsi. 
E, razionalmente, me lo dico: non valesse Mursia non ci investirebbe. Non starebbe facendo lavorare grafico, redattori, ufficio stampa... 
Sono dove devo essere. 
Ecco, me lo ripeto respirando e cercando di convincermi. 
Lo so. 
Sono stati d'ansia che arrivano, che colpiscono chi si mette in discussione, anche troppo forse come dice la mia psicologa, e che poi passano. Nel tempo ho imparato a riconoscerli e non a combatterli ma a viverli con l'idea che "ha da passa' a nuttata". 

Vorrei abitare i miei giorni sentendomi la padrona di casa e non in prestito. Questo sì. Però sono pure dell'idea che la consapevolezza non cada dal cielo ma arrivi con un continuo tendersi al miglioramento. O forse avrei bisogno, solo, di un po' più tranquillità: economica prima... emotiva poi. 

Mi rendo conto che non sia un proposito ben pianificato, ma in questo momento non credo di riuscire a fare di meglio. Ma forse, abitare i proprio giorni con consapevolezza, significa anche accettare di non avere sempre tutte le risposte pronte a portata di mano. 
Fosse così, sarei ChatGpT. 

giovedì 22 gennaio 2026

22.01.2026 - Propositi di Coraggio: cosa faccio anche se ho paura.

Che poi lo so, va sempre a finire così. Una fa il buon proposito del proposito, come promettere di essere puntuale e poi il caos della routine ci mette del suo. 
Il 1° gennaio sono partita chiara, strutturata e con un certo ordine, il 2 gennaio mi sono fatta un regalo: sono stata al cinema a vedere Primavera. Un film bellissimo, tanta emozione che resta addosso anche nei giorni dopo. 
Il 3, invece, mi sono svegliata con una temperatura intorno ai 34.2 praticamente un iguana con l'energia vitale di un capibara. 
La mia testa ha continuato a lavorare, il resto del mio corpo è entrato in modalità "risparmio energetico" ed ecco che sono passati venti giorni. Che mi sono sembrati lunghi il doppio, tra l'altro. 
Quindi scrivo 22 gennaio e mi sembra sia il 48... A ogni modo, la seconda tranche dei propositi parla di coraggio. 
Ci sono due frasi che, pensando al coraggio, mi sono venute in mente.
La prima è di Giorgio Faletti, dalla sua canzone "Minchia signor tenente". 
"...che di coraggio ne abbiamo tanto.
Ma qui, diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti
Con il coraggio della paura"
E se guardiamo un qualsiasi TG, in questi giorni, sfido chiunque a dire di non essere affatto preoccupato di quello che si sente. 

La seconda è di Voltaire: "la più coraggiosa decisione che prendi ogni giorno è di essere di buon umore". E secondo me non è un caso siano arrivate una dopo l'altra. Che a ben vedere si legano nonostante la distanza del tempo e del pensiero con cui sono state espresse. 
Mentre pensavo a cosa mi spaventa e quello che affronto o che devo affrontare, come tutti, nel mio quotidiano, ho capito che non è tanto il cosa. La caldaia di Madre che non funziona, i problemi economici e di salute, non gravi i secondi e che mi fanno star sveglia i primi, ho capito che già pensarci significa passarci attraverso. 
La caldaia non funziona, si chiama il tecnico, si litiga con l'Ater, si conta a mente per non insultare, si richiama il tecnico e si va avanti. 
Paura di non farcela, paura di non essere all'altezza della situazione, paura del mondo di te e a volte anche di me stessa. Eppure ci alziamo tutti dal letto, cacciamo giù un caffè, forse due e poi torniamo in strada. Facciamo progetti, dal cambiare un mobile al dove andare in vacanza quest'anno, e allora il coraggio, in qualche modo si palesa. Lo si potrebbe arricchire mettendoci quel qualcosa in più. Un sorriso, una battuta, una risata. 
Un gesto gentile. 
Quindi il mio buon proposito sul coraggio, oltre a quello di provare a essere più presente, che di sto passo finisco a maggio, è quello di cercare il buonumore anche nei momenti di paura. 
Sembra facile... 

On Air: Mi manca Bugo feat Emal Meta che poi questa canzone non so se c'entra, ma la sto ascoltando ora, quindi ce la facciamo entrare. 


giovedì 1 gennaio 2026

01.01.2026 - Propositi di Confine: cosa non permetto più.

 

E così, ci siamo. 

Ieri sera ho guardato "Un amore splendido". Quanta bellezza in un solo film. La gestualità di Deborah Kerr vale da sola tutto il film. Quel suo modo di camminare, quasi da ballerina di danza classica. E come muoveva le mani. Bellissima. 
Stamattina ho scritto a Tossani: "Diventerò una zitella gattara con la passione dei film vecchi". Che l'avevo guardato per necessità di romanzo5 e poi me lo sono goduto perché semplicemente stupendo. 
A ogni modo, finalmente abbiamo svoltato non una pagina ma tutto il calendario. Non mi mancherà, credo, il 2025. È vero: ho sempre avuto la passione dei numeri dispari ma credo che, per quest'anno, farò eccezione. Del resto se vogliamo rimescolare le energie si devono cambiare dei fattori, no? 
E a proposito di energie. 
Domani vado al cinema. Sento che Primavera è un film da vedere e domani mi andrò a godere lo spettacolo delle 15.20 come facevo da ragazzina. L'idea mi piace tanto. Ma ora è venuto il momento di concentrarmi: prima famiglia di "propositi". Ossia il "confine". 
Cosa non permetto più. 
Vediamo... il primo, banale forse ma non semplice, non ho più intenzione di leggere i commenti sui social, presenti nelle pagine di testate giornalistiche che parlino di fatti di cronaca, di manovre politiche e affini. Mi viene la gastrite ogni volta. E sì, lo dico anche con un certo tono snob. Se la gente imparasse a leggere credo che la società non sarebbe messa così male. 
* Non voglio più farmi consumare dai problemi altrui. Che non significa mettere da parte l'empatia, non tendere la mano. Ma mi rendo contro che quando qualcuno a cui voglio bene ha un problema vado in loop, il mio cervello si concentra solo su quello e non vedo altro se non il tentativo di una soluzione. Ma se mi esaurisco non sono di aiuto a nessuno. 
Negli aerei, quando mostrano le misure di emergenza, spiegano una cosa che va contro il "senso di pancia": la madre deve indossare per prima la mascherina di ossigeno, e poi metterla al figlio. E a dirla così sembra davvero un controsenso. Ma il punto è: se la madre perde i sensi, non può essere di nessuno aiuto al bambino. La logica c'è. Eccome. 
* Non voglio più guardarmi allo specchio senza benevolenza. Nonostante tutti i difetti estetici che questo corpo può avere, mi ha portata fino all'alba dei miei cinquant'anni. E non è stata cosa facile. Più di una volta avrebbe potuto arrendersi e non l'ha fatto. Posso solo mostrargli gratitudine. 
* Non voglio più ignorare le parole del Dalai Lama: “Lascia andare le persone che solo condividono lamentele, problemi, storie disastrose, paura e giudizio sugli altri. Se qualcuno cerca un cestino per buttare la sua immondizia, fa sì che non sia la tua mente.” 
E per appoggiarmi a un'altra citazione, chiamo in causa Eleanor Roosvelt:
* "Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso". E non credo nemmeno di dover fornire spiegazioni in merito. 

Di sicuro me ne verranno altri, di propositi di confine, anche se già questi mi sembrano piuttosto impegnativi. Ma sono determinata a non cedere, che tutta questa determinazione non so nemmeno da dove arrivi, ma me la tengo stretta. 

lunedì 29 dicembre 2025

29.12.2025 - I buoni propositi di Zia Cettina

 

Mentre analizzavo il libro "I buoni propositi" di Sabrina Gabriele", per La compagnia del Segnalibro, ho chattato con Zia Cettina sull'abitudine al tipico elenco che si fa il 31 dicembre e si dimentica il 4 gennaio. 
Per chi come me ha sempre vissuto come "top" l'acquisto del diario di scuola, il vero capodanno emotivo lo vive di più a settembre, in realtà, dovremmo avere la capacità di rivedere il nostro sentiero indipendentemente dalla strada che facciamo. 
Eppure. 
L'anno che verrà, però, il 2026 è niente meno che l'anno dei miei 50 anni. Che a ben pensare non sono nemmeno pochi, anche se, spesso e volentieri, mi sento ancora un po' adolescente e un po' sciroccata. Dicono che i nuovi 50 siano i vecchi 40, e personalmente conosco trentenni che sono più vicini alla maturità di un dodicenne, ma forse non è il caso di focalizzarsi sul numero. 
Eppure. 
Eppure questo pensieri mi resta lì, di sottofondo o in background, per dirla in termini più moderni. E allora ho deciso che eliminerò i buoni propositi del 1996, ancora intonsi, e mi dedicherò a quelli del 2026 con una certa serietà. E no, non verteranno su "perdere 10 chili, iscrivermi in palestra" e altre banalità a tema, su cui gira intorno anche Bridget Jones. 
Con Zia Cettina abbiamo trovato cinque famiglie in cui dividere le sfide di quest'anno. Ne ho parlato anche al club del libro e alcune ragazze mi hanno chiesto di condividerle e allora, perché no. Le scrivo anche qui e nei prossimi giorni vedremo, insieme, di dare loro maggiore definizione. 

I buoni propositi del 2026
*Propositi di Confine: cosa non permetto più.
*Propositi di Coraggio: cosa faccio anche se ho paura.
*Propositi di Verità: dove smetto di mentire a me stessa. 
*Propositi di Presenza: come voglio abitare i miei giorni. 
*Propositi di Misura: scegliere il quanto, il quando e il con chi. 

Quest'ultima mi ha colpita particolarmente, perché dentro ci va l'imparare quando fermarmi, non spiegare più del necessario, non svuotarmi... e soprattutto comprendere e accettare che non tutto va salvato risolto e accompagnato, Zia Cettina ha aggiunto: "sai perché questa quinta è importante per te? perché sei accudente, senti molto, e perché hai passato anni a dare troppo o a toglierti troppo". Imparare la misura è scoprire l'equilibrio". 

Mi sembrano degli ottimi spunti di riflessioni e blocchi di partenza. 
Nel frattempo, ho comprato un rossetto rosso.
Il primo della mia vita. E mi sembra già di aver fatto una cosa grande. 



domenica 28 dicembre 2025

28 dicembre 2025

E così siamo arrivati, quasi, alla fine di questo anno. Ho visto che il post precedente è di agosto e nel mezzo, come spesso mi accade, il tempo mi sembra volato. 
Alle volte vola, altre volte mi sembra precipitare a mo di valanga... Da allora sono successe diverse cose: 
* mi è stata detta la data di uscita del romanzo: 9 MARZO, SIORE E SIORI... 
* ho trovato un secondo lavoro, che poi sarebbe il terzo ma si è preso gran parte delle mie energie e del tempo utile, quindi ha scavalcato il mestiere dell'editor, posizionandosi nel podio dopo l'essere magazziniera, con il titolo di impiegata. È una sostituzione di maternità, per ora, ma è un bel cambiamento. Dopo anni di partita iva, che equivale a vivere con il coltello tra i denti, una mano sugli F24 e l'insonnia cronica, un frammento di certezza, anche se "incerto" e forse a termine, ha un peso specifico di una certa entità. 

Ho bisogno di spazio. 
Credo l'abbia capito anche l'universo quando, l'ante-vigilia di Natale ha fatto sì che lasciassi cadere il martello sul tavolo da pranzo. 
In vetro. 
Credo che raccoglierò cocci fino alla mia età pensionabile. Fatto sta che ora non ho più un tavolo da pranzo, però ho spazio in sala e ancora non sono così sicura del come riempirlo. 
Sono in ascolto. 
Ascolto i segnali che mi arrivano, anche dal mio corpo: come la schiena che ogni tanto scricchiola o le gambe che mi fanno male, anche se credo che condividere il letto con tre palle di pelo sia un coadiuvante nei dolori della fibromialgia. 
A ogni modo, il "decluttering" iniziato ad agosto continua. Soprattutto dentro di me. 
Credo che la decisione più importante che ho preso, in questo ultimo periodo, sia di mettere me stessa e le mie esigenze prima di tutto il resto. All'inizio mi sentivo (e talvolta ancora mi sento) piuttosto egoista. Anche se chi mi conosce bene dice che era pure ora. 
Sto scoprendo che mi piace. 
Anche ammettere che non posso salvare tutti, che non posso essere la stampella più o meno emotiva di tutti, mi sta piacendo molto, perché mettere questo paletto mi permette di non buttare continuamente sale sulle mie pellicine sbucciate. E non significa aver messo da parte la mia empatia. Significa solo aver dato un ordine di priorità inverso a quello a cui ero abituata. 
Con le ragazze del club del libro abbiamo parlato di "buoni propositi". Come ogni anno ci troviamo imbrigliate in questa idea e, al contempo, la rifiutiamo o la si ignora, io stessa credo di avere ancora intonsi quelli del 2012.
Però quest'anno è diverso. 
Quest'anno vorrei avere delle mete da rincorrere, e in cui credere soprattutto. Mi ero anche comprata un quaderno, cosa che ho fatto tutti gli anni, ripromettendomi di scrivere e poi... oddio, i precedenti sono stati lasciati a metà. E se usassi te, come "diario"? 
Voglio dire, se tu fossi il mio mezzo per trasportare i buoni propositi dalle mie idee ai miei giorni? 
Einstein diceva che non possiamo pretendere di avere risultati diversi, se facciamo le stesse cose. Allora proviamo a cambiarle. 
Quest'anno, a Capodanno, metterò le mutande rosse. 
E ricomincerò a scrivere qui. Sarai il mio diario strategico: ho un libro nuovo in uscita, con una nuova casa editrice... voglio godermela quest'avventura. Che torna dopo che qualcuno si era messo di buzzo buono per farmi arrendere. 
E tu, mi accompagnerai in questo viaggio. 
Adesso vado a togliere un po' di polvere dalle tue mensole e cambio l'acqua ai tuoi pesci rossi... sì, hai anche due pesci rossi: Punto e Acapo. Meglio li tenga tu, che qui con tre gatti farebbero una brutta fine. 
Anno nuovo
Vita nuova. 
E nuova pure Syssa. 

On Air: I treni a vapore - Ivano Fossati 

domenica 31 agosto 2025

31 agosto

Annamaria dice che la grande "pulizia" che ho fatto in casa, non è altro che un riflesso del lavoro che ho fatto dentro. 
Non è stata un'estate semplice questa, quando per estate intendo il mese di agosto.   
Agosto è un mese di grandi promesse mancate e aspettative disilluse. Anche quando lavoravo come dipendente aspettavo il mese "di ferie" pensando avrei fatto mille e una cosa e alla fine il caldo mi schiantava e combinavo pressoché nulla. 
Quest'anno non ha fatto eccezione. O per lo meno così credevo fino a quando Annamaria non mi ha fatto notare che ho lavorato "per sotto" un po' da carbonara. Che sono convinta di aver riempito borse di vestiti da regalare e, invece, ho fatto molto di più. 
L'estate dei miei 49 anni è stata quella dei pantaloncini corti. Indossati per sopravvivere al caldo impossibile, il primo giorno con immensa titubanza, io che ho le gambe grosse, i polpacci che mi ricordano gli anni di pallavolo, la caviglia non proprio sottile. E lei, la cicatrice di trenta cm e il ginocchio a polpetta. Eppure sono riuscita a uscire di casa, affrontare la strada e... fregarmene. 
Il primo giorno, appena fuori dalla mia confort zone, mi saluta M. che guardandomi mi dice: "oh be', se pure la Sacrato si veste così fa vero caldo". E io subito penso: "ecco, mi guarda le gambe, sono troppo grosse e io troppo vecchia e..." a fermare l'inizio dei pensieri sabotanti sempre lei, M.: "credo sia una delle prime volte che ti vedo con una camicia bianca". 
Ecco. 
"E i pantaloncini corti?", incalzo. "No, quelli non li avevo notati... stai bene. Poi, con questo caldo...". Sono bastate le sue parole a farmi pensare che non sarei tornata indietro. 

Nel contempo è accaduto un altro fatto particolare, tanto importante da farmelo scrivere anche alla psicologa. Ho trovato, finalmente, una parrucchiera che guardando la mia ciospa non dice "no, sulla tua testa no". Ile è una persona che ascolta, guarda e accoglie. Il suo essere possibilista mi ha dato una nuova energia e, mentre cercavo un taglio strategico e molto corto guardando foto su foto di modelle bellissime, mi sono accorta che i miei capelli stanno tornando mossi, quasi ricci. Sono anni che facevano quello che volevano e in modo piuttosto pacato tendente allo smorto. 
"In mezzo a tante sfighe, la menopausa regala qualche gioia", mi dice la mia ginecologa. E questa volta non parla solo delle mie tette lievitate. 
Così ho cercato le foto in cui mi sentissi io. In cui mi guardo e mi ritrovo, mi riconosco. E sono quelle dove ho i capelli molto lunghi, molto neri e molto selvaggi. Ecco, il fatto eclatante è che "ho scelto me". Dopo centinaia di foto di modelle strabelle, molte delle quali pacioccate con l'A.I., ho scelto una mia foto del 2019 e ho chiesto a Ile di farmi tornare così. E lei mi ha risposto "va bene, facciamo". 
Tre parole e una virgola. Ci vuole così poco, alle volte. 

A ogni modo, domani è il primo settembre. È capodanno, per me che già penso ai colori e ai toni dell'autunno. Settembre è il mese del fare, che l'aria è più fresca, si respira e non si appiccica. 
È il momento di studiare una strategia, di mettere nero su bianco quello che si vorrebbe ma, soprattutto, cosa fare per andarselo a prendere. 
Iniziano le semine, le idee possono prendere forma senza sudare; si ricomincia a scrivere con il tintinnio della campana a vento che è rimasta immobile e silenziosa tutta l'estate. 

Insomma, arriva l'autunno e io rinasco come una Amanite Muscaria. Sempre velenosa, ma con più simpatia. 

venerdì 1 agosto 2025

Decluttering

 

Ho iniziato un decluttering piuttosto "violento" in casa. 
Io funziono così: quando la testa diventa un campo da football americano dove i pensieri si prendono a spallate e si ammassano uno sull'altro, io comincio a spostare i mobili. 
Un po' perché i lavori manuali mi costringono a rallentare la testa e un po' perché fare ordine "fuori" aiuta l'"ordine" dentro. 
E poi, insieme ad Annamaria LaMiaPersona, abbiamo deciso di dare una svolta molto green alla nostra vita. Stiamo studiando tutti i prodotti e i metodi per arrivare a ridurre drasticamente soprattutto gli imballaggi di plastica, e intraprendere delle abitudini decisamente più sostenibili. Ma questo merita un capitolo a parte. 
In attesa dei giorni di ferie che verranno, ho iniziato dal bagno. Su una mensola avevo le bottigliette vuote del mio profumo preferito. Lo amo così tanto che l'ho infilato anche nell'ultimo romanzo. Il problema che ha un costo assai difficile da sostenere e così ho centellinato l'ultima fino allo stremo. E poi faticavo a separarmi dai vetri. 
Soprattutto uno. La bottiglietta più piccola, in primo piano, l'ho trovata sopra il tavolino nella stanza di Parigi dove ho soggiornato per una settimana, nel 2017. Non l'avevo portato con me perché avevo solo il bagaglio a mano, ma avevo confidato a una persona che il profumo, spesso, è uno stato mentale. A me, il mio, dà una "nota di sicurezza" che un normale deodorante non ha. E, questa persona, mi ha fatto trovare la confezione più piccola che avrebbe passato i controlli. 
Non è una cosa che capita tutti i giorni, non è certo una cosa da tutti. 
In quella settimana non aveva smesso un giorno di piovere, ero partita da Venezia con oltre 40° e a Parigi non si arrivava a 18°. Avevo freddo, la Coccinella e io rientravamo in hotel zuppe ogni sera. Il morale che ambia a buttarsi dalla loggia della Tour Eiffel. Ma una sera ho trovato un pacchetto e le cose sono cambiate. 
E allora è vero che, nel decluttering, si parte dal presupposto che le cose sono cose, che i ricordi albergano in noi e non negli oggetti e che il vecchio deve fare spazio al nuovo. 
Ma io quella boccetta l'ho tenuta. 

domenica 20 luglio 2025

Di decluttering, di fecebook e di grandi speranze...

 

Da qualche tempo ho deciso dedicarmi a un decluttering "estremo". Attendo i giorni di ferie che verranno per rimettere mano al mio mondo e dargli la forma che ho in testa. 
Mio padre lo diceva quarant'anni fa: non bisogna rincorrere il superfluo. E in effetti vivevamo in quattro persone in 55 mq, senza grandi difficoltà. C'erano solo due armadi in casa, e nemmeno dei quattro stagioni. Eppure si viveva bene. Certo, Madre era a casa, per lo più e quindi faceva un'enorme differenza. Ma se io, che abito sola, ho in mano le felpe piegate e ho difficoltà a capire dove metterle perché "non ho spazio", allora c'è qualcosa di distorto. In attesa dei famosi giorni di vacanza, ho iniziato dal bagno per proseguire con uno . Voi direte: che ci sarà mai in bagno di "superfluo". Ho l'imbarazzo della scelta.
A partire da quei campioncini che solitamente regalano alcuni negozi, che appoggi lì e non userai mai. Specie li shampoo, ad esempio. Alla mia ciospa una bustina non basta nemmeno per sentirne il profumo. I barattoli usati, finiti e magari non buttati, i trucchi o le creme scaduti... Insomma, a guardare bene c'è di tutto di più. 
Ho provato a girare per casa, con un quaderno in mano, annotando quello che "a vista" posso far sparire con una certa serenità. Ho aperto lo "stipetto delle borse". Qui è stato un po' diverso: ogni borsa è un viaggio, un ricordo, un momento vissuto. Il punto è che, alla fine, stiamo parlando di oggetti. Sono sempre oggetti. Siamo noi a caricarli di ricordi, aspettative... a umanizzare ciò che ci trasmettono. Ma alla fine, gli oggetti sono oggetti. 
A parte i peluche, a cui dedicherei un capitolo a parte. 

Nel mentre Facebook ha disabilitato il mio account. Sul perché ancora non mi è chiaro perché Fb non è prolisso, ti dice "hai fatto una minchiata" e non dà spiegazioni. Un po' come i genitori quando dicevano "perché no" e chiudevano il discorso. Quindici anni di post, di immagini, di emozioni, canzoni... passaggi di Vita fondamentali e non. 
Non volevo fare un decluttering violento e "assoluto", Meta mi ha ascoltata alla lettera. Aspetterò un paio di giorni e poi vedo cosa fare, anche se, secondo me, l'unica cosa sarà aprirne uno nuovo. Non mi sembra tanto grave: quello che ho vissuto negli ultimi 15 anni lo so io, lo sanno le persone che mi stanno accanto. Non sarà un colpo di spugna virtuale a farmi venire dei rimpianti. È solo un po' straniante. 
Quello sì. 

Nel frattempo dovrei iniziare l'editing dell'ultimo romanzo. Uscita prevista a gennaio. È una storia a cui tengo, tanto, tantissimo. Tra quelle righe sì, mi sento di mettere tanta speranza. 

martedì 15 luglio 2025

Il successo

 

Quando ero piccola i dolci erano "i pasticcini della domenica". E nemmeno di tutte le domeniche. Uscivo da Messa e tornavo a casa, Madre mi dava cinque mila lire e mi mandava a prendere quattro pastine o un vassoietto di mignon. 
Giornata speciale. 
Associai così bene "i pasticcini" alle giornate speciali, che quando i miei compagni di scuola portavano i dolci o le paste per i compleanni, io ne conservavo sempre una parte
 per Luca. 
Se c'erano due fette di torta, una la mangiavo e l'altra l'arrotolavo nel tovagliolo di carta e poi la portavo a casa tra le mani così non si sarebbe rotta in cartella. Se erano pasticcini lo stesso. Dividevo a metà. Nella mia testa non era giusto che io avessi una cosa così speciale e mio fratello no. Un giorno feci ridere mamma perché trovò una di quelle pastine alla frutta con la crema pasticcera intero e uno spezzato a metà. Avevo messo l'acino di uva nella parte per Luca e avevo tenuto per me la fragola. Madre mi guarda e io le rispondo alla domanda non fatta: «La maestra ha detto che ne potevamo prendere tre a testa...».

Sono passati molti anni da quel dì, ma la mia mentalità è la stessa. Se ho qualcosa o mi capita qualcosa di bello tendo a condividerlo, rendere partecipe chi mi sta accanto, che a festeggiare da soli mette 'na gran tristezza.

Ieri parlavo con un'amica sul fatto che, in ambito editoriale, ci siano realtà che assomigliano a vasche di piranha, altre di squali ma, per fortuna, ci siano anche tantissime mani tese. Come sempre fanno più rumore i piranha quando banchettano che le mani quando si stringono, ma mi piace pensare che, come diceva il buon Leo (Tostoj): "la felicità è reale solo quando condivisa". 

Ma allora cos'è per me il "successo"? 
In linea di massima è arrivare a fine giornata pensando di essere riuscita a schivare la maggior parte dei pattoni che la Vita riserva. Cosa nient'affatto scontata. 
E poi? Se penso ai libri scritti, da scrivere e da pubblicare?
E poi è difficile, perché non riesco a ricondurre il concetto a una mera questione di denaro, e mentre ancora mi arrovello, stamattina Facebook mi ricorda le parole di Ezio Bosso, di qualche anno fa:

"Ogni volta che tocco quel tasto, ho raggiunto il successo. Ogni volta che ricomincio, ho raggiunto il successo.
Perché il successo è che cosa? Non lo so, non mi interessa. Mi interessa la musica; mi interessa la gratificazione più bella: vedere che qualcuno che cresce intorno a te e un po' anche grazie a ciò che fai. E questo c'è ogni volta.
Spesso si confonde il successo con la fama o con il riconoscimento, invece la musica di cui mi occupo è una musica che dice che tu non ci sei, tu sei al servizio della musica. E in questo, sapete, un po' tutto è così, anche un medico, qualsiasi mestiere intraprenderete voi sarete al servizio di qualcosa o di qualcuno.
E questo vi darà la gratificazione: vederlo felice, vederlo crescere, farlo mangiare bene. Tutto questo è la gratificazione, ed è sempre una questione umana, di rapporti. E quando ci sarà questo è una delle cose più belle: un grazie, un sorriso.
(...) Ecco, non inseguite il successo, per favore. Inseguite la passione che è anche un sacrificio, inseguite la crescita, la curiosità. Per me è quella la parte che mi ha salvato".

Ecco, credo che l'abbia spiegato molto meglio di quanto possa fare io. L'ho incontrato una sola volta e mi rammarico di non aver avuto la possibilità di salutarlo di nuovo. Secondo me, per indole, avremmo pure diviso a metà un pasticcino. 

domenica 13 luglio 2025

Sì, ricominciare...

 
Uh, quanto tempo. 
Quanto tempo che non torno qui pensando a un blog nel modo in cui sono "nata blogger". 
La prima volta che pubblicai un post su Sodalite, mi ero separata da poco, avevo le pezze al culo e sapevo solo una cosa: volevo fare la scrittrice. 

Oggi sono single da tanto, ho ancora le pezze al culo e faccio la scrittrice, in alcuni mesi dell'anno. Negli altri lavoro per pagare l'affitto. Però so una cosa: voglio continuare a fare la scrittrice. Anche se non so se la definizione che io do al termine sia la stessa del pensiero comune. In realtà, se mi guardo intorno, a parte taluni casi e amiche belle, pare che ci sia una rincorsa alla rendicontazione di fine anno. Contano le copie che hai venduto, non le emozioni che hai messo su carta. 
Certo, gli editori sono imprenditori. Ognuno con il proprio nome ed è ben diverso da "Fate bene fratelli", ma da questo lato della barricata, beh' le cose sono un po' diverse. 

E, comunque, "certo": a chi non piacerebbe vivere di scrittura, magari piazzare il proprio romanzo in tv e capare di diritti televisivi? A me tantissimo. Il punto è che sono dell'idea che ci siano pure millemila persone più brave di me e che meriterebbero quell'opportunità. Ed è come vincere un Superenalotto. Tutti noi abbiamo qualcuno che ha un cuggino che ha comprato un gratta e vinci in un momento di scoramento, ed è diventato milionario. 
Ma le probabilità di diventare quel "cuggino"? Mah. 

E nel mentre in cui si spera? Che si fa? No... dai... non ditelo. Nel mentre bisognerebbe vivere. Al meglio che si può con ciò che si ha. Che non è poco. Non è affatto poco. I TG ce lo dicono ogni santo giorno che quello che abbiamo non è poco. 
Qualche ora fa, qui a Padova, c'è stato un temporale. Ho messo le finestre in ribalta, sistemato le piante in sicurezza perché non si rompessero in caso di grandine, e poi mi sono stesa a letto ascoltando la pioggia contro i vetri. 
La pioggia. 
Contro i vetri. 
Non le sirene che annunciano un bombardamento. 

C'è molto di cui essere grati e con grande facilità spesso ce lo dimentichiamo. 
Da qualche giorno, medito su questo. Su questo e su come posso fare a cambiare quelle cose della mia vita che non funzionano più. Non in senso negativo, semplicemente non rispecchiano più la persona che sono oggi. 
Quando ho detto al mio amico B. che sono cambiata, che i cinque mesi in cui sono stata davvero male mi hanno cambiata, mi ha risposto: "Sarebbe peggio se fossi sempre uguale a te stessa di prima". 
Già. 
Allora che si fa? 
Intanto torno a scrivere come feci tra le pagine virtuali di Sodalite, che per inciso è ancora la mia pietra preferita. 
Questo blog riprenderà vita e non parlerà più solo di libri e di scrittura ma anche di Vita. Oddio, la mia, che non so se sia così interessante ma è l'unica che ho e che vi posso offrire. 

Ora vado a togliere le lenzuola cariche di polvere che hanno ricoperto queste stanze, apro le finestre e magari rimetto qualcosa nel frigo e ho portato pure un bollitore per le tisane.
Ho in mente un bel po' di cambiamenti e, se ne avrete voglia, mi troverete qui a raccontarveli. 

Sono tornata. 
Syssa 

domenica 5 maggio 2024

In un mare senza blu - Francesco Paolo Oreste

 

Già lo scrissi, una volta, che Francesco Paolo Oreste scrive con lo stesso gioco di luci e di ombre con cui Caravaggio dipingeva le sue tele. 
E allora come nella Vocazione di San Matteo, i personaggi venivano colpiti da una lama di luce a cui era impossibile sottrarsi, così come avessimo tra le mani un Michelangelo Merisi al negativo, è un lampo di buio a investire i tre protagonisti di questa storia: Ciro, Michele e Mario.

È così che Vico Stella diventa Vico Nero. 

Nero come la fuliggine, la morte, l'inchiostro delle seppie. 
E dato che al proprio destino nessuno gli sfugge, e qualcuno se la trova scritta addosso da altri, la propria sorte: figlia dal luogo dove è nato, dai genitori che l'hanno messo al mondo o ve lo hanno cacciato, anche i nostri protagonisti si trovano a dover combattere con una vita che non hanno scelto. 
Perché non tutti nascono con l'opportunità di scegliere. O, ancora, quando i tagli dei colori sono così netti, quando fin da piccoli ci viene insegnato a convivere con il buio e le sue ombre, allora scegliere la luce non è così scontato. 
Tanto meno semplice. 
E allora Michele impara a viverlo, il buio. A diventarne padrone, perché il potere genera paura, e la paura è la cosa che conosce meglio, e può gestirla. Sa maneggiarla.  
Ben più dell'amore che da sempre gli è stato negato. 
Ciro invece ci combatte, con ogni sua forza contro il nero, la stessa con cui il bucaneve sfida il gelo dell'inverno per uscire a cercare il sole oltre la neve, la stessa con cui sopravvive il suo di amore. 
Ma, quando sembra la fine, in quel buio ci precipita perché nessuno si salva da solo, specie se si ama così forte e non si sa cosa significa essere amati a propria volta. 

Ma è un libro d'amore, questo? 
No. 
O forse sì: dell'amore mancato, dell'amore ignorato, mai donato, dell'amore sacrificato e ucciso. 
Dell'amore assente. 
Assente dalle strade, dalle mura di casa, dalle vite dei bambini costretti a crescersi da soli, dal volto di una maestra che non accarezza ma deride. L'amore spacciato per tale, che non dona nulla se non sangue e un livido da aggiungere ai precedenti. 
L'amore sacrificato perché renderebbe deboli davanti al potere, e si sa: amore e potere non fanno rima.
Mai. 
L'amore che piega la testa davanti alla morte, e si rassegna a cederle il passo. 
Non solo nei vicoli bui, ma anche nelle vite nere. Quelle costruite sull'apparenza, quelle che nascondono le perversioni in fondo all'armadio come la polvere sotto ai tappeti e brillano di una luce che non gli appartiene. 
È un libro di dolore, con le pagine che ti restano addosso anche dopo che, a fatica, lo riponi sul comodino. 
Perché se è vero che è il dolore che ci fa crescere e ci insegna qualcosa, da quando avremmo affrontato la prima pagina e poi avremmo voltato l'ultima, a quel punto volenti ma soprattutto dolenti, non saremo più gli stessi. 

È un libro che dipinge una realtà che ci sembra così dannatamente lontana dalle nostre vite imperfette, certo, ma mai così fuligginose. 
Una realtà che sembra non appartenere a noi e che di delitti e di pene siamo abituati a sentirne parlare solo attraverso una cronaca essenziale, il tempo di un servizio del TG, e tanto ci basta per ergerci a giudici. E abbiamo imparato a condannare da buoni borghesi a cinquemila anni, più le spese.
Incapaci di andare oltre gli istanti che segnano solo l'epilogo di una storia, e ignorando o peggio, disinteressandoci sul come questa abbia avuto inizio.
Da quale tana invasa dal buio siano usciti quei volti. 

Ma è anche la storia dell'amore salvifico, quello che tende una mano nella disperazione ed è capace di riportare a galla. 
«E cosa siamo?»
«Siamo due pesci pieni di un nero che non ci lascerà mai, ma pure con una voglia di blu che ci circonda e che, forse, ci tiene a galla»
«Come due seppie in altro mare?»
...
«Sì, come due seppie in alto mare, piene di nero e in mezzo al blu.»



mercoledì 14 febbraio 2024

Anna - Barbara Galimberti


Doverosa premessa: questa non è una recensione, non nel senso più tecnico della definizione. Per un motivo molto semplice: non sono un critico letterario. Sono solo una persona che legge, non quanto vorrebbe, a cui piace discorrere di libri, sopratutto quelli che le sono piaciuti. Se leggo libri che non mi conquistano glisso, per due motivi altrettanto semplici: la bellezza sta negli occhi di chi legge. Banale forse, ma tant'è. Non detengo certo la verità universale. Inoltre,  un libro porta con sé una storia sotterranea di energie investite, tempo rubato alla famiglia, agli hobby o al cazzeggio. Quindi merita rispetto, a prescindere. 

Quello che vi apprestate a leggere sono impressioni, sensazioni, che il libro mi suscita. Per le recensioni più tecniche vi rimando agli esperti del ramo.

Una storia delicata, come è delicata la personalità della protagonista: Anna. Postina per mestiere, investigatrice per passione e per animo gentile. Lo stesso animo che la porta a guardare con tenerezza tutte quelle lettere che, per un motivo o un altro, non possono essere recapitate come portatrici di messaggi che non vedranno mai esaudito il proprio compito. Ma Anna cede alla curiosità e apre una busta rosa scoprendo il messaggio scritto da una bimba e destinata a una signora che... abita in una piazza. 
È da queste poche parole che Anna inizierà la sua indagine, e nel suo percorso farà degli incontri che, piccoli o grandi siano, sono destinati a cambiarle in qualche modo la vita. Perché proprio come ci insegna l'autrice, la vita è costellata di incontri e in ognuno di essi potremmo trovare bellezza. 
Una storia che ci fa assaporare una narrazione di altri tempi, uno di quei libri che leggi quando hai bisogno di conforto e di ottimismo. Con il tempo scandito dalle pedalate di una bici più che dal rombo di un motore, e dalla luce del sole estivo dalle ombre lunghe, più che dalla potenza di luci artificiali. 

Ho amato questo libro proprio per la leggerezza con cui ci porta a riflettere sulla vita e i rapporti umani, lasciandomi, una volta finito, con la serenità di una bambina a cui hanno regalato un bastoncino di zucchero filato. 

venerdì 6 ottobre 2023

Pensieri sconnessi...

 

Non c'è motivo di sorta per cui lamentarmi. Eppure non riesco a ignorare questa sensazione di vuoto che mi si è infilata tra lo sterno e il diaframma e mi sembra aumenti di volume a giorni alterni. 
Una volta ho letto, da qualche parte, che quando non si ha voglia di niente si ha bisogno di tutto. 
Io credo, al momento, che la cosa che mi manchi di più sia il coraggio. 
Il coraggio di cambiare idea, di smettere con questa ostinazione e lasciare andare. Perché quando qualcuno non ha più bisogno di te, lo si deve lasciar camminare con le sue gambe, per la sua strada. Che mica è detto che quella strada ti appartenga. 
Di solito non mi appartiene mai. 
Ci sono, solitamente, altre priorità e situazioni, altre persone e altre vite. Ci sono esigenze e cose da capire. Ci sono sempre cose da capire. 
Cose. 
E io capisco. 
Ecco, in giorni tipo questo, non so se ho tutta questa voglia di capire. 

giovedì 14 settembre 2023

L'Enigma del gatto

È una mattina in cui mi manca un po' il respiro.
L
a stanza mi sta stretta, i pensieri si accalcano come giocatori di rugby che si muovono al ritmo di un haka che nemmeno gli All Black.
Ogni tanto mi dico: "esco dal bunker e vado a respirare" ma non è la stessa cosa che farlo in faccia al mare.
Ogni tanto ho la sensazione di non aver guardato abbastanza, di non aver detto abbastanza, di non averci provato abbastanza.
Per decidere se comprare o meno una maglia da sei euro ci penso due giorni, per decidere di tagliare i ponti con una persona o con un passaggio importante della mia vita, spesso impiego meno di sei minuti.
E non sbaglio.
Quasi mai.
Il che sembra una contraddizione, certo non ho mai brillato per coerenza, ma per lealtà sì. Mi si trova sempre dalla stessa parte.
Sono una che hai i tatuaggi.
Sono una di quelle che crede nei sempre e per sempre.
Sono giorni che mi manca il respiro.
Per me, per una responsabilità che ho cercato e voluto e un po' mi spaventa ma condivido con un'altra matta idealista come me.
E ogni volta che le parlo mi dà coraggio.
Per un viaggio che non è solo mio, ma pure un po' di qualcun altro.
Per un progetto in cui credo così tanto che non vi so spiegare, ma proverò a farlo nei prossimi giorni.
Mi manca un po' il respiro perché lei oggi mi ha detto "Siamo in Stampa".
E mi manca il mare.
Perché ho scoperto che tra il mare e le ginestre lì, io respiro.

Ci siamo... il 4 ottobre, in libreria. 




giovedì 1 giugno 2023

Le discese ardite e le risalite...

 

Questa foto la conservo nella memoria del telefono come promemoria. L'ho scritto diverse volte: a ridosso di un evento traumatico, a cui sopravviviamo, la visione della vita cambia e per un certo periodo rivediamo ogni priorità, le emozioni sono amplificate e veniamo proiettati in un'altra dimensione. Poi torna la routine, la tensione emotiva si allenta, la polvere torna a sedimentare anche nelle nostre vite. 
Per certi versi è pure meglio così, non si può vivere costantemente sotto pressione. 
Però questa foto mi ricorda che, in una mattina qualunque quando meno te l'aspetti si può cadere. 
E ci si può fare male, molto male. 
Questa foto mi ricorda che la vita, che ha più fantasia di tutti noi messi insieme, ci sbalza da un binario all'altro quando e come vuole e si prende tutto il tempo che vuole per farsi gli affari suoi. 
Questa foto mi ricorda che, salvo complicazioni gravi, se ne esce. Segnati, colpiti, acciaccati e confusi. Ma se ne esce. Alla faccia dei prognostici, della diffidenza, delle diagnosi e pure di chi se la ride.
Non sempre, certo, ma spesso se ne esce più forti di prima. 
Questa foto mi ricorda il mio stupore nello scoprire una forza che a tutt'oggi non ho idea di dove fosse nascosta, che sono stata brava. In quell'occasione sono stata davvero brava.
Soprattutto... 
Mi ricorda che alcune delle difficoltà che oggi mi rattristano, anche se importanti, a distanza di tempo quando saranno alle spalle, potranno essere guardate dicendo: "ma vaffanculo, va". 

giovedì 15 dicembre 2022

L'ignoranza dei numeri - Francesco Paolo Oreste


 "E dietro alla curva del tempo che vola
C'è Sante in bicicletta e in mano ha una pistola
Se di notte è inseguito spara e centra ogni fanale
Sante il bandito ha una mira eccezionale
E lo sanno le banche e lo sa la questura
Sante il bandito mette proprio paura
E non servono le taglie e non basta il coraggio
Sante il bandito ha troppo vantaggio.
Fu antica miseria o un torto subito
A fare del ragazzo un feroce bandito
Ma al proprio destino nessuno gli sfugge
Cercavi giustizia ma trovasti la Legge."

Chissà se tra i mille poeti di cui si circonda l'ispettore Romeo Giulietti c'è anche Francesco De Gregori, perché mentre ripesavo alle pagine appena ascoltate (ho "incontrato" il libro di Francesco Paolo Oreste su Audible), per una strana associazione di idee ho iniziato a cantare Il bandito e il campione. Soprattutto in quel riscontrare e dichiarare la differenza tra giustizia e legge
Sarà. 
Sarà che negli ultimi sei mesi Napoli è diventata quasi casa. Ho disseminato pezzi di cuore lungo tutto il tracciato della metropolitana 2, ma ascoltare il romanzo letto in modo magistrale e con uno spiccato accento partenopeo ha placato la nostalgia che, inaspettatamente, mi ha colta di sorpresa come il freddo. 
La scrittura di Francesco Paolo Oreste si fa assorbire e passa da parte a parte con la potenza di un proiettile, crudele e cruento alle volte, a descrivere una Napoli dalle ombre delineate in pieno contrasto con la luce e i colori dei napoletani che la abitano. Come se la città fosse distinta in due entità divise: quella della criminalità da prima pagina, con cui non senza pregiudizi viene additata, e quella del coraggio, della gente che trova ragioni per vivere, gioire e amare.
Nonostante tutto. 
Poetico e romantico, nelle riflessioni di un ispettore che sceglie il mare alla carriera, che è un tutore della legge ma crede nella giustizia, ma soprattutto nel rispetto della persona. Che comprende ma non giudica. Che ha e dà una sola parola, e non la tradisce. 

Di questo libro ho amato i colori e il buio, l'ironia, gli scambi tra Giulietti e il suo collega Michele Carotenuto, capace di compensare l'animo idealista e aulico del suo superiore, in un continuo botta e risposta che a tratti mi ricordava la comicità di Troisi.
Mi sono ritrovata ferma al semaforo a commuovermi quasi alle lacrime, persa nei pensieri e nei dubbi di un poliziotto fuori dagli schemi, eppure così "normale". Dove normale significa semplicemente l'opposto del supereroe che ogni tanto si incontra e tanto stanca. Romeo è un uomo che vorremmo avere come amico quando siamo nei guai, o più semplicemente quando vorremmo parlare con qualcuno che sappia ascoltarci senza rigirare il coltello nella piaga.
O semplicemente perché la sua sola presenza ci fa sentire bene. 

Un giallo costruito ad arte, un'indagine completa non priva di colpi di scena e di tensione che mi è parsa quasi un pretesto per raccontare altro, molto di più. 
E come sempre mi accade quando scopro uno scrittore di valore, mi avvierò tipo cane da tartufo in cerca di ogni testo leggibile, così da supplire questa sensazione di solitudine che piove addosso all'ultima pagina di un libro che si è amato dalla prima riga. 

On Air: la suoneria dello smartphone di Giuglietti : Je so' pazzo - Pino Daniele 

venerdì 9 dicembre 2022

Love Actually

 Ieri sera, mentre guardavo Love Actually, ho pensato che anch'io ho fatto una corsa all'aeroporto. Una di quelle cose che ti passa per la testa perché è estate, fa caldo, le giornate sono lunghe e la luce del sole ti fa pensare in leggerezza che tutto sia possibile. 

Non avevo tante informazioni, all'incirca l'orario di partenza ma nemmeno la compagnia aerea... però ho fatto spallucce. Ieri dicevano: "se non ci provi a Natale, quando?". In una sera di mezza estate, così di punto in bianco. Se non rischi non vale, lo dice pure JC.

La mattina mi ero portata un cambio in magazzino, che poi ho tolto un paio di jeans e ho messo un paio di jeans, ho tolto una maglietta rossa, mi par di ricordare, e ne ho messa una nera, che poi alla fine che vuoi che conti cosa metto se sotto ci sono sempre io? 

Mi cambio, mi trucco un po', che fa caldo si suda, il rischio di diventare un panda con patente è dietro l'angolo, e parto. L'autoradio mi rimanda canzoni che sembrano scelte apposta, la Minnie scorre sull'autostrada che par che voli pure lei, non c'è nemmeno traffico e arrivo al Marco Polo in pochissimo tempo. Ma davvero è così vicino? 

Sono le 18 e 23. Lo so con certezza perché guardo l'orologio, mentre con la mano sinistra chiudo a chiave l'auto. L'ho parcheggiata in quei posti in cui il tassametro è sponsorizzato da Cartier, ma che diavolo, si vive una volta sola. No? Quindi infilo le chiavi in borsa e accelero il passo, attraverso il parcheggio, e le porte a vetro si aprono al mio passaggio regalandomi una sbuffata di aria fresca a darmi il benvenuto, e pare quasi fare il tifo per me. Temo l'aereo, perché non lo guido io ovviamente, ma amo gli aeroporti quanto le stazioni. L'aria profuma di promesse per una partenza e di conferme che sanno di ritorno a casa. Le persone si abbracciano e si voltano ancora una volta, e un'altra ancora, prima di tornare sui propri passi o varcare il gate. Mi viene voglia di partire, l'ultima volta ero da sola e sono tornata a Parigi, c'è un aereo in partenza da lì a un paio d'ore: "ok la roba da film ma non esagerare Syssa", mi dico. E poi mi piacerebbe tornare a Parigi, ma non da sola, non oggi. Non quel giorno. 

Faccio un respiro profondo e inizio a cercarlo. Tengo il telefono tra le mani più come fosse una boa di salvataggio che per chiamarlo, non gli voglio dire che sono qui, non ancora almeno, e mi aggiro tra le persone che trascinano trolley e pensieri scrutandone il viso. Alcuni mi ricambiano lo sguardo, altri rilanciano un sorriso. Mi chiedo come devo apparire vista da fuori. I jeans strappati, le scarpe da ginnastica e l'atteggiamento da cane da tartufo. C'è il suo profumo nell'aria? Non lo so... respiro a fondo. Provo a immaginare. Cerco gli occhi, quelli sì sono familiari. Dopo qualche minuto faccio quello che avrei dovuto fare sin da subito: guardo il tabellone delle partenze, trovo la destinazione e quindi la compagnia aerea. 

Il pallino rosso lampeggia già: parte tra una quarantina di minuti. Quindi l'imbarco l'hanno aperto almeno venti minuti prima. 

Nella mia testa rivedo la scena a rallenty: il mio sguardo che si abbassa sull'orologio mentre chiudo l'auto. E visto che la fantasia non manca, le immagini si sovrappongono al suo braccio che si tende verso la hostess che controlla il biglietto prima di augurargli buon viaggio, la sua schiena avvolta nella camicia bianca, l'attaccatura dei capelli sul collo che sparisce nascosta dagli altri viaggiatori che seguono lungo il corridoio. Il tutto con un'adeguata colonna sonora, che insomma, come narratrice mica me la cavo male. 

Stringo il telefono che tengo tra le mani, ma tanto a che serve? Resto lì a guardare il tabellone finché rimanda l'ultima chiamata, e poi ancora la scritta che viene sostituita da un'altra destinazione, altre vite. 

Mi sembra quasi di sentire i motori rombare sulla pista. Ho respirato quell'aria ancora un po', prima di tornare alla Minnie. Mentre guidavo verso casa l'autoradio è rimasta spenta.

lunedì 7 novembre 2022

Jean Claude Izzo

 

Se è vero che c'è tempo e modo per ogni cosa, questo detto vale anche per i libri, almeno per me. 
Me ne hanno parlato in molti, in diversi periodi della vita, ma non mi ero mai decisa a leggerlo, perché? Non lo so. Ma passavo dritto pensando ad altro. 
Poi una giornata a Roma, l'idea di farmi un regalo, un messaggio che arriva al momento giusto e dei tarocchi che, un po', ti fanno pensare. E tra storia, sentimenti e un pizzico di magia scatta la scintilla e Izzo torna a Padova con me. 
Non sono una persona che legge in fretta. I libri li tormento: leggo, torno indietro, sottolineo, e sì, faccio anche le orecchie alla pagina. Perché un libro è come un amante: lo devi vivere, respirare, mordere se ti viene voglia. Come dice Fabio: si deve amare accettando il rischio di perdere, e il rischio di perdere non passa per una vita dalle pagine intonse. 
Frasi tagliate con il bisturi. Una Marsiglia dai toni freddi e colori cupi stesa al sole violento del Mediterraneo. 

Parlando con lui, raccontandogli le mie sensazioni, ho detto che le pagine di Izzo mi ricordano le tele di Caravaggio. Il buio, profondo angosciante spezzato da tagli di luce che accecano. Lo stesso tormento. 
Fabio Montale è un uomo che prenderesti per le spalle, lo scuoteresti con forza per togliergli di dosso quel rimpianto in cui annega mescolandolo al whisky. Ma è impossibile non amarlo. Impossibile non trovare nei suoi occhi la stessa lama di luce del pittore milanese. Nonostante la morte lo perseguiti rincorre l'amore e tutta la sua forza travolgente, anche se è un artista nel lasciarselo sfuggire dalle dita. 
Lui e il suo chiodo fisso. Lole. 
Leggere Izzo è faticoso nei primi 30 secondi, poi prendi il ritmo e ti rapisce ti trascina con sé tra i profumi delle erbe e delle spezie di una realtà multietnica e tormentata. Nello schifo e nella morte dove ci si trova a muoversi con il fango alle ginocchia e le mani imbrattate di sangue. 

L'idea era quella di leggerlo, di assaporarlo pian piano, studiandone le sfumature. Non ci sono riuscita. Ho finito la trilogia in due settimane, vissute con un'intensità che non ricordavo, soffrendo ad ogni colpo di pistola o ferita da taglio. Ho sperato che la vertigine cambiasse, man mano che leggevo ma pare che la vita si faccia gli affari suoi anche nei romanzi. Non bada a noi lettori. 

Mi sento improvvisamente sola. 
Come se un amico fosse partito senza salutare, se ne fosse andato distante lasciandosi alle spalle solo il silenzio di una scelta non contrastabile. Chiudere l'ultima pagina e sentire violenta, alla bocca dello stomaco, la sensazione di perdita. 
Questo è Scrivere. 

Come passa in fretta il tempo...

Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno.  Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...