sopra le chiacchiere inutili
le mancate risposte
alla fuffa.
pietra sopra
ai discorsi insulsi
all eccessiva comprensione
alla mancanza di autostima
alla mancanza di rispetto per se stessi e della propria dignità
alla pigrizia
al non volersi abbastanza bene
alla mancanza di coraggio nel pretendere
al procrastinare
pietra sopra
su chi non ti ama e non ti merita
a chi vorrei ma non posso e che più spesso è potrei ma non voglio
a chi fa volentieri a meno di te e senza grande fatica
sulle false speranze
sulle illusioni su uomini troppo belli
ma anche su quelli così così.
Pietra sopra
sul chi dà tutto per scontato, o dovuto, anche te.
sulla mania di esserci
di aspettare
di rincorrere
di consolare
di motivare
specie se tutto questo è a senso unico
pietra sopra
sui complicati
gli sposati fidanzati conviventi coinquilini
gli sposati più o meno, i fidanzati ma non troppo, i conviventi forzati, i coinquilini affettuosi
i separati in casa, i divorziati con rimpianto, gli anafettivi, cinici, gli stronzi belli e impossibili, quelli che la carbonara è buona ma la mia mamma la cucina meglio,
ai pigri, a chi non sente l urgenza di passare del tempo con te ma può tranquillamente aspettare settimana prossima che tanto...
su chi incarna una o più delle caratteristiche qui sopra debitamente elencate.
pietra sopra
sulla rabbia, sulla delusione, sull incapacità di capire e di rassegnarsi
sui pensieri fin troppo facili tipo non ne voglio più sapere, inizierò a comportarmi anche io così, bella e impossibile, acida e velenosa, sarcastica e tagliente.
pietra sopra
sui fanculo non detti ma troppo spesso pensati, sulla gastrite e sulla voglia di chiudersi il mondo fuori.
pietra sopra
ai mi basto e mi soddisfo, al non ci crederò mai più, alla rassegnazione e alle vite che non si cambiano. alla lagnanza congenita, ai non mi innamorerò mai più, al la solitudine è nel mio karma.
perché se è vero che certe cose mi fanno un male cane, sono anche dell'idea che la vita sia bella, e che valga la pena di provarla a vivere la meglio delle proprie possibilità, e che i soldi in questo pensiero non c entrano un cazzo, e che la strada la si debba anche cambiare quando le cose non funzionano, che poi di irreversibile esistono solo le malattie terminali, il resto si fa si desfa e si aggiusta. basta volerlo
e che magari non so niente di regole e manuali di galateo e che molto spesso non aspetto come dovrebbe fare una vera signorina, che magari mi prendo delle cantonate pazzesche, soffro la delusione, l abbandono e la solitudine, ma con tutto il mio ingenuo ottimismo, sto molto meglio di voi.
Posso essere carente sotto molti aspetti.
Ma come amica, amante e compagna di giochi di un gatto, sono praticamente perfetta.
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domenica 7 giugno 2015
giovedì 21 maggio 2015
Borgo Dora
Ne deve scorrere di acqua sotto i ponti. Ne scorre sempre.
Che non ci si può fermare. E la Dora lo sa. Lei che di scorrere non si stanca mai, e da sempre rincorre il Po, e c'è il mare da raggiungere e quello mica aspetta.
Così scorre.
A volte si illude di averlo raggiunto, mescola alle sue acque ma è pura illusione perché tutto defluisce, e così non ci si ferma.
Si va.
Su ciò riflettono gli occhi di Mari, camminano su Corso Vercelli con una scatola di cartone in mano.
Una vecchia scatola di cioccolatini, c'era il disegno di una luna piena specchiata nel mare sul coperchio. Quello che resta è una scatola dai colori sbiaditi.
Sbiaditi, come le foto che custodisce, e i fogli di parole scritte troppo rilette.
Gli occhi camminano e le mani sudano. Il ponte di ferro si avvicina, poco oltre la curva. Tra le vie di Porta Palazzo le candele dei bar indiani si accendono, e si sente profumo di incenso.
La malinconia danza con il fumo.
La Dora scorre, che c'è il Po da raggiungere e non c è tempo da perdere.
Un carico di lettere consumate da trasportare e da far leggere alla corrente.
mercoledì 26 marzo 2014
Senza Titolo...
Era ancora notte e il rumore del fuoribordo gli ricordò che ormai era sveglio. Il sapore del caffè ancora sul palato e i gesti, quasi rituali, spinsero il suo gozzo verso il largo.
Le luci verde e rossa lo attendevano all’uscita della diga.
Erano quasi ferme: il mare si presentava calmo. Questo avrebbe reso tutto più facile. Almeno per stanotte.
Eleonora, così si chiamava l’imbarcazione, procedeva senza troppa fretta lungo il canale tra le briccole, tenendosi al centro.Il motore borbottava in modo ritmico, come una vecchia caffettiera, ma ancora andava. Era un gozzo ad un unico albero, in legno di teak di quasi sei metri: il nonno di Elia, Giovanni Battista detto “Il Tita” l’aveva varato nel 1895, costruito pezzo per pezzo con le sue mani e curato personalmente fino al momento di passarlo a suo figlio Alvise che aveva continuato la tradizione fino a cedere il testimone ad Elia, il primogenito.
Lui aveva dovuto sostituire diverse tavole e lavorare a lungo per riportarlo all’antico splendore, ma dopo mesi di darsena e lavoro certosino fatto rigorosamente in modo artigianale con l’aiuto di un vecchio amico mastro, c’era riuscito.
Tita ne sarebbe stato fiero, pensò Elia, accendendosi la sigaretta tenendo il palmo della mano davanti al viso per riparare la fiamma dall’aria.
Tita amava Eleonora Duse. Ecco il perché di quel nome.
Lo aveva sentito raccontare quella storia all’infinito durante la sua infanzia, e quando prendeva il largo con il suo gozzo, risentiva la voce roca di suo nonno ricominciare a raccontare.
Il Tita era uno dei gondolieri più conosciuto a Venezia. Amava l’opera e la cantava remando tra i canali della sua città mentre le coppie si stringevano più strette e si scambiavano baci sotto il ponte dei Sospiri. La sua voce scaldava l’aria anche d’inverno e non era raro che, chi restava a terra, si fermasse sui ponti per ascoltarlo mentre passava.
Visitare Venezia sulla sua gondola significava per i turisti vivere due sogni: lasciarsi incantare dalla sensualità di quella città d’acqua e sentirsi al centro di una di quelle storie che si possono vivere solo sul palco di un teatro di lusso.
E Tita, la Divina, l’amava davvero.
L’adorava come si adora una Dea scesa dall’Olimpo per illuminare con la sua grazia la vita spenta dalla quotidianità. L’amava per quel suo modo di vivere il palco, vivere il dramma come se fosse la sua vita stessa, dimenticando di essere un’attrice ma mai di essere una donna.
“Eh, io l ho incontrata la Divina. L’ho incontrata davvero. È salita sulla mia gondola una notte. La mia Dea mi ha fatto dono del suo sguardo e io sono un privilegiato, ho cantato per lei... non me lo dimenticherò mai…”.
Quando iniziava così, nonna Esterina guardava il cielo e sospirava scuotendo la testa, si inventava qualcosa da fare in cucina per non ascoltarlo di nuovo, forse gelosa e troppo orgogliosa per ammetterlo anche a se stessa. La gelosia è frivolezza, diceva, gli uomini son nati cacciatori e noi donne siam fatte per soffrire, ripeteva spesso tra sé e sé come i vespri della sera.
Elia bambino invece lo ascoltava incantato ogni volta, sperando sempre in qualche particolare in più, anche inventato, per raccontare ai suoi amici di suo nonno e dell’attrice famosa.
“Sarà stato quasi mezzanotte, sai Elia, e stavo per decidermi a tornare a casa. Faceva un freddo becco, che il fiato fumava. Mi ero fermato in piazza a guardare la Basilica. È bella di notte sai, tutto il suo oro risplende sotto la luna e tu puoi vederla da una vita, ma a certe cose non ti abitui mai. Avevo appena finito di farmi una sigaretta… oh una sigaretta… quanto vorrei fumarmene ancora una…” e poi tossiva di quella tosse carica di catarro e lenta fine.
Riprendeva fiato e ricominciava: “dove ero rimasto? ah sì, la sigaretta… avevo del buon tabacco e me la stavo gustando proprio e ad un certo punto sento il rumore dei tacchi veloci sulla pietra, mi volto e vedo questa donna che quasi corre, con la testa bassa, stringendosi nella pelliccia con la borsa al petto. E dietro di lei un uomo.”
Tita socchiudeva gli occhi e prendeva fiato.
Seduto sulla poltrona con la coperta sulle gambe e la mano destra un po’ sollevata come se ancora tenesse la sigaretta accesa.
“Eleonora, Eleonora la prego si fermi”.
Eleonora si bloccò di colpo e si voltò verso il suo inseguitore. Le spalle si muovevano veloci su e giù, e lei ansimava un poco per lo sforzo.
“Sono io che prego lei Gabriele, mi lasci andare”
“Lo sa che non posso, non potrei mai perdonarmelo... lo sa anche lei, non è un caso… noi due qui… non è un caso.”
“No, la prego… no…”
Eleonora si voltò di nuovo e si guardò intorno, come cercasse un appiglio, qualcosa a cui aggrapparsi per non perdersi in quegli occhi che parevano saper scrutarle l’anima.
Tita era poco distante, osservava la scena indeciso se intervenire o farsi gli affari suoi. Lo raggiunse. “È in servizio? Può farmi salire?”
Fu un attimo e lui la riconobbe e non riuscì a risponderle. Restò a fissarla con la sigaretta che gli si consumava tra le dita.
“Allora? Mi fa salire?”
Il giovane uomo li raggiunse “Eleonora, ti prego”.
Eleonora guardava Tita fisso negli occhi. Lui vide gli occhi di lei occhi riempirsi di lacrime e poi chiudersi lentamente lasciandole scivolare sul viso.
“Sì, certo che la faccio salire signora, prego… ma questo signore le dà fastidio?”
Gettò la sigaretta a terra.
Lei mosse solo la testa accennando un no, e si girò dandogli le spalle.
“Eleonora…”
“Solo per come pronuncia il mio nome, solo per il suono che la sua voce dona alla mia identità, io sento che potrei perdere la ragione. E lei è così giovane… e io non posso permettermi di…”
Il giovane le si avvicinò muovendosi lentamente, incurante della presenza del gondoliere e, accarezzandole il mento con un dito, le sollevò il viso di bambina e la baciò sulle labbra salate.
Un bacio così puro e passionale nello stesso tempo, che il fiato di Tita si fermò in gola.
Un istante così dilatato da sembrare eterno e tutta Venezia rimase silenziosamente immobile.
“Sarebbe così gentile da farci salire sulla sua gondola, signore?”
Fu il giovane a parlare, mentre la lei lo guardava ancora incredula e sorpresa.
“Prego”.
Tita li aiutò a salire, quando Eleonora Duse si appoggiò alla sua mano tremava, e lui sentì un brivido così violento che se chiudeva gli occhi ancora poteva sentirlo distintamente.
Navigarono per i canali quieti, solo lo sciabordio del remo e la voce del gondoliere che cantava in un sussurro Una furtiva lagrima del Donizetti.
In uno di quei giorni, mentre si raccontava al suo nipotino, Tita abbandonò la sua vita così, sussurrando:
Di più non chiedo, non chiedo.
Sì, può morir! Sì, può morir d'amor.
Illudendosi di avere ancora quel remo tra le mani e sognando la Divina e colui che sarebbe diventato il Vate, finalmente abbracciati.
Elia prese il termos caldo e bevve un altro sorso di caffè.
Aveva gettato le reti il pomeriggio prima, lasciando una boa di polistirolo a segnalarle e ora tornava a prendere il pescato.
Aveva gettato le reti il pomeriggio prima, lasciando una boa di polistirolo a segnalarle e ora tornava a prendere il pescato.
C’era da festeggiare in casa in casa Boscolo, si organizzava una gran cena: era nato il suo primo nipote.
Suo figlio e la nuora l’avevano chiamato Gian Battista.
Suo figlio e la nuora l’avevano chiamato Gian Battista.
Mentre già si immaginava la prima volta che l’avrebbe portato il piccolo in mare con l’Eleonora, raccontandogli quella storia che apparteneva alla sua famiglia da sempre, il primo raggio di sole fece capolino oltre l’orizzonte
lunedì 9 dicembre 2013
La sintesi non mi appartiene... (e francamente me ne frego)
Ho iniziato la serata con un incontro ravvicinato con l'asfalto.
Di nuovo.
Probabilmente ho cercato un movimento repentino, ed è chiaro che io e "repentino" non siamo fatti per stare insieme nella stessa frase. Le dinamiche sono ancora in corso di accertamento, ma il fatto reale e concreto è il mio ruzzolare sull'asfalto con tanto di colpo al ginocchio Gigio che oggi, in prossimità delle placche, si tinge di un blu cobalto molto glamour.
Ma, i grandi maestri Zen da Confucio, passando per Gandhi fino alla prozia Fedora, insegnano che dopo ogni caduta ci si rialza più forte. E così è stato. Forse era un modo che l'Universo ha usato per dirmi "hai voglia di andare a pattinare sul ghiaccio? bene... vai! che se zompi per terra il titanio regge. l'osso non sappiamo, ma il titanio regge".
Dopo la rappresentazione scenica della valanga veneta sono stata al cinema. E poi al Mac. Me ne sono tornata a casa con un bagaglio di considerazioni da fare e osservazioni da intascare.
Dopo la rappresentazione scenica della valanga veneta sono stata al cinema. E poi al Mac. Me ne sono tornata a casa con un bagaglio di considerazioni da fare e osservazioni da intascare.
Due domande sono state poste ai commensali: "Quali sono le cose che per te sono importanti?" e "Cosa cerchi in uomo?". Oh belle. Ho cercato per quanto possibile di rispondere alla prima delle due. Ma ho avuto mozione di sfiducia in quanto "non ho il dono della sintesi".
Dono complicato se sei costretto a riprendere il filo 4 volte a causa di sei interruzioni... Alla seconda ho risposto con un aggettivo: NORMALE. e qui ho avuto mozione di sfiducia per eccesso di sintesi. (ed eccesso di banalità evidentemente...)
Ora, visto che qui sono a casa mia, e che se v annoiate, avete la possibilità di cliccare su quella crocetta rossa in alto, ho deciso che rispondere a modo mio.
Le cose per me importanti sono riassumibili in una sola. Chiamateli Affetti, chiamatelo Amore, chiamatelo come volete. Amo la mia famiglia di origine più di qualsiasi altra cosa al mondo. Nutro il desiderio di averne una mia, lo nutro, lo coltivo, lo accarezzo e lo porto con me nel taschino più interno della borsa. Dell'Amore voglio tutto: la passione, il brivido, l incazzatura, il fare la pace, l incontro e lo scontro. Voglio la comunicazione, la condivisione, i regali a San Valentino, i cupidi e i post-it attaccati alla caffettiera. Voglio la volontà di non arrendersi, la capacità di provare a comprendersi, voglio il tanto disprezzato compromesso, perché significa venirsi incontro a metà strada. Voglio la solidarietà, l intimità, il difendersi e il rispettarsi reciprocamente, voglio l unione che fa la forza. Voglio anche i momenti difficili, quelli che ti mettono alla prova, perché la vita non è rose e fiori e cuoricini con il fru fru. Voglio l indipendenza sana, quella che non ti fa dire "io c ho da fare i cazzi miei, fottiti..." ma quella che deriva dalla consapevolezza che una coppia è l unione di due individui, e che come tali avranno punti di unione e punti di divisione, e il diritto di avere un proprio spazio esclusivo, senza necessariamente parlare di persone appiccicose come "cozze". Voglio un rapporto fatto di sostanza, di quelli che non trovano fondamentali le cose, gli accessori, la forma... Ogni uomo che incontriamo pare debba superare l'esame a pieni voti ad ogni uscita o è alla gogna. Non tanto importante il cosa si fa, ma il come lo si fa... la banalità è ben altra cosa.
Cosa cerco un uomo?
un pensiero quanto meno simile... con la diversità che ne deriva dal essere diverso il suo modo di vedere certe cose. una persona che abbia voglia di mettersi in gioco e ipotizzare, valutare l idea di abbozzare dei progetti... insomma... una persona... normale.
che dite? provo su ebay?
Ad ogni modo... se siete sopravvissuti fino a qui, vi regalo una chicca: questa è stata la colonna sonora del mio rientro a casa. Alzate la musica, fate vibrare le casse.
On Air: Layla - Eric Clapton
Cosa cerco un uomo?
un pensiero quanto meno simile... con la diversità che ne deriva dal essere diverso il suo modo di vedere certe cose. una persona che abbia voglia di mettersi in gioco e ipotizzare, valutare l idea di abbozzare dei progetti... insomma... una persona... normale.
che dite? provo su ebay?
Ad ogni modo... se siete sopravvissuti fino a qui, vi regalo una chicca: questa è stata la colonna sonora del mio rientro a casa. Alzate la musica, fate vibrare le casse.
On Air: Layla - Eric Clapton
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Come passa in fretta il tempo...
Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno. Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...
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Siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro , cantava il buon Franco. E cugine di secondo grado di Brooke , dico io. ...
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Qui non si sente, ma stava mi stava cantando "buon complanno SyS" e qui mi stava dicendo "dai su, sali sul palco con me...
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Adoro aspettarlo perchè lui, anche se a volte ci mette tanto, arriva sempre appena in tempo per rendermi felice. ( S. Casciani) ...
