domenica 7 marzo 2021

Ma cosa vuoi saperne tu?


 "Ma cosa vuoi saperne tu? Che non hai figli, quindi non puoi capire". 
Me lo sono sentita dire così tante volte, negli ultimi vent'anni, da non farci più caso. Anzi, molte volte in determinati discorsi, lo anticipavo io, così da togliermi subito di mezzo il problema. Poi ho smesso proprio di intervenire o dire la mia su determinati argomenti, a ragion veduta soprattutto. Mettiamo ad esempio questo "tempo sospeso": come posso sapere io le razioni dei pargoli, qualsivoglia età si dica, davanti ad una pandemia mondiale. Le abitudini stravolte dalla mancanza di contatto, dall'impossibilità di vedere i nonni, la DAD, e le interrogazioni senza nessuno che suggerisca dal primo banco o dall'ultimo con l'alfabeto dei segni. Il mantenere le distanze, e chissà che pensa il tipo figo della 5°C, è dall'anno scorso che non lo vedo... magari si è messo con quella stronza della 4°A... vai tu a sapere. 

"Cosa ne vuoi sapere tu, che allevi gatti" e qui ci si potrebbe aprire un altro capitolo a parte, e tra gattare e non, una guerra che non finirebbe più. Ad ogni modo sia chiaro che pure i gatti vanno curati, accuditi, capiti e interpretati (vorrei notaste la mancanza della d eufonica: mi sto sforzando), il tutto in una lingua che non è la nostra. Insomma, indipendenti sì, ma solo sulla carta. 

Il punto è, che molti non sanno che c'è un'altra categoria di "mamme". Quelle che fanno da madre ai propri genitori, specie se vedovi. Ad esempio ho una cara amica che lo fa a suo padre, con il pensiero in più di non averlo "vicino di casa", e spesso ci scriviamo messaggi di reciproca comprensione. 

Il genitore "superstite" è una persona sola, che inevitabilmente invecchia. 
Con tutto ciò che ne consegue. 
Mia madre dice spesso alle sua amiche di avere una madre abbastanza rompicoglioni. E si riferisce a me. Con tutto che ci amiamo tantissimo, ma proprio per quello mi rendo conto che, spesso, le dico cose che lei diceva a me quando ero piccola... mi ritrovo a prendermi cura di lei come se fosse, ora, lei la piccola. 
E devo fare i conti con il fatto che la mia roccia, quella che è riuscita a tenere insieme tutti i pezzi quando la famiglia ha subìto il più grande degli schianti, quella che nonostante il menefreghismo di alcuni famigliari è sempre riuscita a mettere insieme un pranzo con la cena, ora sia fragile. Con le sue paure, le sue ansie, e la disperazione che la coglie a ondate come la marea, per la malattia che l'ha colpita, quando magari si pensava potesse stare un po' più tranquilla finalmente. 
E allora ti ritrovi a prendere in mano la situazione: io posso contare anche sull'aiuto di mio fratello grazieazeus, perché il potere del figlio maschio esigerebbe un discorso a sé. 
Ma dicevo, prendi in mano la situazione e provi, nel tuo piccolo, a sgravarla di tutto quanto è il peggio. Vorresti toglierle il dolore e lo smarrimento di dosso, ma non puoi e allora cerchi di tamponare con il cotone la maggior parte degli spigoli che le si parano davanti, cercando di capire le sue esigenze, spesso anteponendole alle proprie, e a far quadrare anche il più ostico dei cerchi. 
Insomma: come una madre metti il suo benessere anche davanti al tuo, e soffri dei suoi stessi dolori, e vigili, accompagni, spieghi. Stringi le mani e consoli. Alle volte rischi e abbracci, perché di abbracci c'è bisogno. E così le giornate sono scandite da "copriti se esci, che stamattina è più fresco di ieri; usa il bastone; hai preso la medicina? devo andare al super, ti serve qualcosa? hai dormito stanotte? no? che succede? Ti vengo a regolare il termostato della caldaia".
O nel controllare con fare indifferente i tempi di risposta ai messaggi, perché se è vero che è diventata bravissima con lo smartphone, è altresì vero che se dovesse per qualche motivo andare in palla, non saprebbe come fare a chiamare e avvertirti... 
E il tutto non lo fai per una creatura che sì, al momento è indifesa ma che stai crescendo perché un giorno sia capace di prendere il volo, con le ali solide che ha costruito con te. 
Lo fai per una persona che ami alla follia, ma che ha vissuto sicuramente più di quanto non gli resti da vivere. 

E quando, da figlia, focalizzi questo pensiero vi garantisco che lo stomaco si attorciglia in doppio carpiato attorno alla spina dorsale, e devi fartela passare perché magari lei non ci vede, ma lo sente quando il tono di voce cambia. Anche se sta assaporando un tramezzino che avete ordinato, prima di entrare dal medico manco fossero spaghetti alla bottarga, e ti dice: "ma sai che questo intramezzo è piacevole, era tanto che non si mangiava fuori". 

Insomma, alla fine questo puntualizzarmi addosso ha ricominciato a darmi un fastidio quasi epidermico. Per cui: se proprio vi venisse spontaneo dirmi che, data l'improduttività del mio utero, non sono in grado di comprendere certe dinamiche, fatevi due conti prima: nei ristori dell'ultimo DPCM  pare che le spese odontoiatriche, non siano contemplate. 

lunedì 22 febbraio 2021

Singletudine al tempo di Covid19

 

Essere single non è drammatico. Non ho mai pensato lo fosse, invece ho spesso ribadito che se una persona decide di entrare nella mia vita, dovrebbe farlo con cognizione di causa: se non ha intenzione di risolvere con me parte dei problemi, almeno non me ne causasse di nuovi. Le ultime esperienze invece sono state una peggio dell'altra. 
E sorvolo volentieri perché certa gente nemmeno merita di essere ricordata. 
Vivere soli non è di fatto così male, puoi dormire di traverso occupando tutto il letto, cenare con quello che vuoi, quando vuoi, indossare improponibili pigiami rosa e puffosi, e guardarti tutti i film lacrimevoli possibili durante le crisi premestruali. 
La pandemia però ha aperto delle crepe anche nell'idillio della solitudine, perché ha stroncato anche tutte quelle attività palliative che aiutano a superare i momenti meno facili: gli incontri con le amiche, lo struscio in centro, il vagabondare per negozi e librerie, una cena con un amico speciale. 
Un'amica, qualche giorno fa, dopo l'ennesimo femminicidio scriveva che è difficile spiegare i pensieri che si fanno all'inizio di una conoscenza, o di una relazione. Perché è inevitabile chiedersi chissà come sarà dopo, come potrebbe reagire nel caso ci trovassimo a dire che non funziona. 
E allora se sommiamo le cose: la paura di incontrare qualcuno che metta a repentaglio la nostra sicurezza, contrapposta al desiderio e all'impossibilità comunque di conoscere qualcuno personalmente, il dover delegare gran parte della comunicazione al virtuale con tutti i limiti del caso, perché tra coprifuoco zone con limitazione di spostamento finisce che se vuoi provare ad allacciare un rapporto con qualcuno per andare sul sicuro dovresti provarci col vicino di casa. 
Inutile dirvi che l'ufficio, posto al mio stesso piano, è sfitto. 
Ad ogni modo, si continua a procrastinare: cene, incontri, viaggi... ci si disabitua al contatto, al piacere di preparare una cena e apparecchiare la tavola, indossare i tacchi pensando di farlo non solo per sé stesse.
Ci si dimentica cosa significa sfiorare la pelle che rabbrividisce, e nel frattempo si impara a soffocare il desiderio perché tanto non ci si può toccare; si guarda con invidia chi si bacia nei film chiedendosi quando, e se, ricapiterà.
Ma soprattutto, ci si augura che sia un po' come andare in bicicletta: dopo i primi secondi di imbarazzo e impaccio, si riesca a trovare una sorta di equilibrio che permetta di gustarsi il sole e il vento sulla faccia... 

giovedì 11 febbraio 2021

Cloe e Pablo approdano in Newton Compton.

 
Cloe e Pablo approdano in Newton Compton. 
E non per gli ottimi tramezzini che Cloe di tanto in tanto prepara, ma perché le loro storie sono piaciute. 
La verità? Io che con i due ci convivo, come prima cosa ho pensato "e mo son ca**i", perché il gioco che era diventato sogno, ora ha acquisito una dimensione di realtà tale da esaltarmi ed inquietarmi nello stesso tempo: quando qualcuno crede in me, la mia prima preoccupazione è quella di non deluderlo. 

Invece Pablo ha preso la cosa con la filosofia che gli appartiene, ha annusato la copia del contratto e ci si  messo a dormire sopra. 
Cloe ha dovuto silenziare la chat con Rebecca: è da ieri che le manda consigli estetici e di outfit, che qui la cosa s'è fatta seria, mica vorrà continuare ad affrontare banditi vestita come una profuga (senza offesa alcuna per i profughi.)
Insomma, il mio tripolarismo sta toccando livelli che nemmeno durante il lockdown. Però è una bellissima sensazione.
Ve lo garantisco. 


domenica 7 febbraio 2021

Mio padre rideva...

 
La mia famiglia è stata toccata da due lutti in nove giorni. 
E se uno, forse, ce lo si poteva immaginare, il secondo ha lasciato spiazzati tutti. 

Increduli e disarmati ci si ritrova a spostarsi tra una stanza e l'altra non sapendo dove toccare. È faticoso mettere le mani nei cassetti che non ti appartengono, nella quotidianità di un frigo che va necessariamente svuotato, un bagno schiuma appena iniziato, un rasoio ancora attaccato alla corrente con la promessa di un altro utilizzo. 

Mi sono state date le foto di famiglia. 
Avevo chiesto in particolare quelle di mio padre, e ora custodisco un patrimonio di storia che non avrà, certo, la S maiuscola, ma è parte della mia storia. Sfoglio pagine di foto ingiallite con volti che non sorridono più da tantissimi anni, molti da ben prima che io stessa nascessi. 
Alcuni ritratti sembrano già scattati nell'ottica di una foto funebre, tale è la posa e la serietà dei visi. Occhi che hanno visto entrambe le guerre, la fame. Se provo ad immaginarli a vivere, mi ritrovo a farlo con la stessa scenografia seppia in cui uno scatto fumoso li ha cristallizzati. 

Invece mio padre rideva. 
Nelle foto di ragazzino e poi di giovane uomo, oltre ad assomigliare vagamente a Franco Battiato, mio padre rideva. 
E faceva le facce. 
Giocava e scherzava con i commilitoni, abbracciava i fratelli, si faceva ritrarre in una posa che scopro appartenermi da sempre, e spesso con una sigaretta tra le dita. Ricordo che, nei miei sogni di bambina, spesso mi vedevo tornare a casa a trovare i miei, ero sposata e nel mio immaginario mio padre mi offriva una sigaretta e poi ci si metteva a parlare. 
Non si è avverato nulla di tutto questo. 
Nemmeno fumo. 

Ma lui rideva. 
E il suo sorriso apre una breccia in quelli che sono i miei ricordi, dove il nastro ha smesso di registrare quando avevo appena 10 anni. Ho poche immagini di lui adulto, perché era lui il fotografo della famiglia, e il suono della voce l'ho persa tanto tempo fa. Fatico a comprendere come possa io essere più vecchia di lui, oggi. 
Giro intorno a mio fratello, e quando ha voglia di raccontare faccio miei i suoi ricordi, provo a tradurli, mi sforzo di confrontarli con il poco che mi è rimasto ed è come riportare alla luce dei reperti di valore inestimabile. Alle volte mio fratello lo fa sovrappensiero: "mio padre diceva..." e io segno, prendo appunti, mi tatuo la frase sottopelle e provo a tenermela stretta. Provo, per quanto possibile, a recuperare frammenti di sonoro e immagini.
Mio padre rideva. 
E se è vero che ho perso tantissimi ricordi, e molti altri invece lo vedono sofferente, sfogliando queste pagine ho acquisito una maggiore consapevolezza di qualcosa che, probabilmente ho sempre saputo: a lui la vita piaceva.
Sempre, comunque e nonostante tutto.
Era nato nel 1946, con tutto quello che poteva significare per il Paese in quel momento. Ma lui nelle foto sorride. 
Gli piaceva ridere, sorridere e giocare. Fare le facce e l'imitazione dell'Orso Yoghi. Anche in una domenica troppo breve, trovava il modo di ridere lasciandoci guardare Asterix invece del telegiornale. Scoprire e riscoprire i suoi sorrisi, credo sia uno dei modi più belli di ricordarlo.
E dire a me stessa, di tanto in tanto, che sì può pure essere una merda alle volte, ma merita di essere vissuta fino in fondo e, potendo o volendo, ridendoci su. 

lunedì 25 gennaio 2021

Domenica in famiglia...

 

Da un po' di tempo, la domenica, leggo per mamma. 
Le mancano i libri, le manca il tempo passato leggendo, e con il videolettore non ha ancora abbastanza pratica.
La settimana scorsa abbiamo finito un libro che aveva iniziato con una sua amica, prima della seconda ondata di lockdown, ieri abbiamo iniziato Controcanto. 
E lo so che ogni scarrafone è bello a mamma soja, ma mi sto divertendo molto. 

A me piace perché mi serve da ripasso: ritrovo le caratteristiche peculiari dei personaggi, quei dettagli che li caratterizzano che si devono necessariamente riportare anche nel prossimo capitolo. Ho beccato pure un paio di refusi (argh!) e qualcosa che, oggi, scriverei meglio.
Lei si diverte perché, avendolo scritto io, cambio le voci a seconda dei personaggi dando loro il tono che avevo pensato mentre scrivevo, le leggo i detti torinesi pronunciati (abbastanza) corretti, e talvolta integro quanto stiamo leggendo con i retroscena vissuti durante la stesura. 
Ad un certo punto, mentre Silvia Cravero sta spiegando ad Alex Priante le caratteristiche del violino, mamma mi ferma poggiandomi una mano sul braccio e mi chiede: "ma quanto hai dovuto documentarti per scrivere tutte queste cose?". 
E quante ne ho sicuramente omesse o quante imprecisioni avrò snocciolato... 
Però la parte di studio e di ricerca che precede, e spesso accompagna l'intera stesura, io l'adoro. 
Quando spunti molto diversi, sembrano combaciare perfettamente pur essendo distanti nel tempo e nello spazio, mi dà la sensazione di essere sulla strada giusta.
E allora la musica riparte.
Al momento non ho date, e non una prospettiva...
Ho solo una certezza: indipendentemente dal "per chi" o "per cosa" scrivere è una figata pazzesca. 

mercoledì 20 gennaio 2021

A volte ritornano...

 

Sys: Tu? Qui...?
Cloe: Ci fai entrare o devo fare pipì sullo zerbino?
Pablo: Mao
Sys: Entrate! ma... come...?
Cloe: Dove.. chi? Maccheneso sei tu la scrittrice... Comunque: A) devo fare la pipì B) Pablo ha fame C) spero tu abbia una connessione che funziona decentemente perché sto in fissa con la DAD. E) queste sono le chiavi della Minnie, sii gentile, il mio trolley è in bagagliaio e mentre schiaffi su un caffè mi racconti che idee hai per il nostro futuro.
Sys: Altro?
Cloe: Sì, starai mica ancora a dieta? ho una fame... Ah, dimenticavo, Rebecca ti saluta.
Pablo: Mao

(Tanta è la voglia di ricominciare a scrivere... tanta. Spero arrivi presto il nuovo pc a casa, così da potermi tuffare tra i sogni e le idee che si fanno largo nella testa). 

lunedì 18 gennaio 2021

Sogno o son desta...

Siamo all'aperto, fa caldo. È estate.
Abbiamo molta gente intorno, lui sta coordinando il lavoro preparatorio per un evento culturale, le persone lo chiamano, gli girano intorno, gli fanno domande.
Lui risponde a tutti, spesso segna qualcosa su una cartellina, appoggia una mano sulla spalla, incoraggia.
Non so esattamente per quale motivo sia lì anch'io.
Non faccio parte dell'organizzazione, però mi piace l'atmosfera che si respira, e la musica di sottofondo che arriva da lontano.
Non sono nemmeno sicura mi abbia vista, non ho il coraggio di avvicinarmi né di salutarlo. Mi appoggio a una colonna portante della struttura, spostandomi per non dare fastidio a chi lavora, ma la mia mano resta lì, sul legno caldo che profuma di resina.
Mi chiedo chi sostenga chi.
E allora la riconosco. La sua di mano, che non ho mai sfiorato ma tante volte guardato, osservato, ammirato.
Immaginato su di me.
Si appoggia sopra la mia, intreccia le mie dita e le stringe.
Questione di attimi prima di tornare alle sue occupazioni, già distante.
È allora che è suonata la sveglia.
Edo è piombato con i suoi sette chili sul mio stomaco e un concerto, questa volta di miagolii, mi ha riportato alla realtà.
Ma io l'ho sentita la sua mano, la percezione del calore, della pelle, dello stringere come a dire "ti ho vista, lo so che ci sei".
Nel sogno non c'erano mascherine, non c'era distanziamento. E in questo periodo dove, soprattutto per chi è solo, la distanza di sicurezza da un altro corpo viene sentita come una voragine insuperabile, quel tocco benché solo onirico è stato quanto di più vero ricordi di aver vissuto nell'ultimo anno.
Pensa te come sto pigliata... 

Come passa in fretta il tempo...

Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno.  Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...