A voi che passate di qui, lascio la porta aperta e qualche bibita nel frigo. Se volete accomodarvi sarà un piacere.
Posso essere carente sotto molti aspetti.
Ma come amica, amante e compagna di giochi di un gatto, sono praticamente perfetta.
A voi che passate di qui, lascio la porta aperta e qualche bibita nel frigo. Se volete accomodarvi sarà un piacere.
Ezio Bosso
Faccio Musica – Scritti e pensieri sparsi.
Piemme
(A cura di Alessia Cappelletti)
“Per fare musica seriamente c'è bisogno di tempo, tanto tempo; tempo di studio, tempo di prove, tempo di relazioni umane tra il direttore i professori d'orchestra, tempo di riflessioni, sperimentazione, tempo anche per sbagliare e correggere, tempo di riposo”.
Questo il pensiero di Ezio Bosso scritto per: «Il Venerdì di Repubblica». Uno dei capitoli presente nel libro “Faccio Musica” un'antologia di “Scritti e pensieri sparsi” raccolti e, con profonda dedizione, curati da Alessia Cappelletti dall'inizio della loro collaborazione fino all'ultimo giorno. Appunti, registrazioni, stralci d’interviste edite e parzialmente tali. Sfoghi, anche. La curatrice ha fortemente voluto questo progetto, scrive, principalmente per due motivi: preservare e difendere la grande capacità comunicativa di Ezio Bosso, e per permettere a chi vorrà studiarne il percorso artistico, abbia uno strumento serio e utile cui fare riferimento.
Trovo inevitabile quindi che sia un libro che richiede del tempo per essere letto. Non è uno di quei libri che puoi archiviare in due giorni con la filosofia del “cotto e magnato” di cui Ezio parla spesso. Necessita di tempo, per più ragioni.
La prima, quella della pelle e della pancia: leggere le sue parole equivale a ricominciare una conversazione che sembra non si sia mai spezzata, nonostante l'addio di quel 14 maggio 2020 impossibile da dimenticare. Ogni interruzione di pagina è un “ciao, ci vediamo quando ci vediamo”, e a mano a mano che il libro si assottiglia ci si ritrova a fare i conti con un rinnovato addio.
La seconda, più razionale, è strettamente correlata alla capacità di divulgatore di Ezio Bosso, seppur amasse poco la definizione. Riflessioni ricche di citazioni, di opere, di persone che hanno forgiato la sua educazione musicale e che hanno creduto nelle sue potenzialità, nomi di colleghi e collaboratori. Artisti di fama che, se non conosciuti, vale la pena di prendersi il tempo per colmare la lacuna. Tra le righe, e nelle sue parole, esce prepotente non solo la sconfinata cultura, ma anche la capacità di raccontare una sinfonia così da renderla comprensibile anche a chi, come me, non è un addetto ai lavori; a chi ha sempre guardato alla musica classica, o meglio libera, con quel timore reverenziale che nasce dall'impossibilità di comprenderne a pieno il significato più recondito. E di questo non si finirà mai di ringraziarlo: riuscire a far sedere nei teatri e nelle piazze un pubblico vasto ed eterogeneo. Come non tornare con la mente al sold-out all’Arena di Verona: quattordicimila persone silenti e concentrate, capaci di percepire e rispettare anche l'ultima nota sospesa.
Un libro che non puoi dire di aver apprezzato se non riponendolo per ascoltare la Quinta diretta da Karajan, solo per capire il motivo che gliela fa definire: “un Olimpo che guardi verso l'alto”.
Ci vuole tempo.
Per comprenderne a fondo le profonde riflessioni, che non possono e non devono essere ridotte a semplici aforismi estrapolati dal contesto, da riprodursi in una cartolina glitterata, o a uno slogan di filosofia spicciola. Questo libro permette al lettore di ripercorrere, attraverso le sue parole, frammenti di una vita così intensa da sembrare infinita. E per un attimo, credo che ci avessimo sperato tutti.
Pagine dolorose.
Fa male oggi, rileggere i capitoli dedicati alla gestione del lockdown, ricordando con quanta energia studiasse una soluzione per permettere ai musicisti di non fermarsi. Per spiegare che la definizione, avvilente, della musica come: attività produttiva non essenziale, equivale a una condanna per tutta la categoria.
Ciò che abbiamo visto e che continuiamo a vedere dimostra, non senza amarezza, che le sue parole sono rimaste per lo più inascoltate.
Ma più forte della mestizia per la sua Orchestra ancora senza casa o per le dicerie sul suo conto; più forte della rabbia contro chi voleva - e talvolta tutt'oggi vuole - speculare sul suo dolore fisico. Più forte di tutto il rumore che ambiva a sommergerlo (senza riuscirci) dopo ogni insindacabile successo, in ogni pagina si respira la sua gioia di vivere, il desiderio di non arrendersi e, soprattutto, il suo amore e rispetto sconfinato per la Musica che fin da bambino gli ha indicato quale fosse la sua vita.
La Musica, l'unica cosa di valga la pena di parlare.
“Mi chiamo Ezio, nella vita faccio la musica. E sono un uomo fortunato. E questa è l'unica cosa che vorrei dover dire per parlare di me”.
Post senza foto, sono sicura che almeno una la riconoscerete solo per descrizione.
Dell'ultimo anno ci sono due immagini, che su tutte, mi si sono tatuate tra i pensieri.
Il messaggio scritto la mattina presto del 15 maggio a una persona a cui voglio molto bene: "Ti prego, dimmi che è una fake" e la sua risposta: "No".
E quella carovana di camion dell'esercito che partiva da Bergamo con chi, contro il Covid, non ce l'aveva fatta.
In quel momento, quella che era paura è diventata angoscia. Non per me, ma per quel che poteva succedere a MammaSys. L'idea potesse andare in ospedale da sola, l'idea di non poterle essere accanto a sostenerla e, sopra a tutto, il dolore spezzante di perderla e non sapere nulla, non poterla salutare, e il vuoto immediatamente successivo. E lo so com'è, non solo perché è la sorte toccata al padre di una mia cara Amica.
Trent'anni fa ho visto mio padre salire in ambulanza, lo salutavo dalla finestra ma lui non mi vedeva, stordito dal dolore. Se recupero quella foto dalla memoria, il fermo immagine è sul suo voto scavato.
È stata l'ultima volta che ho incrociato i suoi occhi..
E quindi so: so cosa significa vedere l'amore della tua vita andare via, e non tornare più. Non sapere, non avere il tempo di salutare, di dire, di accarezzare un'ultima volta.
So quanto lacerante può essere il distacco, un colpo di velcro strappato dall'anima di cattiveria. È un dolore sordo, come uno stantuffo nelle orecchie che non ti abbandona mai. Puoi lenirlo, metterlo a tacere, soffocarlo mettendoci sopra cenere, ma il fuoco sotto resta.
L'idea di poterlo rivivere con mamma mi ha limitato il respiro per tutto questo tempo. L'ho tediata con le raccomandazioni ogni volta che usciva, e non meno quando eravamo insieme e controllavo ogni cosa toccasse, e avevo lo spray disinfettante sempre in tasca, e lo so che mi avrà odiata, avrà pensato che fossi la mammafiglia più rompicoglioni dell'Universo e sono capitata proprio a lei.
Ma sabato le ero accanto quando l'hanno vaccinata.
Le tenevo la mano sulla spalla, con i lucciconi scemi agli occhi e la dottoressa che mi guardava con un sorriso indecisa se sorridere a sua volta della mia commozione, o comprendere empatica.
MammaSys è stata vaccinata.
E io, ve lo dico di cuore, mi sento come mi avessero restituito un anno di vita sospesa, come mi avessero spostato il burrone da sotto i piedi. Parte della stanchezza che mi porto addosso sembra diventata più leggera.
Ora posso ricominciare a immaginare un domani.
Aspettavo arrivasse l'ora di prendere il treno per Torino, aspettavo di poter stringere tra le mani quell'insieme di pagine così dannatamente volute, desiderate, odiate anche, ma alla fine stampate e rilegate a reggere i fili della mia storia.
Aspettavo di gioire con gli amici di sempre, e scoprire di essere accolta a braccia aperte anche dai nuovi. Ogni libro nasconde storie parallele al romanzo che racconta, La Mossa potrebbe raccontarne almeno altre tre. Ho vissuto giorni strappati a un universo parallelo, ho rincorso treni presi al volo, parole sparse e stretto mani: alcune sono sono rimaste, altre le ho perse. Mi sembra di aver vissuto almeno altre sei vite nel frattempo. E non credo dipenda solo dal fatto che nella mia testa oltre a Syssa, con cui convivo ormai da più di una quarantina d'anni, si sia aggiunta Cloe con il suo carico di paturnie. Con l'uscita del libro ho costruito un mondo che in parte è stato abbattuto da una bufera. E così come ho costruito una seconda storia: Controcanto, ho dovuto mettermi a tavolino e ricominciare da me stessa. E questa volta ho attraversato un terremoto.
Ora che ci penso, anche per Controcanto si avvicina l'anniversario: guardo a lui con la stessa tenerezza con cui si osserva qualcosa che non ha avuto il tempo di sbocciare. Non ha vissuto nemmeno un cambio di stagione. Eppure di lui mi resta il violino, il pizzicato... la musica di Ezio.
Mi mancano le presentazioni, l'incontro con le persone, le emozioni dei giorni prima, dei momenti prima quando ti scappa la pipì ogni cinque minuti e non ti decidi a uscire. Mi manca il biglietto del treno, la destinazione, la data segnata sul calendario, le risate con le amiche sul cosa mettersi addosso che poi nelle foto vengo sempre di merda, che ci vuoi fare.
Mi mancano le persone che mi raccontano di essersi ritrovate nelle parole, di aver riso con me anche in giorni in cui ridere era faticoso. Mi piace scoprire che quella scena che ho rivisto mille volte nella testa, in alcuni è arrivata diversa nelle sfumature.
Mi manca il sentirmi amata, voluta e desiderata da qualcuno che respiri con me. Anche se ora, rispetto a uno o due anni fa, sono meno fragile, meno ingenua, meno accomodante.
Che le ferite fanno crescere, le cicatrici induriscono ma l'esperienza insegna, soprattutto a non accontentarsi più.
Mi muovo in questa domenica uggiosa con un misto di malinconia che Souvenir de Florance va a lenire. Mi consolo pensando che il viaggio non è finito, sto vivendo un tempo sospeso in cui il terreno seminato va accudito, ma trattiene già la promessa di un nuovo raccolto. E allora vado, perché ho un file da completare e spedire: c'è un domani da costruire...
Perché domani non dovremo ricostruire
Ma costruire e costruendo sognare
Perché rinascere vuole dire costruire
Insieme uno per uno
Adesso però state a casa pensando a domani
E costruire è bellissimo
Il gioco più bello
Cominciamo...
(Ezio Bosso)
On Air: Tchaikowsky Souvenir de florence op 70 / 3.Allegretto moderato-Sestetto Stradivari
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| Foto di David Romano |
Com'è?
Com'è?
Quando si spengono le luci e ti avvii, solo, verso casa e l'unica cosa che vorresti in quel momento è ricominciare a suonare?
On Air: Prima lettura di Rain Villa Pennisi in Musica.
Alla fine è arrivato marzo ma pure maggio e siamo a tre passi da giugno. Nel mezzo l'uscita del romanzo, la promozione, il Salone del l...